Riflessi del “primo” Welfare: dalla Poor Law alla disoccupazione di massa

Nell’articolo precedente (La Logica Nuova e gli intralci dell’integrazione europea) sostenevo che l’Ottocento in economia “gode tuttora di ottima salute”. I riflessi dell’Ottocento anche profondo sui metodi attuali di governo delle società risultano evidenti a un’analisi anche non particolarmente approfondita in  tema di Welfare. La Poor Law fu emanata in Inghilterra nella prima metà dell’Ottocento (1834) e indubbiamente segnò una svolta epocale rispetto a tutti i secoli della  storia politica e sociale d’Europa: ciò è assolutamente incontrovertibile.

Il problema che qui ci poniamo è però quello di indagare con quali intenti essa fu promulgata. In ciò ci viene in soccorso Robert Pinker (1). Nell’Inghilterra del tempo si era assolutamente lontani anni luce dal concetto di “Stato assistenziale”, con la conseguente negazione delle “leggi del mercato”. A quel tempo, il nodo del problema era sempre e comunque il lavoro, per cui, asseriva Pinker , “the normative doctrines of political economy defined work roles at the center of human activity” (p. 56); e “the central authority was to intervene in social affairs in order to enforce the free play of market forces” [ le dottrine normative dell’economia politica avevano dato al lavoro il ruolo centrale nell’attività umana; e l’autorità centrale  interveniva nelle questioni sociali al fine di far rispettare il libero gioco delle forze di mercato ]  (2).

Cosicché il ruolo primario e assoluto della Poor Law non fu tanto quello di aiutare gratis et amore Dei quelli che  potremmo definire gli inabili al lavoro con annessi e connessi (vecchiaia e deboli in generale), ma, essenzialmente coloro che Pinker  definì con espressione felice gli able bodied paupers , cioè i poveri in grado di lavorare. La Poor Law andò quindi a enfatizzare il ruolo  dei poveri in una società di free market. Pertanto essi erano costretti ad accettare le “occasioni” che il mercato loro offriva, mentre gli inabili al lavoro costituirono per la Poor Law un mero “accidente” da non prendere neppure in considerazione:

“All other […] sentiments and needs were supplementary to the status of work”  [Tutti gli altri sentimenti e bisogni erano accessori rispetto allo status lavorativo] (3).

In conclusione, la funzione della Poor Law era volta a garantire un reddito non attraverso un atto di assistenzialismo, ma con l’inserimento degli able bodied paupers  nelle attività produttive, poiché lo spirito della legge era  innervato sul concetto che la dignità dell’individuo deriva dalla sua capacità di lavorare:

“The able bodied paupers could be driven back onto the labour market where, according to the laws of political economy, employment and the recovery of personal dignity were awaiting them” [I poveri capaci di lavorare potrebbero essere quindi riproposti sul mercato del lavoro dove, secondo le leggi dell’economia politica, l’occupazione e il recupero della dignità personale li stavano aspettando ] (4).

Ora, non credo sia proprio operazione funambolica individuare per umbras  relazioni tra lo spirito della Poor Law di ottocentesca memoria e quello dell’attuale e arci-dibattuta vexata quaestio del “reddito di cittadinanza”, che assicurerebbe, a quanto si dice in vulgata,  un reddito minimo previa accettazione di qualsiasi occasione di lavoro offerta dal mercato. Ciò, in buona sostanza, bypasserebbe il cosiddetto “assistenzialismo di Stato”, salvaguardando nel contempo le arci-note regole del mercato. Inoltre,  Pinker  sottolineava come, in primis, la Poor Law aveva lo scopo fondamentale di diminuire il numero  dei “gruppi” in chiaro stato di povertà, riducendo la disoccupazione di massa (“The aims of social welfare under these circumstances should be to focus selectively upon a residual and declining minority of needy groups) [Gli obiettivi del Welfare in queste circostanze sarebbero dovuti essere quelli di focalizzarsi in modo selettivo su una minoranza residua e ottenere una diminuzione dei gruppi sociali in stato di bisogno] (5);  in secundis, di legittimare ancor più se bisogno ancor ce ne fosse l’economia di mercato; nonché, in tertiis,  di ridare fiato e prosperità alle industrie inglesi. Il tutto, però, avverte Pinker,  si sarebbe potuto ottenere soltanto attraverso sanzioni e penalità efficaci nei confronti di quanti avessero posto un gran rifiuto alle sunnominate “occasioni di lavoro”:

“The market could offer its rewards and incentives only if its sanctions and penalties were allowed to take effect. The Poor Law was as essential to the industrial prosperity of Britain as its factories, mills, coal-mines and ports” (p. 66) [ Il mercato potrebbe offrire relativi premi e incentivi solo se le sanzioni e le penalità avessero avuto effetto  […] La legge sui  poveri era essenziale per la prosperità industriale della Gran Bretagna,  come  per fabbriche, mulini, miniere di carbone e porti  ] (6).

