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Il “Purgatorio” di Antonio Baldini

giugno 3, 2017

Scrittori dimenticati

 

Antonio Baldini non è certo uno sconosciuto; godette di buona critica, e tutti ebbero parole lusinghiere per le sue opere, tra le quali spicca per profondità Nostro Purgatorio. Il libro è incentrato sui ricordi di guerra. Ciò che lo rende per molti aspetti godibile è che, nella sua prosa piana e scorrevole, Baldini ripercorre i momenti più significativi della sua storia di uomo e dell’Italia agli inizi della prima guerra mondiale. Pancrazi ebbe parole di aperto consenso nei confronti di Nostro Purgatorio:

 

“Ormai la letteratura di guerra è cosa talmente squalificata presso ogni genere di lettori, anche dei più correnti e sopportevoli, che a voler parlare decentemente di un libro di argomento e di carattere guerresco bisogna cominciare col negare questo carattere, o almeno con intendersi su di esso. Diffidenza, d’altronde, più che giusta e fondata: e non starò adesso a mostrarne o rimostrarne le ragioni. Ma volevo dire che per quanto questo libro di Antonio Baldini (Nostro purgatorio; fatti personali del tempo della guerra italiana; Treves) sia in qualche modo un libro di guerra, e nato anzi in gran parte da ricordi e cronache a giornali e riviste, il lettore questa volta può egualmente avvicinarsi senza diffidenze, e disarmarsi delle sue più salutari pregiudiziali. Per chi poi conosce i precedenti letterari dell’autore, basterà la dichiarazione, o spiegazione (fatti personali) che segue il titolo, per orientarsi, attraverso il ricordo, in quello che può essere il senso intimo e lo spirito del libro” (Piero Pancrazi, “Antonio Baldini”, in Ragguagli di Parnaso).

 

 

Roma quella sera del 22 maggio

 

“Nella mia memoria che non è delle più sciupone e disordinate la sera del 22 maggio 1915 è rimasta sentimentalmente isolata come a dividere due mondi. Un mondo di prima sul quale assolutamente io non poggiavo i piedi, e un altro mondo, che ancora dura, che è quello sopra il quale oggi cammino come tutti i mortali. Roma quella sera del 22 maggio mentre uscivano i giornali ondeggiava tutta come un mare inquieto che non lascia capire le sue intenzioni. Io me la passeggiavo a braccetto d’una ragazza che amavo con passione. All’angolo di piazza San Silvestro, passando in corsa sfrenata un giornalaio mi cacciò sotto gli occhi un foglio. La Tribuna, il tanto che mi bastò per leggere nel titolo che la mia classe era richiamata sotto le armi per la mattina del 24.

 

Il primo pensiero fu: come avrei consolato questa Elvira, il secondo fu: la guerra sarà lunga. Allora mi strinsi di più sotto il braccio la cara anima spaurita e la portai per vie più tranquille. Quando arrivammo a casa nostra cominciammo a piangere in piedi uno sulla spalla dell’altro. Siccome ci volevamo un gran bene posso sostenere che la cosa non mi fa vergogna. Ero soldato di fanteria e in seguito ho veduto la morte da vicino più d’una volta …

 

Allo scoppio della guerra avevo ventisei anni, sì e no: ora non so se sarei arrivato a questo mutamento anche senza la guerra. Dunque stavo raccontando come la nostra dichiarazione di guerra mi trovasse innamorato di donna al punto di non accorgermi affatto che ci s’ era finalmente arrivati ; gli avvenimenti precipitarono e il tempo degli addii alla famiglia mi fu talmente misurato che non ebbi quasi occhi per guardare il gran fatto nazionale oltre la mia congiuntura personale: così mi trovai una bella mattina con lo zaino e il fucile dentro un vagone bestiami, tra suono di chitarre, fiori e canzoni, in partenza per Sacile. Di lì a sei mesi tornavo a casa, ferito di fucile sul San Michele, con un braccio al collo, pieno l’animo di venerazione e di raccoglimento per la guerra come l’avevo vista.

