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Romanticismo. Europa

aprile 18, 2015

Letteratura

Europa

Umberto Bosco [“Questioni e correnti di storia letteraria”, Marzorati, 1949] sottolineava che si trattasse di definire soltanto temi e motivi del Romanticismo non sussisterebbero soverchi problemi: potremmo, continua il critico, fissare facilmente la data di nascita del movimento, i suoi elementi caratterizzanti (dal rifiuto della mitologia al mito della poesia che sgorga dall’animus popolare).

In effetti, le cose non sono così semplici: il Romanticismo fu un coacervo di contraddizioni, e questo fatto mette in crisi il critico, il quale ben presto si accorge che il movimento manca di una sostanziale univocità di intenti e motivazioni. Codesti caratteri contraddittori sono stati posti in particolare evidenza da Giuseppe Gabetti, curatore della voce “Romanticismo” dell’Enciclopedia Italiana; l’articolo di Gabetti si raccomanda ancora oggi per la capacità di individuare i nodi del problema. Il Romanticismo, afferma il critico, sfugge un po’ a tutte le possibili definizioni, perché talora appare come un movimento rivoluzionario, talaltra come un interprete della volontà reazionaria degli anni della Restaurazione.

Cosa fu insomma il Romanticismo?

Individualismo o esaltazione della vita sociale del popolo? Riscoperta del medioevo e della religione cattolica o movimento moderno? Fatto puramente letterario o momento incisivo della realtà? E’ tutto, come si può vedere, un incalzare di elementi antitetici, che sembrano respingersi l’un l’altro. Prima di tentare di rispondere a questi quesiti, vediamo di riordinare un po’ le idee su quanto appare ormai assodato dalla critica.

Il termine, anzitutto!

Il termine Romanticismo è stato indagato con ricchezza di documentazione da Mario Praz, in un libro molto famoso, “ La Carne la morte e il diavolo nella letteratura romantica”. Romanticismo, sostiene Praz, è termine che fece la propria apparizione in Inghilterra nel 1600, indicando certi caratteri fantastici e irrazionali che si incontravano in alcuni poemi dell’epoca, intrisi di assurdità e fantasticherie, dette, appunto, “romantiche”. In sintesi, tutto ciò che costituiva il parto di una fantasia sregolata veniva qualificato con l’appellativo di Romantico. Nella seconda metà del XVII secolo la parola stette ad indicare il gusto per le scene primitive e selvagge, le foreste, i luoghi solitari. Di qui ne discende il tipico gusto romantico per gli aspetti orridi e selvaggi della natura.

Più tardi, in Germania, “romantico” fu assunto nell’accezione di poesia “magica” ed “evocativa”, dove gran parte aveva la tendenza all’interiorità, all’indefinito: quindi la parola venne associata a concetti quali il suggestivo, il magico e infine il nostalgico: l’espressione suggestiva ed evocativa si contrapponeva alla nitidezza della parola classica. In questo senso, spiega ancora Bosco nel saggio già citato, si fa strada un concetto di poesia intima, lirica, libera espressione dello spirito, che si contrappone a ogni costrizione di tipo linguistico e mitico (di qui, dunque, l’avversione dei romantici per la mitologia).

Portando alle estreme conseguenze il concetto di poesia lirica, che sgorga libera da qualsiasi impaccio, il popolo fu considerato il vero e proprio depositario di poesia ingenua e aurorale: donde l’amore dei romantici per la poesia popolare e la ricerca folcloristica. Sarà questo interesse per il popolo un aspetto importante del Romanticismo italiano.

Il Romanticismo, continua Bosco, è consapevole dell’infelicità umana, donde la predilezione per il dolore; il riso sembrava troppo superficiale. Dal conflitto individuo-natura-società sorgeva nel poeta romantico uno stato di perenne instabilità e scontentezza (il vittimismo), la voluttà del soffrire, la malattia della volontà, l’incapacità di adattarsi e il suicidio.

Ma torniamo ancora a quel groviglio di contraddizioni cui si accennava poc’anzi.

Dicevamo di una sostanziale non univocità di motivi che caratterizzarono il Romanticismo: questo è un dato di fatto incontrovertibile e che occorre tenere ben fermo se si vuole giungere a un inquadramento sufficientemente preciso del fenomeno. Non esistono, per quanto mi consta, studi articolati in modo tale da offrire un quadro complessivo del Romanticismo che tenga conto di tutte le sue possibili varianti; però un discorso molto ricco, puntiglioso e ben articolato è quello che ci offrono i curatori dell’ “Antologia della Letteratura Italiana”, D’Anna, vol.3, di Balestrieri e Pasquali.

