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Il problema delle Soglie, e il pluralismo delle Doglie

febbraio 12, 2017

Società

ufficio-reclami

 

Sul tema tanto dibattuto delle soglie ( al 3%, al 4%,  al 5% e via discorrendo), il prof. Vinicio Villani  ci dà una mano ( sia pur lieve)  a capire il problema. Intanto, egli osserva che “ le leggi elettorali di tipo proporzionale […] consentono una proliferazione praticamente illimitata di liste minori, ciascuna delle quali può contare, qualora si verificassero determinate distribuzioni dei voti dell’elettorato, su un numero esiguo ma non nullo di rappresentanti”. Il che significa che le “liste minori”, sia pure a fatica, qualche  R(appresentante) son riuscite pure ad agguantarlo.

 

Il rischio di cosiffatta situazione, spiega il prof. Villani, è quello “di comportare difficoltà nella formazione di maggioranze omogenee e funzionali”. Il che costituisce, diciamo noi, un “tormentone” di non scarsa rilevanza nelle vicende politiche italiche. Comunque sia, per evitare la cosiddetta “dispersione dei suffragi”, in alcune leggi elettorali è stata introdotta la soglia minima di voti, al di sotto della quale, chiosava il prof. Villani, “ una lista non ha il diritto ad alcun Rappresentante. Per esempio, nella legge elettorale della Germania Federale tale soglia è del 5%, sul totale dei voti Validi espressi”.

 

A questo punto, ci saremmo aspettati qualche altro esempio significativo, ma il prof. Villani, evidentemente conscio delle intrinseche difficoltà della materia, e forse anche per  non andarsi a cacciare in un ginepraio, “glissò” elegantemente, asserendo perentorio:

 

“Non entriamo in ulteriori dettagli su questo tipo di legge elettorale”.

 

Peccato. Ma se il prof. Villani  ci lascia a bocca asciutta, noi continuiamo ad andare avanti nel discorrere ora d’alcuni problemi tipici delle democrazie pluralistiche come quella italiana, per esempio, dove la sdoganata recente legge elettorale proporzionale ci mette di fronte alla possibilità di avere a che fare con una miriade di partiti e di liste.

 

Un dato essenziale delle società pluralistiche è intanto quello per cui è estremamente difficile che al governo ci vada un partito soltanto, mentre è pressoché certo che a governare saranno le coalizioni di partiti, che si metteranno insieme proprio in funzione d’andare al governo del  Paese.

 

A questo punto, mi sono venute in mente alcune osservazioni fatte molti, ma molti  anni fa dal prof. Giovanni Sartori. Quelle famose indagini furono oggetto d’innumeri discussioni tra  politologi e non; ma, al di là delle infinite controversie (e ben oltre)  a cui aprirono la stura, esse offrono a tutt’oggi una valutazione asettica e professorale, condivisibile o no non è pertinente in questa sede, dei problemi relativi alle democrazie dai “due volti”: le democrazie a pluralismo moderato, e quelle a  pluralismo  polarizzato. Poi ciascuno ne farà l’uso che vorrà.

 

In via preliminare m’è venuto  da pensare al fatto che capita agli uomini e capita anche alle nazioni di considerarsi dei fenomeni “unici”. In realtà tutto è già stato classificato. Prendiamo allora ad esempio i paesi che si presentano pluralistici. Il pluralismo si caratterizzerebbe, secondo il prof.  G. Sartori,  per essere moderato o polarizzato.

 

Il pluralismo moderato, dal canto suo,  si caratterizzerebbe altresì per il fatto che i partiti governano in coalizione, e nessun partito può governare da solo. Ma oltre che come pluralismo moderato,  il pluralismo può presentarsi anche come estremo o polarizzato. Quando ciò accade, la società che sostiene il sistema si trova di fronte ad una casistica piuttosto varia ed interessante, riassumibile in almeno sette punti fondamentali.

 

La prima caratteristica del sistema a pluralismo  polarizzato è che esso  contiene in sé partiti anti-sistema. Sentiamo cosa ci dice il prof. G. Sartori:

 

“Dicendo anti sistema intendo che questa opposizione non cambierebbe, potendo, il governo, ma il sistema di governo. Una opposizione anti sistema appartiene ad un altro sistema di credenze, a un sistema di credenze che non condivide i valori dell’ordinamento politico nel quale opera. I partiti anti sistema rappresentano quindi una contro-ideologia che rifiuta l’ideologia prevalente”.

 

Il secondo aspetto del sistema pluralistico polarizzato  è che si caratterizza per la presenza di contro-opposizioni, che combattono il governo ma “che si combattono a vicenda più di quanto combattano il governo”.

 

Il terzo aspetto prevede che  il sistema pluralistico polarizzato, al contrario di quello moderato, è multipolare, “in quanto poggia su almeno tre pilastri: sinistra, centro, destra”.

 

Il quarto aspetto rileva come nel sistema pluralistico polarizzato  le divisioni siano profondissime, al punto tale che “la legittimità stessa del sistema politico è in questione”.

 

Nel quinto postulato si afferma che  il sistema pluralistico polarizzato, alla lunga,  indebolisce il centro, e i voti  fuggono verso una o ambedue delle ali estreme.

 

Nel sesto si postula che  il sistema polarizzato “sviluppa ideologie”, dove l’ideologia è intesa come sviluppo di intensa emotività politica. Quante emozioni! E quante “mozioni” (in Parlamento)!

 

Nel settimo ( e poi il prof Giovanni Sartori si riposò) si rileva infine che,  mentre il partito di centro non è soggetto a rotazione,  nel senso che si trova sempre nella posizione di governare, i “partiti che si contrappongono al sistema sono esclusi quasi per definizione dall’avvicendamento di governo: sono destinati a non governare mai” (Sottolineature e corsivi miei).

 

Non voglio fare né “dietrologie” né sciorinare a cuor leggero “anticipazioni”. Ciascuno vedrà in cuor suo se si può mostrar lieto d’un simile quadro,  oppure dolersene. Ma scommetto che le doglie saran parecchie.

 

Fonti:

 

Vinicio Villani, “Leggi elettorali”,  in Cultura e Scuola, gennaio-marzo 1987, pp. 179-180.

 

Giovanni Sartori, “Sistemi partitici”, in Antologia di scienza politica, a cura di G. Sartori, Bologna, Il Mulino, 1971, pp. 315-324, in modo particolare pp. 320 sgg.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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