Rimbaud, i Suprêmes Savants , e qualche “battuta” di Leopardi

“Physiquement, Arthur était alors un garçonnet plutôt frêle, au visage ovale, pale […] Le front se développait haut et large […] L’impression générale qu’il donnait était celle d’un enfant bien sage, tout timide, rougissant pour un rien et retenant cependant l’attention par ce qu’il émanait de précoce intelligence et de tendre mysticisme » [Fisicamente, Arthur era a quell’età un giovinetto piuttosto gracile, dal viso ovale, pallido […] La fronte si sviluppava alta e larga […] L’impressione generale che dava era quella d’un ragazzino di molto buon senso, tutto timido, che arrossiva per un nonnulla e che tuttavia catturava l’attenzione per ciò che egli promanava d’intelligenza precoce e di tenero misticismo] (1).

Così un biografo descriveva le fattezze giovanili e il carattere di Rimbaud.

Se si osservano i ritratti di Rimbaud sulle copertine  dei libri che raccolgono i suoi versi, ci si accorge che, invariabilmente, appare quello che lo ritrae in età giovanile, adolescenziale.  M’è capitato assai raramente di vedere un’immagine  di Rimbaud, diciamo così, da vecchio. Qualcuno potrebbe eccepire che sarebbe un po’ difficile scontrarsi con un ritratto di Rimbaud da vecchio, soprattutto perché egli morì ad appena trentasette anni. Comunque sia, neppure un ritratto di Rimbaud trentenne o giù di lì è facile a scovarsi (2). L’immagine di Rimbaud che incontra il lettore è, dunque, sempre, e sempre ancora,  quella del Rimbaud giovane se non giovanissimo. Ritengo sia giusto così, perché tutta la poesia di Rimbaud riflette l’animo e l’attitudine mentale di un adolescente.

“La vision de la justice est le plaisir de Dieu sol”[ La visione della giustizia è prerogativa soltanto di Dio]; e “Il me sera loisible de posseder la verité dans un ame et un corps” [Un giorno potrò possedere la verità in un’anima e in un corpo], sono espressioni che troviamo nell’ultima pagina di Une Saison en Enfer (3), e ci indicano  la strada maestra per connetterci intellettualmente con la poesia di Rimbaud  il giovane, il quale forzò non solo la sua mente, ma anche il suo “corps” oltre certi limiti pur di raggiungere l’inconnu. La tensione  del giovane Rimbaud sembra dunque volgersi essenzialmente lungo due direttrici principali: la “justice” e la “verité”. A uno sguardo giovanile, intelligente e disincantato, l’approdo cui giunge Rimbaud il giovanissimo è uno solo: non esiste in “questo” mondo, né justiceverité. Ora, non era possibile che Rimbaud l’adolescente si potesse  acconciare ad accettare una “mezza” justice e una “mezza” verité di cui la società del suo tempo (e non solo) era capace, anche, e soprattutto perché egli asseriva di averle viste e addirittura possedute, sia pure per un istante,  verità e giustizia: “Et dire que je tiens la vérité, que je vois la justice” [E dire che posseggo la verità, e vedo la giustizia]  (4). Se non ci si accontenta né di una mezza giustizia né delle mezze verità il risultato è uno solo: la ribellione verso la società e il monde, révolte che per Rimbaud fu sì esclusivamente “intima”, ma  l’esclusione da società e monde diventò inevitabile:

“Ma vie n’est pas assez pesante, elle s’invole et flotte loin au-dessus de l’action, ce cher point du monde” [La mia vita non è poi così pesante, perché s’invola e fluttua lontano, al di là dell’azione, questo punto così caro al mondo]  (5).

Poiché la sua evasione  dal monde, non è rivoluzionaria  né tantomeno politica, per nulla concretizzantesi cioè nella mondana action  collettiva (Je ne puis comprendre la révolte [Non capisco proprio la rivolta] (6), essa s’ invola, come l’albatros di Baudelaire, “oltre” il monde, e lungo cioè la direttrice dell’ ideal. La ricerca dell’ ideal e di un “proprio” monde diventa pertanto il fulcro della poesia di Rimbaud; e costituisce la “spinta” verso una poesia moderna, che si propone  lo scopo di superare i confini del monde per raggiungere terre sconosciute, ove sussistono sia una justice sia una verité non relative, ma assolute.