Le occasioni offerte agli able bodied paupers non potevano quindi essere rifiutate, se non a prezzo di pesanti penalties: soltanto così, dunque, il reddito era loro assicurato. I “riflessi” dell’ottocentesca legge inglese della Poor Law sembrano a mio avviso tutt’altro che aleatori sull’attuale e ventilato progetto di “reddito di cittadinanza”, che, al pari della Poor Law, salva in tutto e per tutto le “leggi del mercato”. Una simile prospettiva  nulla sembrerebbe avere a che fare con l’ “assistenzialismo”, e  invece parrebbe  rispondere al grande tema sempre attuale della disoccupazione, rinverdendo altresì lo spirito keynesiano che, come si sa, intendeva rispondere alla questione della disoccupazione “anche” attraverso investimenti pubblici. L’ipotesi non sembrerebbe, almeno teoricamente,  del tutto impraticabile, anche se oggi da diverse parti s’invoca, contra, la forza incoercibile dell’attuale (im)possibilità della nostra economia. Premesso che in politica, per conseguire determinati fini, occorrerebbe quella che potremmo definire una concordia ordinum, si nota invece oggidì una fortissima divaricazione tra le più variegate volontà che costituiscono l’attuale panorama politico italico. La ragione dell’ ostilità degli industrial leaders (l’espressione è di Michael Kalecki) sia nei confronti  delle eventuali “occasioni” offerte ai moderni able bodied paupers sia degli investimenti pubblici ce la spiegò tanti e tanti anni or sono Michael Kalecki  (7), in una conferenza tenuta alla Marshall Society di Cambridge nel 1942 e poi pubblicata sulla rivista The Political Quarterly nel 1943:

“The reasons for the opposition of the industrial leaders to full employment achieved by government spending may be subdivided into three categories: (i) dislike of government interference in the problem of employment as such; (ii) dislike of the direction of government spending (public investment and subsidizing consumption); (iii) dislike of the social and political changes resulting from the maintenance of full employment.” [ I motivi dell’opposizione dei leader industriali alla piena occupazione col ricorso  alla spesa pubblica possono essere suddivise in tre categorie: (i) avversione per l’interferenza del governo sul problema dell’occupazione in quanto tale; (ii) avversione per un governo di spesa (investimenti pubblici e sovvenzione ai consumi); (iii) avversione  per gli eventuali mutamenti sociali e politici derivanti dal mantenimento della piena occupazione] (8).

Senza diffondermi ulteriormente sulle argomentazioni dell’ottimo Michael Kalecki , egli va a concludere che tutto sommato, per gli industrial leaders, è di gran lunga meglio andare avanti coi sussidi piuttosto che con gli investimenti pubblici: almeno i sussidi, sotto un certo punto di vista (quello cioè degli industrial leaders)  hanno questo di positivo: non interferiscono in modo alcuno con le  “leggi del mercato”. Michael Kalecki  ne traeva la seguente conclusione:

“One might therefore expect business leaders and their experts to be more in favour of subsidising mass consumption (by means of family allowances, subsidies to keep down the prices of necessities, etc.) than of public investment; for by subsidizing consumption the government would not be embarking on any sort of enterprise. In practice, however, this is not the case. Indeed, subsidizing mass consumption is much more violently opposed by these experts than public investment. For here a moral principle of the highest importance is at stake. The fundamentals of capitalist ethics require that you shall earn your bread in sweat—unless you happen to have private means.” [ Ci si aspetterebbe quindi che gli imprenditori e i loro esperti siano più favorevoli a un consumo di massa sovvenzionato (per mezzo di assegni familiari, sovvenzioni per tenere bassi i prezzi di prima necessità, ecc.) rispetto agli investimenti pubblici; in fondo, pur sovvenzionando il consumo,  il governo non avrebbe avviato  alcun tipo d’impresa. In pratica, tuttavia, non è questo il caso. Infatti, la sovvenzione al consumo di massa è molto più  decisamente avversata  da questi esperti di investimenti pubblici. Un principio morale della massima importanza è qui  in gioco. I fondamenti dell’etica capitalista richiedono che ci si deve guadagnare il pane col sudore,  — a meno che non vi capiti di possedere cospicui mezzi privati  ] (9).

