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Romanzo postmoderno e letteratura dell’ “esaurimento”

dicembre 13, 2016

Schegge di italianistica

postmoderno

 

Un certo tipo di romanzo galoppa vivace oggidì attraverso i campi, un tempo fecondi, della letteratura italiana. Ma andiamo, per un fuggevole momento, su ciò che è ormai “preistoria” del romanzo italiano contemporaneo, ossia a quel periodo che accadde “prima” dell’avvento del post-post-moderno, dove “l’autobiografismo non basta a sostenere il peso dei libri”,  e dove “non esistono che l’io, il qui e l’ora”, a creare ciò che è stata icasticamente definita  “una fase di miseria della nostra storia culturale” (R. Donnarumma, pp. 21-22).

 

Prima che tali fatti accadessero, c’era il postmoderno, e il romanzo italiano postmoderno, che possedeva una sua dignità, anche se da qualcuno, in certi frangenti,  fu etichettato come futile divertissement letterario. Dietro le spalle del nostro romanzo postmoderno c’erano gli americani. Gli americani, nelle loro linee guida, avevano offerto un’idea forte dei ciò che doveva essere la  “fiction postmodernista”. Tra quanti offrirono “guidelines” agli scrittori in fieri, emerse in particolare John Barth:

 

“Un programma adeguato per la narrativa postmoderna  è, credo, la sintesi che trascende queste due antitesi che ho definito come letteratura postmodernista e modernista. Il mio scrittore ideale postmoderno non imita e non ripudia né i suoi genitori novecenteschi  né i suoi nonni ottocenteschi. Ha digerito il modernismo, ma non lo porta sulle sue spalle come un peso […] Questo scrittore forse non può  sperare di raggiungere o di commuovere i cultori di James Michener e Irving Wallace, per non parlare degli analfabeti lobotomizzati dai mass media, ma dovrebbe sperare di raggiungere e divertire, almeno qualche volta, un pubblico più vasto” (John Barth, La letteratura della pienezza).

 

Tra i postmoderni nostrani mi piace qui ricordare Tondelli, in cui troviamo sì un linguaggio giovanile condito di moderato avanguardismo e lessico variegato come “scoglionature”,  nonché l’ormai canonico  “vomitare”,  atto a  “cacciar lontano il [suo] gran male”;  però, dietro, s’intravvedono in filigrana, in uno scrittore allora poco più che ventenne (1980),  gli estremi sussulti protestatari della generazione del ’77, le delusioni per la dissolvenza delle prospettive politiche; certamente, anche un’emotività a fior di pelle, nonché il tentativo (vano) di liberazione attraverso l’alcool:

 

“Lacrime lacrime non ce n’è mai abbastanza quando vien su la scoglionatura, inutile dire cuore mio spaccati a mezzo […] In tale stato di coscienza, bevute dunque sette vodke a credito dall’Armando, lavati dieci tavoli e consegnati cappuccini al ragioniere d’ufficio sopra il bar come baratto, ingoiati poi due Pinot triveneto, due Albana […] e sbausciate [più o meno, significa  “ingollate”] infine due birrette da trecento lire dall’Aroldo, cioè entra entra vino santo strapazza il dolore, produci calore, fammi infine vomitare e cacciar lontano il mio male. Dopo messo in cinquecento che dico così mi passerà” (P. V. Tondelli, Autobahn).

 

E non è  così poi tanto vero che gli scrittori di quella generazione non avessero più nulla da dire. Lo dicevano, eccome se lo dicevano, come per esempio, e tanto per fare un nome al femminile, Clara Sereni di Atrazina (1995), dove i problemi si muovono tra condizione femminile, rinuncia ad una possibile carriera e  dedizione alla cura della casa come una ricerca spasmodica di un “ordine” che in realtà non esiste più:

 

“Come uno specchio. La pulizia era per lei una passione vera, profonda. I ripiani lucidi dei mobili a guardarli le davano ogni volta un’ebbrezza; e così l’acciaio dei rubinetti, il candore della biancheria, il nitore di lampadari e finestre. In casa lui si muoveva con circospezione affettuosa, attento a non guastare la fatica di lei” (C. Sereni, Atrazina).

 

Niente artifici linguistici né avanguardistici, ma “impegno”, letterario e sociale,  sì. Il che è l’esatto contrario di certa  letteratura dove “l’impegno […] non è neppure in questione. Chi scrive assolve ad un mandato sociale se vende: è il mercato a legittimare. Non c’è più differenza fra uno scrittore e un cantante pop” (R. Donnarumma, p. 22).

 

Il problema di fondo del romanzo contemporaneo italiano  post-post-moderno, per riprendere, “mutatis mutandis”, quanto diceva (molti) anni fa John Barth  a proposito della “letteratura dell’esaurimento”, non è “solo quello di succedere a Joyce e a Kafka, ma ai successori di Joyce e di Kafka” (John Barth, La letteratura dell’esaurimento).

 

Un bel problema. Ma se tanto mi dà tanto, mi sa (tanto) che faremo tutti la fine di Vladimiro ed Estragone, “esaurendoci” nell’attesa, perché Godot si farà attendere ancora parecchio, temo.

 

Fonti:

 

John Barth, “La letteratura della pienezza: Fiction postmodernista”, in Postmoderno e letteratura: percorsi e visioni della critica in America, a cura di P. Carravetta & P. Spedicato, Milano, Bompiani, 1984, p. 95.

John Barth, “La letteratura dell’esaurimento”, in Postmoderno e letteratura: percorsi e visioni della critica in America, a cura di P. Carravetta & P. Spedicato, Milano, Bompiani, 1984,  p. 51.

R. Donnarumma, “Postmoderno italiano: un’introduzione”, in Il romanzo contemporaneo: voci italiane, a cura di F. Pellegrini & Elisabetta Tarantino, Leicester, Troubador Publishing Ltd., 2006.

C. Sereni, “Atrazina”, in Eppure, Milano, Feltrinelli, 1995, p. 69.

P. V. Tondelli, “Autobahn”, in Altri libertini, Milano, Feltrinelli, 1980.

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