 

Qui comincia la guerra

 

Mi levai prestissimo, ch’era ancora buio. Addio, la mia cara cuccia! Destai mio padre, ed egli mi abbracciò dal suo letto. Non mi potei tenere da versare qualche lagrima sulla spalla di mia madre, che mi fece le sue raccomandazioni, perché una madre ha l’illusione di saper consigliare anche un figlio che va alla guerra. In istrada era ancora buio. Mi domandai: dimentico nulla? Ma non avevo proprio nulla da portare con me. A via Nazionale trovai un fiacchere che mi condusse alla Caserma Principe di Napoli, in Prati, passando sotto le finestre, chiuse, della fidanzata. Giungendo alla caserma, il cielo sereno cominciava a schiarire. Altri soldati arrivavano fischiettando e cantando, qualcuno accompagnato da borghesi che restavano fuori ad aspettare poi di vederci sfilare armati. Raccogliemmo in camerata la nostra roba, zaino, armi, buffetterie, e ci adunammo nell’immenso cortile dove tre o quattro compagnie andavano già raccogliendosi. A memoria d’uomo, lo zaino non era mai stato così pesante. Si durava fatica a rimanerci dritti. Ma ci mettevamo tutti dell’impegno, noi richiamati, a non fare la figura di cappelloni. Contate per due, attenti, fianco destr, avanti march! Qui comincia la guerra …

 

Tre soldati, indiziati per violenza e camorra

 

Alla stazione di Firenze fui avvicinato da tre soldati, coi quali ero stato recluta sei o sett’ anni prima, e fin d’allora indiziati per violenza e camorra. Ora li accolsi però con una faccia più amica, dal momento che ci trovavamo tutti, bianchi e neri, di fronte al medesimo mistero. Avevano un’aria di congiurati, e facevano un muso inibitorio ad altri che tentasse avvicinarsi. Uno mi dava del lei, uno del voi, uno del tu. Uno era oste a Roma, l’altro l’avevo rivisto a vendere semi abbrustoliti a Piazza Montanara, il terzo era un bel vetturino, di quelli che guardano la gente come se stessero sempre a cassetta. Fu il vetturino a prendere la parola. Il sugo del discorso era questo: Non bisogna andare alla guerra solo per farsi scannare come vitelli.

 

l micchi

 

In guerra, come sempre nella vita, sono i meno svelti quelli che soccombono; l micchi, diceva esattamente l’amico vetturino, so’ sempre quelli che vanno pe’ le piste. A sapersi regolare c’è il modo di riportare la pelle a casa, che è quello che conta. Occorre non farsi mai trovar soli. Per questo, quando quattro buoni amici si mettono bene d’accordo per avvertirsi e tutelarsi a vicenda, non la può andare mai male, comunque si mettano le cose. Il vetturino non si dava nessun pensiero delle cannonate; egli prospettava tutta la guerra come una grande mischia e riduceva tutto il combattimento a una tattica di fucilate e colpi di baionetta allo scoperto. (Ricordo bensì che anche in certi manuali di istruzione militare che poi mi misero per le mani, era scritto che l’effetto del cannone è soprattutto morale!). Allora la difesa e l’offesa non dovevano differir molto dalla scherma di coltello. Baionetta e fucile, mi spiegavano menandomi ancora più in disparte, sono affari troppo ingombranti : e mi facevano un dopo l’altro vedere a scattare dal manico d’osso un pugnale di lunghezza impressionante. Quando quattro individui decisi a prepotere si fossero messi in cerchio con quegli argomenti, se la sarebbero cavata sempre. Tutto dunque stava a non separarsi mai. Non pensavano, non pensavo un granché neanche io, alle mitragliatrici, alle trincee, ai reticolati, alle bombe, ai petardi; e di gas asfissianti ancora non si parlava a quei tempi lontani. Accettavo di far lega? ‘Parliamoci francamente: io che dovrei fare? Non credo d’essere un grande schermidore di pugnale’. ‘Lei che è professore…’ cominciava l’oste. Ma il vetturino gli tolse di bocca la parola: ‘Tu per noi dovrai scrivere le lettere a casa’. Accettai con soddisfazione generale. Quasi intenerito — quanto ero facile alla commozione! — di trovare in quegli scampaforca una premura così viva delle spose e dei genitori rimasti in attesa; e in parte mezzo convinto anch’io, così spalleggiato, di andare e trovarmi alla guerra più sicuro.

 

Cominciavano a giungere uno dopo l’altro i nomi dei caduti

 

