Sadismo e romanzo d’appendice

Molti hanno scritto sul romanzo d’appendice, in gran voga su tutti i giornali quotidiani tra Ottocento e Novecento. “Letteratura di massa. Letteratura di consumo”, sentenziava rigoroso, molti anni fa,  Giuseppe Petronio (1).  Noi qui non ci avventureremo in territori già ampiamente dissodati dalla critica,  volendo invece semplicemente affermare con vigore il fatto, per noi conclamato, che esso romanzo d’appendice fosse carico di perfidissimo sadismo. E a dimostrazione  della nostra ardita tesi, abbiamo preso a mo’ d’esempio un romanzo (La Chapelle ardente) d’autore francese , conducente vita da dandy, tale Roger de Beauvoir, piuttosto famoso ai tempi suoi, e spesso sottoposto al vaglio della critica.

Ne diamo un brevissimo estratto:

“Ah ! ne raillez pas, Madame, murmura Fernand, ne raillez pas !

– Je ne raille pas,  mon cher secrétaire intime. Vous tué votre femme, c est fort sérieux, il n’y a pas là de railler. Seulement épargnez-vous tout conseil, car je ai qu’à dire, on me croira et vous savez ce que c’est que justice du roi Philippe V …

-Eh bien ! Madame, rassurez vous, il est temps que sachiez la vérité. Je n’ ai point tué celle que vous croyez, Madame, je n’ai point rougi mes mains du sang d’Inès.

Vous m’auriez trompée ! …

-Le ciel l’a regarda sans doute en pitié dans ce moment, et la couvrit de sa protection, madame la duchesse. Safira,  sa sœur de lait, qui ne l’a quittait pas,  a reçu le coup dans mon aveugle rage je destinais à cet ange … Ce n’est pas Inès que vous avez vue exposée sur un lit de deuil, ce n’est point Inès devant qui le prêtre chantait des hymnes à genoux. Inès, désespérée, Inès, presque folle, retournait pendant ce temps sous bonne garde en Andalousie … » (2).

[“Ah! non mi prenda in giro, signora, mormorò Fernand, non mi prenda in giro!

-Non ti prendo in giro proprio per nulla, mio caro segretario intimo. Hai ucciso tua moglie, questo è un fatto davvero grave, e non mi pare certo il caso di prendere in giro chicchessia. Accetta soltanto qualche consiglio, perché, devo dire, tu mi crederai,  e poi sai com’è  la giustizia di re Filippo V…

-Ebbene! Signora, si rassicuri, e poi è giunto il momento di conoscere la verità. Non ho ammazzato, signora, la donna che voi credete, e non mi sono macchiato le mani  del sangue di Ines.

Mi avete dunque ingannata! …

– Il cielo l’ha guardata con occhio pietoso in quel fatale momento,  ponendola, signora duchessa,  sotto la sua protezione. Safira, sorella di latte di mia moglie , non l’ha abbandonata un sol momento, ricevendo ella il colpo mortale che, nel mio furore cieco,  sferrai contro quell’ angelo […] Non è Ines che voi avete veduta esposta sul letto di dolore, non è Ines per la quale il sacerdote, inginocchiato, ha cantato inni. Ines, disperata, Ines, quasi folle, è tornata sotto stretta sorveglianza in Andalusia”]  (Traduz. mia).

Questo drammone ottocentesco,  antesignano delle attuali telenovelas, che spopolano oggidì al pari degli antenati e illustri feuilletons, possedeva ampiamente tutti i caratteri per piacere a un vasto pubblico borghese (le donne leggevano molto, e molto più degli uomini, nelle famiglie di estrazione borghese). Il romanzone di Roger de Beauvoir, del quale si è dato sopra un breve assaggio, fu recepito e tradotto anche in Italia su un giornale che ebbe a suo tempo un largo seguito di lettori: La Plebe, e con il titolo La camera ardente.  Il romanzo, che vide protagonisti soprattutto le donne, fu pubblicato a puntate sulla Plebe perché faceva da pendant a una battaglia che il giornale aveva iniziato nel 1870 a favore del divorzio in Italia (3). Siccome da noi certe cose vanno un po’ a rilento, la proposta della Plebe fu accolta magno cum gaudio soltanto cent’anni più tardi, nel 1970.

A parte questo dettaglio, che ha davvero scarsissima rilevanza in questa sede, torniamo al romanzo, e vediamo di scoprire gli ingredienti che ne fecero un best-seller anche da noi; e perché, a nostro parere, teneva molto del sadico. Cominciamo allora con il protagonista maschile, vera vittima sacrificale del romanzo, nonostante la compresenza di parecchie donne che, almeno sulla carta, sarebbero dovute essere esseloro le reali “vittime” della maschile protervia. Fernand, tutto sommato,  è una pasta d’uomo; ma  finisce nelle spire dell’ammaliatrice Luisita, che lo convince con arti subdole e non subdole (ovvero apertamente “scoperte”) ad ammazzare la di lui moglie, Inès, donna ricolma d’ogni virtù muliebre. Fernand,  in fondo,  è soltanto un “pauvre diable” (aveva, povero e sconosciuto,  dato lezioni d’italiano a Siviglia: “J’étais pauvre, inconnu, je donnais des leçons d’Italien à Séville”).