I sistemi di Rimbaud per giungere a cotanto obiettivo furono  due. Il primo fu  viaggiare, abbandonando per sempre la “vecchia” Europa (quitter l’Europe), per mondi più innocenti e incontaminati, “primitivi”. Sia il “progres” sia la  science, “la nouvelle noblesse” dell’Europa (7), lanciata verso le “magnifiche sorti e progressive” non l’affascinano per nulla, anzi;  l’altro, un po’  più intrigante, e allora praticato soltanto da una élite di intellettuali iper-modernisti: l’uso dell’alcool e della droga per forzare il corps a raggiungere mondi “altri”, e, con essi,  una poesia  moderna. Ora, per quanto riguarda il secondo punto, è evidente che per Rimbaud la poesia, sferzata anche dall’uso di droghe, consegue orizzonti conoscitivi , addirittura  “creazionali”,  pressoché divini, preclusi a quanti s’accontentano di vivere in “questo” monde, tra una mezza justice e mezze verités. Rimbaud il giovane addirittura avrebbe preteso  di fondare  una nuova lingua atta ad esprimere il nouveau monde, una lingua che diverrà universale; e la rivoluzione  comincerà dalle particelle minime della lingua stessa: le vocali:

“J’inventerai la couleur des vojelles! A noir , E blanc, I rouge, O bleu, U vert »  (8). Tanta tensione inventiva  nel giovanissimo  Rimbaud individua il Maestro di cotanta fatica creativa in Baudelaire, ammiratissimo da Rimbaud, il quale si ricordava certamente le parole del Maestro:

Nous voulons, tant ce feu brule le cerveau,

Plonger au fond du gouffre, Enfer ou Ciel, qu’importe?

Au fond de l’inconnu pour trouver du nouveau! (9).

Baudelaire era, per Rimbaud, « il primo veggente,  re dei poeti, un vero Dio »  (10); e grazie a Lui, anche Rimbaud, s’era infine riconosciuto poeta. Quasi parafrasando la poesia del Maestro poc’anzi citata, Rimbaud proclamava urbi et orbi:

“ Il s’agit d’arriver à l’inconnu par le dérèglement  de tous les sens. Les souffrances sont énormes, mais il faut être fort, être né poète, et je me suis reconnu poète »  (11). Cioè, sono nato poeta e mi sono riconosciuto poeta,  perché ho raggiunto l’inconnu; ergo,  sono alfine riuscito a scoprire, alla Baudelaire, del  nouveau . Poi Rimbaud aggiunge una frase che ha fatto e fa a tutt’oggi discutere: Je est un autre. Su questa espressione (Io è un altro) ci si sono cimentati  sociologi, filosofi, psicanalisti, letterati e storici, ciascuno ricavando da essa i “sensi” i più diversi e disparati.  Come si diceva, le asserzioni di Rimbaud sembrano la parafrasi del concetto espresso da Baudelaire, e cioè che occorre arrivare  Au fond de l’inconnu pour trover du nouveau!  Però, per arrivare a tanto,  il “suo” io è diventato un “altro” io, diverso, più largo, e quindi capace d’intendere di capire cose “altre” e nuove, che il vecchio io non avrebbe mai e poi mai saputo carpire. A Rimbaud era un po’ accaduto ciò ch’era occorso al legno, che a un certo punto s’era accorto (e tanto peggio per il legno) d’essere diventato violino.  Traducendo il Je est un autre,

Rimbaud avrebbe cantato:

[il mio]  Io  è [diventato] un altro io, giacché è pervenuto alla scoperta dell’inconnu e del nouveau.

Insomma, siamo alla totale metamorfosi di un piccolo io che si trasforma in un Grande Io, addirittura in un divino io-penso capace non soltanto di  alta poesia,  ma dotato di energia demiurgica, in grado cioè di creare mondi nuovi.

Rimbaud, a un certo punto, si scopre essere un Io-Penso-che-Sono Pensato-Dunque-Creo nel momento in cui enuncia un altro importante assioma della sua metamorfosi:

« C’est faux de dire: ‘Je pense’; on devrait dire ‘on me pense’” [“E’ assolutamente falso dire : ‘Io penso’ ; si dovrebbe dire ‘Mi si pensa’ » (12) .

L’ io penso dunque sono di Cartesio va ormai strettino al giovane Rimbaud, il quale invece  ormai  “sa” di essere un “io” pensato: ma da chi? Mi sembra evidente: da un più Grande Io (material-spiritual-energetico, non si sa), il quale, pensandolo, lo renderebbe consapevole, facendolo anche suo, diciamo così, co-produttore nella creazione di mondi nuovi. Rimbaud si fa dunque Suprême Savant dell’inconnu attraverso una lingua “nuova” che perde tutti i significati pratici cui siamo (e tanto peggio per noi!) abituati e, sciaguratamente, devoti.

