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I Romani, i giorni fortunati, e i misteri della tradizione dell’antica Roma

ottobre 22, 2016

Filologia Latina

Calendario romano

I romani erano un popolo molto superstizioso; molti eventi storici lo dimostrano, tanto che essi non si peritavano neppure di cambiare i nomi di quelle località che suonavano “malauguranti”.  “Maleventum”, trasformato in un magnifico “Beneventum” costituisce un caso classico ed una prova inconfutabile della superstizione degli antichi romani.

Ma una prova ancora più significativa di questo fatto è costituita dal Calendario romano. Nel calendario i giorni del mese furono riuniti in gruppi di otto: A, B, C, D, E, F, G, H seguiti dalla sigla “Kal”, che indicava le “Kalendae”, così nominate per il fatto che, in questo giorno, i sacerdoti romani “convocavano” il popolo. Il verbo usato era infatti “calare”, ossia “vocare” (chiamare). Il dato curioso è però costituito dal fatto che ogni benedetto giorno era anche contrassegnato da altre sigle, quali “F”, ed “N”.

Se il giorno era “F”, significava che era “Faustus”, ossia “favorevole” per ogni “azione”, personale e pubblica. Come spiegò dottamente Ovidio nei “Fasti” (I, 48), “Faustus erit, per quem (diem) lege licebit agi”, ossia il giorno in cui era lecito (e propizio) amministrare la giustizia.

Ma se, putacaso, il giorno era contrassegnato con una “N” secca, quello era un giorno “nefasto” per qualsivoglia attività: “Ille nefastus erit”, sentenziava inappellabile Ovidio ( Fasti, I, 47). Diciamo che a febbraio, almeno per la prima quindicina del mese, era opportuno starsene a letto senza far niente, perché “tutti” i giorni della prima metà di febbraio erano “N”, nefasti, tranne il 5 (D, del primo gruppo di otto giorni) e il 13 (D, del secondo gruppo), che erano contrassegnati con “NP”. Qui (il 13) cadevano le famose “Idi”, termine di probabile origine etrusca che significherebbe “dividere”.

E’ comunque interessante osservare che il giorno “NP” era mezzo buono e mezzo cattivo; nel senso che, per chi andava a lavorare, era un giorno feriale mezzo festivo; cioè, era sì un giorno “nefasto”, ma almeno per mezza giornata smettevi di lavorare. Chi scoprì il significato di questa sigla (NP) fu il grande storico dell’antichità Professor Mommsen, il quale, nelle suo poderoso “Corpus Inscriptionum Latinarum” ( Vol. I, 2, p. 290), ci erudì sul fatto che con “NP” s’indicava un “Dies Nefastus Hilaris”, ovvero un giorno sì nefasto, ma in cui te la potevi ridere un po’ sotto i baffi almeno perché non andavi a lavorare.

Non tutto era comunque perduto se un giorno era contrassegnato con “EN”. La sigla indicava un giorno “endotercisus”, o più volgarmente “intercisus”, vale a dire che, secondo la tradizione varroniana (“De Lingua Latina”, V, 4), il giorno “EN” era “nefasto” al mattino e alla sera; però, insomma, di pomeriggio, nel corso di particolari celebrazioni religiose, ti potevi arrischiare a mettere il naso fuori di casa e farti una passeggiata fino al calar del sole, rientrando poi piuttosto in fretta prima di sera. La cosa è sostanzialmente confermata anche da Ovidio, il quale, sempre nei suoi “Fasti” (I, 50-51), chiosava che “mane nefastus erat” (la mattina buttava male): quindi, di mattina era meglio starsene a letto, cosa che qualcuno (non tutti) poteva probabilmente permettersi ( i soliti fortunati).

Infine, se il giorno era contrassegnato con una “C”, ciò stava a significare che esso era “Comitialis”, sottinteso “dies”, ossia il giorno in cui era lecito convocare i “C-omizi”. Ciò significava che si poteva cominciare a litigare su tutto e su tutti. Concludiamo osservando che, oltre a febbraio, il Calendario romano raccomandava molta prudenza e possibili sonnellini ( prolungati) anche nelle prime decadi di aprile, giugno e luglio.

Ma non sarà che questi antichi romani, con la scusa dei giorni “N” se la prendevano piuttosto comoda?

E non sarà che a Roma il Parlamento attuale s’adagia sul Calendario romano?

Misteri della tradizione dell’antica Roma.

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