Il nostro giovane e inesperto pedagogo tra l’altro, al momento del tentativo di assassinio della moglie Inès, mancò clamorosamente il bersaglio, e ammazzò, invece della consorte, la povera Safira, che s’era interposta tra Fernand e la di lui moglie stessa. Diciamo che il dramma, sì costrutto, reggeva abbastanza  bene l’attenzione dei lettori e, soprattutto, delle lettrici, le quali, è certo, parteggiarono quasi sicuramente per la moglie pressoché perfetta di Fernand, Inès, portatrice di tutte le virtù coniugali; mentre avranno certamente odiato toto core e disprezzato nel profondo la perfida e corrotta Luisita, la femme fatale, rotta a tutte le astuzie e perversità.

Resterebbe un po’ da vedere come le suddette lettrici avrebbero potuto  mai interpretare la figura del “pauvre” Fernand. Il quale, in effetti, messo in mezzo tra la femme fatale e la casta Penelope (Inès),  fece letteralmente la figura dello scemo del villaggio. Il lieto fine, ovvero la ricomposizione della coppia scemo del villaggio-Penelope-Inès, gratificava moralmente il lettore e le lettrici, poiché i valori supremi della giustizia, umana e coniugale, erano stati alla fine ristabiliti.

Fernand, poveretto, è stato quello che ci rimise più di tutti. Quando egli si ripresenta alla duchessa Luisita, dopo che “deux ans s’étaient écoulés” (trascorsi due anni), mentre la duchessa assomiglia a un manichino da esposizione, tutta addobbata di lustrini e pizzetti (“Rien n’était changé en elle, ni chez elle: sa beauté conservait tout son éclat, sa parure toute sa magnificence”) [Nulla in lei era mutato, niente di lei: la sua bellezza era sfolgorante, i suoi monili, splendidi] (4); Fernand, in “deux ans” soltanto s’era talmente invecchiato e rinsecchito da rinviare con la memoria al vetusto Matusalemme o a un Drakula, alto e attempato nella sua allampanata e alta, e magra figura:

“Seulement son interlocuteur avait changé, ce n’était plus Fernand : s’était un vieillard de haute stature » [Soltanto il suo interlocutore era cambiato, non era più Fernand, ma  un vecchio, alto]  (5).

E con ciò, crediamo, il sadismo delle avide lettrici del romanzo di Roger de Beauvoir fu infine soddisfatto appieno; tanto più che il poveraccio torna da Inès come un pellegrino, movendosi non sui piedi, ma sulle ginocchia:

“Fernand fléchit le genoux, et demanda de nouveau pardon à Inès” [Fernand piegò le ginocchia, e chiese di nuovo perdono a Inès] (6); la quale, idolo placato, lo accoglie, ricordandogli, semmai ce ne fosse stato bisogno, le di lei virtù di moglie devota, e che, per Lei,  “le devouement c’est la vie” [la devozione è la vita]  (7).

Come si dice: tutto è bene quel che finisce bene.

Certo, però, che quel povero Fernand ci aveva quasi rimesso la pelle in tutta quella torbida storia di amori e omicidi falliti, essendo egli stato punito dei suoi misfatti con la perdita repentina della giovinezza, avendolo Giove Tonante castigato severamente con una vecchiaia precocissima, ricordando quanto era accaduto a Benedetto Gareth, detto il Cariteo, il quale così cantò la sua Metamorfosi:

“D’un’aspra & dura cute mi coversi,

Caligavanmi gli occhi: in summa in vecchio,

Non vecchio anchor del tutto mi conversi” (8).

Traducendo in volgare moderno:

“Un’aspra e dura pelle mi coperse,

la cataratta m’assalì gli occhi: per farla breve,

non ero ancora vecchio, ma mi trasformai in un vecchio”.

Al povero Fernand era avvenuto l’esatto opposto di ciò che accadde a Esone, che, come ci narra Ovidio nelle Metamorfosi, fu fatto, di vecchio, giovane, da Medea (9); la quale, per (sua) fortuna, nulla aveva a che fare con le “eroine” del romanzo d’appendice:

“Barba comaeque/Canitie posita nigrum rapuere colorem” [Barba e capelli, deposta ogni canizie, rifulsero d’ un nero corvino].

Beato Esone, e disgraziato Fernand.

Ma il messaggio è chiaro: il romanzo d’appendice può ridurre, sadicamente, la vita di taluni a una semplice “appendice” (del nulla).

 

Note

1)      Giuseppe Petronio, Letteratura di massa. Letteratura di consumo, Bari, Laterza, 1979.

2)      « La Chapelle ardente », in Histoires cavalières, par Roger de Beauvoir, Paris, Michel Lévy Frères, Libraires-Editeurs, Rue Vivienne, 2 bis, 1857, Vol. I,  p. 137.

3)      Claudio  Giovannini, “L’emancipazione della donna nell’Italia postunitaria: una questione borghese”?, in Studi storici, aprile-giugno 1982, pp. 362-363.

4)      La Chapelle ardente, cit., p. 134.

5)      Ivi, p. 135.

6)      Ivi, p. 145.

7)      Ivi, p. 144.

8)      Le rime di Benedetto Gareth detto il Chariteo secondo le stampe originali, a cura di E. Pércopo, Napoli,  Tipografia dell’Accademia delle Scienze, 1892, Vol. I,  p. 305.

9)      Ovidio, Metamorfosi, VII.

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