Baudelaire, uomo di vastissime esperienze culturali, conosceva Leopardi. Rimbaud no. Ora non saprei se il “mi si pensa” adolescenziale del giovane Rimbaud avrebbe sofferto nel sapere che, a suo tempo, un altro poeta, morto anch’egli molto giovane, appena trentanovenne, la pensava più o meno allo stesso modo in fatto e di poesia, e di mondo, e, persino  di progresso. Anzi, potremmo dire che se c’era qualcuno che lo aveva pensato “prima ancora” ch’Egli cominciasse a pensare, questi era proprio Leopardi.

Diceva dunque Leopardi:

“La lirica si può chiamare la cima, il colmo, la sommità della poesia, la quale è sommità del discorso umano” . Aggiungendo, di seguito, una stoccata ai poeti francesi: “Però i Francesi, che sono rimasti molte miglia indietro del sublime nell’epica, molto meno possono mai sperare una vera lirica”. Leopardi è giustificato per codesto severissimo giudizio, non avendo conosciuto, per ragioni del tutto ovvie, Rimbaud  (13).

Restando poi in tema di pensiero pensato da qualcun  altro, non sarà disdicevole, in cotanto e sì sublime contesto,  ricordare che anche Leopardi si cimentò sullo spinoso tema, asserendo che anche

“la materia può pensare, la materia pensa, e sente” (14).

E nella sua scoperta dell’ “arido vero”, Leopardi, parlando del Vesuvio e delle terribili forze della natura, annotava come “dipinte in queste rive/ son dell’umana gente/ le magnifiche sorti e progressive”. E “qui mira e qui ti specchia/ Secol superbo e sciocco” (La Ginestra). Come per Rimbaud, il problema principale di Leopardi fu quello di  scappare: il primo dall’Europa; l’altro, più modestamente, da Recanati.  Certo è che tutt’e due erano pervasi da un’ansia di nomadismo che li  avrebbe  condotti, entrambi, nell’atto creativo,  alla effettiva visione di un mondo altro. Si trattava però soltanto di un attimo, poi si ripiombava nel monde. E’ interessante il fatto che per Rimbaud la cosa non  costituisse un problema: l’importante, per Lui, era aver veduto:

Il poeta “arrive à l’inconnu et quand, affolé, il finirait par perdre l’intelligence de ses visions, il les a vues! »  (15). Il poeta dunque giunge al fine all’ignoto, e quando, come tramortito e sconvolto, perderà la cognizione stessa delle sue visioni, almeno potrà dire: Le ho viste!

La conclusione potrebbe essere interpretata come  magra consolazione,  ma Rimbaud ci incalza viepiù, asserendo di non scoraggiarci, perché, dopo di Lui, sarebbero arrivati altri e altrettanto  Orribili Esploratori dell’Ignoto:

“Viendront d’autres horribles travailleurs: il commenceront par les horizons où l’autre s’est affaissé”  (16).

Verranno, dunque, altri orribili , vale a dire, mostruosi, straordinari viaggiatori dell’ignoto, che riprenderanno da dove Lui, Rimbaud, aveva lasciato. L’immagine del “mostruoso viaggiatore” è veramente potente, straordinaria anch’essa, come il viaggiatore, e il Poète Voyant.

Tuttavia, verrebbe da chiedere al giovanissimo e geniale Rimbaud:

“Ammesso che un qualche horrible viaggiatore fosse riuscito a salvarsi, nonostante un viaggio distruttivo (in francese: voyage destructeur) probabilmente a bordo d’uno sconquassato  battello ubriaco o ebbro (più nobilmente, Bateau ivre), sopravvivendo e agli scogli e ai marosi,  che ci sarebbe venuto a fare in questo monde  se la sua révolte restava esclusivamente privata (in francese: privée), e, per di più, espressa in una lingua talmente criptica e avanguardistica per cui nessuno avrebbe capito un bel niente di niente riguardo un inconnu che, per le ragioni appena dette, era dunque predestinato a rimanere tale; e cioè, sempre e rigorosamente inconnu?”.