Cominciamo dal primo quesito che ci siamo posti: il Romanticismo fu reazionario o rivoluzionario?

Il Romanticismo, scrive Pasquali, nasce in polemica con la ragione dell’Illuminismo cosmopolita, ateo, progressivo, che vedeva il mondo avviato verso un sempre maggiore miglioramento, alla ricerca dell’umana felicità, che si sarebbe potuta raggiungere. Dalla polemica nascono e si sviluppano due strade completamente divergenti: una reazionaria e conservatrice, l’altra progressiva. Al cosmopolitismo si sostituisce il concetto di nazionalità; all’ateismo i valori della religione; alla ragione i valori irrazionali del sentimento; all’attivismo progressivo degli illuministi, la rinuncia all’azione, perché ritenuta incapace di modificare la realtà. Tali concetti sono interpretati dagli scrittori romantici alla luce delle loro convinzioni e delle loro ideologie: cosicché per i conservatori la polemica anti-illuminista si riduce a un semplice salto all’indietro, un ritorno al passato, all’autorità della Chiesa e dello Stato.
Per i romantici progressivi, al contrario nazionalità significava azione, patriottismo, lotta contro ogni conservatorismo per la libertà e l’indipendenza del proprio paese; religione cristiana significava mettere in rilievo quanto di egalitario v’era nel vangelo: quindi, a ben vedere, un’azione propriamente democratica. Da quanto siamo andati dicendo, è evidente che il Romanticismo possiede una doppia anima, una progressista e una conservatrice. La non individuazione di questo aspetto pregiudica notevolmente la comprensione del movimento.

Gli ulteriori quesiti posti da Gabetti (Individualismo contro interesse sociale; medioevo-religione cattolica e modernità; movimento letterario o incisivo sulla realtà) si chiariscono meglio alla luce di quanto siamo andati dicendo finora. E’ indubbio, osserva ancora Pasquali, che la caratteristica dominante del movimento romantico consiste proprio nell’esaltazione dell’individualità: solo che, anche tale concetto è vissuto in maniera diversa dagli scrittori, a seconda, appunto, dell’ideologia che li guida. Si passa così dalla solitaria quanto ripiegata e disimpegnata espressione del proprio io e alla fuga nel sogno, alla posizione contraria di chi, pienamente consapevole della forza della propria volontà e personalità, agisce nel mondo con intenti di civiltà e progresso e si realizza nell’azione eroica nella lotta, ad esempio, per l’indipendenza nazionale.

Lo stesso rivolgersi al passato, alla religione, al medioevo è un tentativo di ritrovare le proprie radici di nazione: una, appunto per istituti e tradizione; per i romantici progressivi rivolgersi al medioevo non significava perciò un salto nel passato, ma un modo per dare forza all’idea di nazione.

Da tutto ciò, si può comprendere come le contraddizioni cui si faceva riferimento sono in sostanza più apparenti che reali: tutto dipese dallo spirito, dalla cultura, dal credo politico con cui i romantici si posero di fronte all’idea di Romanticismo.

Il Romanticismo “originale”, continua Pasquali, sorge in Germania verso la fine del 1700, raggruppando uomini di cultura che si oppongono in maniera netta e decisa alle teorie classicistiche e che fondano la rivista “Athenaeum”. Da questa rivista, diretta dai fratelli Schlegel, presero le mosse un po’ tutti i romantici europei.

Federico Schlegel, nella sue “Lettere sul Romanzo”, dette consistenza ai primi motivi del credo romantico, identificato con quanto in arte è rappresentazione del sentimento coniugato con la fantasia; successivamente egli sostenne che i temi propriamente romantici sono, oltre all’effusione sentimentale e fantastica, il senso dell’infinito e dell’immensità e, per finire, Schlegel vede nel medioevo l’età in cui scaturì genuina e spontanea la poesia dei popoli contemporanei. L’arte, in conclusione, per definirsi romantica e moderna deve essere sentimentale, ricolma di spirito religioso cristiano e, proprio perciò, deve rifuggire da ogni recupero nostalgico della mitologia classica.
Nel difendere il primato del sentimento sulla ragione, i romantici tedeschi affermarono, quasi per diretta conseguenza, il rifiuto di ogni costrizione o regola espressiva: il poeta è assolutamente libero e, in quanto tale, può far uso degli strumenti linguistici che ritiene più adeguati al conseguimento della propria poetica.

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