Indi Michael Kalecki  non si privava d’altra battuta salace:

“Their class instinct tells them that lasting full employment is unsound from their point of view, and that unemployment is an integral part of the normal capitalist system.” [ Il loro ( degli industrial leaders) istinto di classe suggerisce ai suddetti che una piena occupazione di lunga durata è poco convincente dal loro punto di vista, e che la disoccupazione fa parte integrante del normale sistema capitalistico] (10).

Sarà una mia errata impressione, ma mi sa che ci dev’essere qualcosa di vero in quello che Kalecki andava dicendo in quell’ormai lontano 1943, quando, credo involontariamente, anche col discorso sul “pane e sudore”, frutto del lavoro, riprendeva l’aspetto più qualificante dello spirito operoso dell’ottocentesca Poor Law.

Ma al di là di battuta, è un fatto che le tesi ventilate da Kalecki  hanno suscitato negli anni più vicini a noi un interesse notevolissimo. R. Frish e H. Holme , che hanno curato un’edizione critica dell’articolo di Kalecki, corredandolo di preziose note biografiche ed esplicative, in una  di queste sottolineavano come il lavoro di Kalecki  avesse conosciuto una sorta di eclisse subito dopo la seconda guerra mondiale, allorché non era il caso di parlare di piena occupazione, datosi che l’occupazione in quegli anni fu “piena” in virtù della ricostruzione dopo la guerra. (11). Ma a partire dagli anni ’70 il problema della disoccupazione è diventato un elemento costante nelle società sviluppate,  cosa che spiega il motivo del rinnovato interesse per l’articolo di Kalecki , il quale, tra le altre cose, scrisse un qualcosa su cui potremmo trovare vari motivi d’interesse:

“In  the  current  discussions  of  these  problems  there  emerges   time  and  again  the  conception  of  counteracting  the  slump  by  stimulating private investment.  This  may  be  done  by  lowering  the  rate  of  interest,  by  the  reduction  of  income  tax,  or  by  subsidising  private  investment  directly  in  this  or  another  form.  That  such  a  scheme  should  be  attractive  to  business  is  not  surprising.  The  entrepreneur remains the medium through which the intervention is conducted. If he does not feel confidence in the political situation he will  not  be  bribed  into  investment.  And  the  intervention  does  not  involve    the    Government    either    in    playing    with    (public)    investment or wasting money on subsidising consumption.” [Nell’ambito delle attuali discussioni su questi problemi emerge ripetutamente la concezione di contrastare la crisi  stimolando gli investimenti privati.  Questo può essere fatto abbassando il tasso d’interesse, con la riduzione dell’imposta sul reddito o con sovvenzioni agli investimenti privati direttamente o in qualche altra forma.  Non costituisce sorpresa che un tale programma dovrebbe essere molto attrattivo per il mondo  degli affari. L’imprenditore resta pur sempre il mezzo attraverso il quale l’intervento è condotto. Ma se questi non ha fiducia nella situazione politica,  non accetterà di investire. E l’intervento non coinvolgerà il governo sia nel gioco dell’investimento (pubblico) sia nello spreco di denaro col sussidio al consumo] (12).

Ora, se c’è oggi da noi un qualcosa che non manca, è proprio la sfiducia nella situazione politica; né quello che a me parrebbe il ripescaggio ammodernato della Poor Law e annessi sembra abbia sollevato collettivi gaudii et peana alla camaleontica vitalità della storia sociale del continente europeo.

 

Note

1)      Robert Pinker, Social Theory and Social Policy, London, Heinemann Educational, 1971.

2)      Ivi, p. 56 e p. 59. Traduz. Mia.

3)      Ivi, p. 56.

4)      Ivi, p. 59.

5)      Ivi, p. 99.

6)      Ivi, p. 66.

7)      Michael (o Michaᴌ) Kalecki, “Political Aspects of Full Employment”, in The Political Quartely, Vol. 14, issue 4, 1943, pp. 322-331.

8)      Ivi, p. 324. Traduz. mia.

9)      Ivi, pp. 325-326.

10)    Ivi, p. 326.

11)    Ragnar Frish-H. Holme, “Notes to Political Aspects …”, in Collected Works of Micha Kalecki, Edited by Jerzy Osiatynski, Translated by Chester Adam Kisiel, Oxford, Clarendon Press, 1998, Vol. I, p. 573 nota I.

12)    Michael Kalecki, Political Aspects of Full Employment, cit., p. 328.

 

 

 

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