Fin a oggi e ancor oggi, morte su morte, poco ci si pensa. Quando la bufera di qualche azione di battaglia cominciavano a giungere uno dopo l’altro i nomi dei caduti, non s’aveva nemmeno tempo di convincersi. Questo precipitoso e numeroso sagrificio di vite venticinquenni aveva finito quasi col dare alla storia di questi giorni un carattere dominante e convulso d’ebbra gioventù. Stupore dolore e rassegnazione erano appena i colori mal arrangiati d’una stessa ala di bandiera ch’andava mettendo confusamente gloria e commemorazione su tutte le strade del nostro passato. Eravamo così diventati molto spenderecci di ricordi e avari di lagrime. Allora, più che la pena delle nuove assenze, tra le file diradate s’imponeva la grandezza di quanto i nostri compagni avevan dato e di come avevano dato. Allora, durante il rito e i salmi trionfali, se è bene gloriarsi d’averli conosciuti, oggi è anche per noi giorno di festa, per essere stati i compagni di scuola di tanta primizia di martirio. Ma dopo? Avevamo degli amici che erano i buoni genii di tutte le feste, che ci faranno sembrare malinconiche tutte le feste, dacché non ci sono più : avevamo degli amici ch’erano gl’incuoratori e i giustificatori d’ogni nuovissima impresa e nuovo studio, che ci faranno sembrare inutile e incerta ogni fatica, domani. Torneranno ancora qualche volta a farci le visite fuggevoli nei sogni, come lieti e vigorosi hanno fatto ultimamente i più espansivi. I silenziosi invece paiono più poveri, pieni di desideri come sempre.

 

Come fu e quando fu che io vidi Slataper l’ultima volta

 

Mattine fa, ho riudita in sogno la voce d’uno che implorava: ‘ch’io rivegga la luce’; era morto troppo giovane. Ma ogni giorno più ci parrà ch’essi non arrivino a giustificare e comprendere la nostra fatica di vivere, che non ci perdonino d’esserci abituati a fare a meno di loro. E certo mezza la nostra vita sarà stata troncata e bruciata. Incontreremo le madri e le sorelle in lutto per quelle strade che facevamo sempre insieme quando ci accompagnavamo a casa: e quanto bene vorremo al loro viso sfiorito !

 

Diremo: la guerra: e ci parranno rotti i ponti col nostro passato: e quella vita d’una volta la ripenseremo col rimorso d’aver mancato d’attenzione e di fervore e di gentilezza con quelli che passarono. Staremo a rimproverarci di non aver capito gl’insegnamenti dell’ultima volta che c’eravamo trovati insieme. Come fu e quando fu che io vidi Slataper l’ultima volta, che vidi Fauro, che vidi Serra, che vidi Cantù l’ultima volta, l’estrema tristissima irrimediabile volta? Per la loro gloria racconteremo molte volte episodi della guerra. Slataper che diceva : « Io mi diverto pensando alla mia vita», che diceva: ‘Io ho voglia d’aiutare gli uomini’: Slataper, che le donne in istrada si voltavano a guardarlo per troppo ch’era bello. Un altro amico, che aveva sempre vissuto come in un sogno incendiato, mi disse : ‘Vado alla guerra come alla caccia grossa : un’occasione come questa non la speravo’. Un altro, che mi voleva bene, mi batteva la mano sulla spalla dicendo tutto contento: ‘Carne da cannone’, ed era il più gran cuore d’amico che abbia conosciuto. Un altro si guardava allo specchio e chiedeva: ‘Possibile che ci debba restare?’ …

 

Giacché io credevo quella mattina

 

Giacché io credevo quella mattina del 3 novembre di doverci sicuramente ‘restare’, e della morte nessuno ne sa nulla, mi sentivo molto inquieto. Provavo una confusa pietà per la mia vita passata, e la certezza di finire bene mi consolava tanto quanto. In ogni modo non mi voglio fare meno bravo di quello che sono stato: dirò che Nel momento che uno salta su dalla trincea e presto vede i vicini in corsa piegar le ginocchia e cascare di qua e di là, sente sé stesso proprio come una preda nuda, a puro olocausto. Tutti i prodigi in quel momento sono lì a tentarlo. Ma quell’agitata e tremenda beatitudine di sacrificio che non so dire, quella lirica confusione per la quale uno è più forte di se stesso e più crudele di sé stesso, appena caduto giù ruzzoloni in fondo a una fossa, con un balenante cociore al punto della ferita, tutto si risolve in una diminuzione ed oscurazione assai dolce: perché addosso al proprio male tutta l’anima subito si rifà con le sue miti premure materne, a riabbonire con sé stesso l’uomo che un momento fa si prodigava alla morte. Però dico che a me parve un fatto meschino essere ferito in quel momento, così subito. Se non che un leggero delirio di felicità che mi veniva dallo svuotarmi di quanto si sente in quegli attimi culminanti non bastano anni di memoria a riscavare e precisare. Anche perché la vita di pazienza e d’astensione della guerra rimette l’uomo integralmente in uno stato di grazia che poi si perde forse per sempre.