Se, al contrario,  di orribile viaggiatore in orribile viaggiatore,  si fosse giunti  alfine a portare in questo monde un qualcosa di collettivamente usufruibile alla creazione di un monde più decente, forse il viaggio avrebbe avuto un qualche senso. Leopardi, pessimista per antonomasia, anche nel secondo caso, avrebbe comunque dubitato fortemente  che certe Illuminations, sia pur frutto di “geni straordinari” (in francese:  Suprêmes Savants), potessero, appunto,  essere “ridott[e] a frutto”, e cioè risultare alla fine “utili” per qualcuno :

“Questi geni straordinari, penetrano in certi misteri, in certe parti della natura così riposte; scuoprono e vedono tante cose, che la stessa copia e profondità delle loro concezioni, ne impedisce la chiarezza tanto riguardo a essi stessi, quanto al comunicarle altrui; ne impedisce l’ordine, insomma vince le loro stesse facoltà, e non è capace, cagione dell’eccesso, di essere determinata, circoscritta, e ridotta a frutto”. A dire il vero, e chissà perché, Leopardi  i geni non li sopportava proprio, perché, a Suo dire,  “il troppo, spesse volte è padre del nulla”  (17); e il genio è “figlio assoluto dell’assuefazione”:

“Non esiste genio in natura, cioè non esiste (se non forse come singolarità)  nessuna persona le cui facoltà intellettuali siano per se stesse strabocchevolmente maggiori delle altrui. Le circostanze e le assuefazioni col diversissimo sviluppo di facoltà non molto diverse, producono la differenza degl’ingegni; producono specialmente il genio, il quale appunto perché tanto s’inalza sull’ordinario (il che lo fa riguardare come certissima opera della natura); perciò appunto è figlio assoluto dell’assuefazione ec. (7 Settembre 1821)” (18).

Chiedendoci a chi fosse assuefatto Rimbaud, potremmo asserire senza particolari ambagi ch’Egli era “figlio assoluto dell’assuefazione” a Baudelaire, a sua volta fonte frequentatissima, primaria e secondaria, del giovanissimo Rimbaud:

“Baudelaire était son précurseur absolu” [Baudelaire era il suo precursore assoluto], scrisse  Ji Seon Park  (19).

Se il giovanissimo Rimbaud potesse oggi ribattere,  visto come corrono le cose del monde,  non credo avrebbe ragioni sufficienti per prendersela seriamente con Leopardi. Penso invece ch’egli avrebbe ottimi motivi per redarguire severamente gli horribles travailleurs venuti dopo di lui, i quali, così, a colpo d’occhio, non sembra proprio abbiano fatto un buon lavoro, né a livello personale né tantomeno collettivo, a ulteriore riprova che i Suprêmes Savants,  nel grande gioco dei persuasori occulti, occupano ancora e ancora, tanto per usare una metafora calcistica, l’ultimo posto nella classifica dei marcatori.

 

Note

1)      Paterne Berrichon, Jean-Arthur Rimbaud. Le Poète, Paris, Mercure de France, MCMXII [1912], p. 32.

2)      Ho visto qualche foto nel volume curato da Beyaz Arif Akbas, The Quiet Life. A Collection of Photos and Drawings of Arthur Rimbaud, Yalnizgoz Books/Edirne, 2011, pp. 82-83.

3)      Arthur Rimbaud, “Adieu”, in Oeuvres Complète d’Arthur Rimbaud, Une Saison en Enfer, Editions de la Banderole, MDCCCCXXII [1922], p. 47.

4)      Ivi, Nuit de l’Enfer, p. 18.

5)      Ivi, Mauvais sang, p. 15.

6)      Ivi, Mauvais sang, p. 8.

7)      Ivi, Mauvais sang, p. 9.

8)      Ivi, Alchimie du verbe, p. 28.

9)      Charles Baudelaire, « Femmes damnées », in Les Fleurs du mal, Paris, Poulet-Malassis et De Broise, 1857, LXXXI, p. 195.

10)    Lettera a Paul Demeny del 15 maggio 1871, in Gérald Schaeffer, Lettres du voyant : 13 et 15 mai 1871, editées et Commentées par  Gérald Schaeffer, Genève,  Librarie Droz, 1975,  p. 143.

11)    Ivi, p. 163.

12)    Ivi, p. 113.

13)    Pensieri di varia filosofia e di Bella Letteratura, di Giacomo Leopardi, Firenze, Successori Le Monnier, 1898, Vol. I, p. 339.

14)    Pensieri di varia filosofia e di Bella Letteratura, di Giacomo Leopardi, Firenze, Successori Le Monnier, 1900, Vol. 7 e ultimo, p. 191 (4251-4252).

15)    Gérald Schaeffer, Lettres du voyant …, cit., p. 137.

16)    Ivi, p. 137.

17)    Pensieri di varia filosofia e di Bella Letteratura, di Giacomo Leopardi, Firenze, Successori Le Monnier, 1899, Vol. III, p. 362 (1776).

18)    Ivi, p. 286  (1648).

19)    Ji Seon Park, La langue alchimique: analyse stylistique dans les œuvres de Rimbaud, Presses universitaires de Septentrion, 2002,   p. 18.

 

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