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Sàpere di non sapére: Come il latino “fece la festa” a Ugo Foscolo

gennaio 25, 2017

Filologia Latina

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Diceva Platone nelle Leggi che senza il comico non è possibile imparare le cose serie. Se l’ha detto Platone, un qualcosa di vero ci deve essere. Ma veniamo al dunque. Quanti s’approcciano per la prima volta al latino, ma anche a quelli che presumono di conoscerlo bene, sanno benissimo che, prima o poi,  s’incespica sopra l’accentazione  delle parole. Accentare male in latino non è un fatto inusuale. E’ accaduto persino a gente al di sopra di ogni sospetto, che aveva fatto della classicità la propria ragione di vita. Vedi per esempio Ugo Foscolo, Professore Incaricato di Eloquenza italiana e latina all’Università di Pavia, che però una volta “inciampò” pure lui su  “Festina” (lo metto senza accento perché l’esempio risulti più significativo).

 

“Festina” (ancora senza accento) capitò casualmente sulla bocca di Foscolo, il quale, tanto per testimoniare la propria eloquenza, ebbe la malaugurata idea di dire scherzosamente a un tale:  “Féstina lente” (“Affrettatati lentamente, vacci piano!”). Il tizio che però gli stava accanto, il quale era nientepopodimeno che il dottissimo Lomonaco, gli fece osservare, quanto perfidamente?, che la pronuncia  esatta era “Festína”, non “Féstina”. “Perché non dici festìna”, gli sussurrò subdolamente Lomonaco; e il poeta di Zacinto, che avrebbe voluto sprofondare agli Inferi,  arrossendo come le “Vergini” di gaddiana memoria, fuggì via,  giustificandosi con il dire che ciò che l’aveva tratto in inganno era la tipica pronuncia italiana, per cui si tende ad accentare le parole sulla penultima sillaba: “E’ la pronunzia”, sbottò Foscolo prima di sparire.  Il poeta di Zante aveva ragione, ma ciò non toglie che aveva fatto “coram populo” una figura barbina.

 

“E allora, qualcuno potrebbe eccepire:  come si fa a non precipitare nella trappola in cui cadde il poeta di Zante?”.

 

Non c’è verso, a meno che il tapino non frequenti la lingua latina quotidianamente, e non possegga l’uzzo di compulsare il vocabolario ad ogni piè sospinto.

 

“E allora? ”.

 

Siccome mi sento accerchiato da totale sfiducia, posso dire che qualche regoluzza la si può pur dare. E visto che siamo in tema di “dare” possiamo affermare che nel verbo latino “dare” la “a” è sempre breve, per cui, mentre in italiano diciamo “circondàre”, in latino si pronuncia “circúmdăre”, perché la “a” è breve. Siete circondati di “collaboratori”? Allora è bene sapere che nelle parole latine in  “-boro”, la “o” è sempre lunga (ō), per cui in latino si dice “collabòro”, mentre in italiano “collàboro”. State elaborando qualche cosa? Allora in latino io “elabòro”, mentre in italiano “elàboro”. Con certi verbi che finiscono in “-primo”, la “i” è breve, per cui la pronuncia latina sarà “còmprĭmo”, “éxprĭmo”, “òpprĭmo”, mentre in italiano “comprìmo, “esprìmo” e “opprìmo”.

 

Non voglio opprimere e tediare più a lungo il lettore, anche e soprattutto perché, come dicevo sopra, è difficile fornire regole generali, e perciò l’unica cosa veramente utile che si  può fare è quella di rinviare al vocabolario e a qualche altro più agile strumento propedeutico che, se l’avesse posseduto il Foscolo, se lo sarebbe di sicuro mandato a memoria. Tra questi, ne menzionerei uno in particolare, ossia quello approntato diversi anni or sono dal professor Giorgio Bernardi Perini, che iniziava la sua trattazione sull’accento latino partendo proprio dall’infortunio capitato al professor Foscolo.

 

Bernardi Perini individuava anche la ragione di fondo dell’ increscioso “error” di Foscolo, il quale, appunto, si sarebbe fatto traviare dalla pronuncia di “fèsta”, accentata sulla penultima. Pertanto il Vate, avendo  nella mente l’italica “fèsta”, fece uscir dalla chiostra dei denti il terribile “fèstina”, aprendo però la stura all’ilare quanto maliziosa reprimenda del Lomonaco, che, tra l’altro, ebbe mille e una ragione per “far la festa” al Foscolo. Infatti Lomonaco era brutto anzichenò, ed il professor Foscolo con quel suo riprovevole “fèstina lente” [“Vedi un po’ d’andarci piano (con la bruttezza)!”] volle, sia pur scherzevolmente, rimarcarne le fattezze non proprio aderenti a quel concetto di “bellezza” che n’aveano i classici. Ordunque, orquinci e orquindi  il Lomonaco si prese le sue vendette, beccando sul vivo il professor Foscolo, cui fu uopo disertare “velociter” la  presenza d’un tipo che, effettivamente, lo aveva conciato “per le feste”.  Ci sarebbe tuttavia un dubbio atroce che ancor m’urge nella strozza:

 

“Ma il professor Foscolo s’era mai guardato allo specchio?”.

 

Vabbè che Lomonaco era bruttino, però anche il poeta Vate Zacinteo non è che scherzasse. Se però qualcuno pensasse che anche il sottoscritto stia celiando, si disilluda, perché sto parlando seriamente.

 

Tornando sull’accento latino, occorre convincersi di “sàpere”  di non “sapére”. E, del resto, lo stesso dottissimo grammatico Prisciano ammise che l’ “accentum” latino era  un “mysterium”:

 

“Sed nos locuturi de partibus ad accentum qui in dictionibus necessarius est transeamus [cuius mysterium praebente Deo vitam latius tractemus]” (Adesso passiamo a parlare dell’accento, che tanta parte e importanza ha nell’eloquio [del cui mistero, se Dio ci darà tempo e vita, tratteremo nella maniera più ampia]” ( Prisciani De Accentibus Liber).

 

E posso dichiarare, senza tema di smentita, che egli ottemperò alla minaccia.

 

Fonti:

A. Plebe, La nascita del comico, Bari, Laterza, 1956. Per il comico nelle Leggi, cfr. p. 134 e nota 15.

G. Bernardi Perini, “Errori di accentazione”, in L’accento latino, Bologna Pàtron, 1986, p. 62. Gli esempi sopra riportati sono tratti da questo volume.

Prisciani “De Accentibus Liber” in Grammatici latini . Prisciani  Institutionum Grammaticarum Libri XIII-XVIII, ex recensione Henrici Keilii [Heinrich Keil], Lipsiae, in Aedibus B. G. Teubneri, 1859, Vol. III,  p. 519.

 

 

 

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