 

Intanto non potevo levarmi a vedere dov’ero caduto

 

Intanto non potevo levarmi a vedere dov’ero caduto e tutta la giubba s’inzuppava di sangue. Qualche soldato m’era restato vicino. Sentivo un correre, un gridare sopra di me, dietro di me. ‘Qualcuno, fasciatemi la mia spalla’: mi veniva alla bocca una voce modulata che mi meravigliava. Il braccio mi s’era stravolto dietro la spalla, e girando il capo vidi la mano che dietro si moveva, come un cagnolino. Un soldato maldestro tirò fuori il coltello per tagliare via la manica alla giubba. Fu un martirio. Mi pioveva sulla spalla nuda. ‘Adesso prendimi questa mano e dammela’ : bisognava dirgli tutto. II soldato mi dette il mio braccio stronco: con la mano buona mi presi l’altra poverina rovesciata, che anche lei stringeva. ‘Animalone, che non sai fare’: chiacchieravo e recriminavo, recitavo una parte burlona ch’era più forte di me. I soldati non mi badavano. Il mio cerusico seguitava a tagliare e stracciare: poi cominciò a fasciarmi con una garza sporca. Io non volevo, poi volevo, poi ne dissi tante. Era una cosa straordinaria quanto gusto ci mettevo a chiacchierare con quel pover’uomo che batteva i denti. Perdetti tutte le forze che mi facevano ancora un soldato, appena trovai due portaferiti con una barella già bruna di sangue altrui. Il mio male s’aggravò di questa immensa miseria d’essere portato. Mi stesero una mantellina sul capo, e via di trotto per una strada dove sibilavano tutte le fucilate morte dalla cima del monte. Trotta e trotta, quando mi poggiarono al suolo e levarono la mantella di sul capo, mi vidi sotto un grande arcone oscuro, stillante d’umidità, tra molte altre barelle dalle quali si levavano gemiti, rantoli, e preghiere furenti. L’ultimo colpo alle energie del ferito lo danno il viso e gli occhiali del medico. II potersi rimettere in altrui e sentirsi in buone mani, state pur certi che fanno rinascere in breve ora le perdute esigenze di borghese. Ci si lascia spogliare e carezzare come bambini: ci s’aggrappa a una mano che porge una tazza d’acqua o di marsala con la furia di chi non vuole più lasciarla andare. Poi si ricade assopiti. Questa volta mi fasciarono per bene braccio collo e spalla senza economia di garza. Poi sulla garza mi cucirono un cartello con le notizie della ferita. Adesso veramente il cannone dava un gran fastidio a sentirlo.

 

Porta perciò lettore pazienza, e leggi senza prevenzioni

 

A che titolo dunque tornare a mettere in circolazione questi capitoletti così disorganici, scritti con tanta fretta, certamente pieni di ripetizioni, e qualche volta guastati in vista delle obbiezioni della censura? Non mi sono provato di chiedere consigli a nessuno per la paura di non saperli o volerli poi seguire.

 

Buttiamo allora tutto a mare!

 

Eppure, eppure rileggendo ancora una volta quello che avevo scritto in quel terribile millenovecentodiciassette m’accadeva di passare sopra agli scrupoli dello scrittore sfiduciato e di badare semplicemente alle cose dette, che per quanto male dette hanno qualche impronta del vero, di quei luoghi, di quelle strade, di quelle giornate che la fantasia dolente rivede oramai come tutte patinate d’oro. Leggendomi, qualche volta mi pareva di rivivere nei diletti paesi abbandonati. Questa cara illusione ha finito col fare indulgente me verso me: e in fretta, alla belle e meglio, ho insomma deciso, messe da parte le vergogne, di raccogliere questo libro se non altro per amore di quello che la disgrazia di Caporetto ne tolse. Mi son detto: Se trovo un lettore disposto a mandarmene buoni i difetti, il libro, in sé stesso, per quel che tratta, non può riuscire antipatico. Porta perciò lettore pazienza, e leggi senza prevenzioni. G. Titta Rosa  scrisse:

 

“Antonio Baldini, nato a Roma il 10 ottobre 1889. Dal maggio al novembre 1915 fece l’ufficiale, e fu ferito sul Carso. E’ stato uno dei fondatori della Ronda. Ma stancatosi presto di stare in compagnia, riparò in Alta Slesia, commissario di carboni per conto dell’Italia. Non manda corrispondenze ai giornali” ( G. Titta Rosa, “Antonio Baldini”, in Narratori contemporanei).

 

 

Fonti

 

Antonio Baldini, Nostro Purgatorio, Milano, Fratelli Treves, 1918, pp. 1-3,  9-10,  14-16,  187-189, 77-82, 6-7.

 

Piero Pancrazi, “Antonio Baldini”, in Ragguagli di Parnaso, Firenze, Vallecchi, 1920,  p. 143.

 

G. Titta Rosa, “Antonio Baldini”, in Narratori contemporanei, Milano, Il Primato Editoriale di Guido Podrecca & C., 1921, p. 35.

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