Scendo ridendo: l’ ars moriendi di Guido Gozzano

La critica si è esercitata con acribia su Guido Gozzano, a partire  da quanti lo avevano frequentato come contubernales, come Carlo Calcaterra, per esempio, non soltanto amico, ma anche coetaneo di Gozzano,  il quale sottolineò che l’ “ironia lirica” costituì l’ elemento pressoché totalizzante del poeta:

“L’ironia lirica, con cui tutta sogguardava la vita miniata di carminio e lo stesso parnassianismo, noi stessi, suoi amici, che l’avevamo più volte giudicato prigioniero del formalismo”.

Tuttavia, gli amici di Gozzano  avevano capito perfettamente l’uomo, “desideroso di solitudini e di orizzonti aperti, perché da questi meglio si possono udire le voci della natura e meglio vedere le immagini del cielo. Per questo particolar suo sentimento, la candida e diritta sua figura è ancora nel cuore di coloro che lo hanno capito”  (1).

E’ indubbio che Guido Gozzano, il prìncipe dei poeti crepuscolari “diviso tra nostalgia e ironia” (P. Citati) ebbe gran fortuna di critica e pubblico, forse per l’apparente facilità linguistica e per la leggerezza dei temi  della sua produzione poetica ( Lo stile d’uno scolare/ corretto un po’ da una serva), dove egli seppe sapientemente mescolare, appunto,  nostalgia ed ironia. L’aspetto nostalgico s’incarnava in Gozzano nella rievocazione d’un  passato  dove predominano gli impulsi più radicati ed  ingenui; e dove la mitica  ironia  andava ad esercitarsi proprio su tali sentimenti, visti dal poeta maturo e disincantato come un qualcosa di ormai irrimediabilmente perduto, e, anzi,  criticamente classificato con un’espressione ormai  topica:  Buone cose di  pessimo gusto.

Esse diventano, sotto la sapiente penna di Gozzano, un esercizio retorico-letterario  su “cose” sentite come ormai “lontane”  d’una vita che non gli appartiene più, e sfumanti verso il  suo  mitico passato di borghese e “provinciale”, su cui egli esercitava una nostalgica “partecipazione” (la Torino d’altri tempi) , come volle vedere giustamente Contini, ma anche una critica impietosa: Quell’ambiente sconsolato e brullo.

“L’amore che il poeta proclama, scriveva E. Sanguineti,  si accompagna, in ogni caso, a una denunzia inclemente, che colpisce senza esitazione quel mondo senza raggio/ di bellezza […] un mondo in cui si conduce naturalmente una vita senza foga […] A Gozzano è comunque cara, in primo luogo, la Torino d’altri tempi recuperabile esclusivamente per via di fantasia, di sogno, o che egli ha evocato, appunto sotto questo titolo, o più esattamente come la Torino del passato, in una delle sue prose più felici”.

L’ironico rovesciamento dei topoi dell’arte borghese, ossia l’abbandono delle “principesse” per dar ampio spazio alle “cameriere” parve a Edoardo Sanguineti il quid che fece di Guido Gozzano il “capostipite” dei poeti del Novecento:

“Quel rovesciamento con cui Gozzano prendeva atto di una nuova condizione della sensibilità moderna e liquidava, con sorridente fermezza, i miti di tutta una stagione dell’arte borghese: così che convenientemente egli vuole essere riconosciuto, pur negli avvolgimenti del suo ‘bello stile’, come il primo poeta del nostro Novecento”  (2).

La critica contemporanea, a partire da Arcangelo Leone de Castris, non ha  supportato granché le  conclusioni di Sanguineti, smorzandone i toni,  e sia  pur non rinnegando una forte reazione di Gozzano rispetto a D’annunzio, già sottolineata da Calcaterra:

“[Gozzano] giunse […] a quella sua forma agile e sciolta per reazione al dannunzianesimo, di cui era stata permeata la sua giovinezza” (3).

L’esperienza poetica del prìncipe dei Crepuscolari non è parsa dunque così fondante da far intravvedere in lui una sorta di ariete volto scientemente a scardinare “i miti di tutta una stagione dell’arte borghese”. In effetti Gozzano  tutto può sembrare, tranne che un rivoluzionario pronto a demolire l’intero assetto della cultura e della poesia italiana dell’Ottocento “romantico”.

Anzi, a parere di  de Castris,

“Gozzano piange e ride romanticamente” (4).

Certamente egli usò un’ironia corrosiva, ma,  osservava argutamente G. Farinelli:

“ Resta da chiarire in quale misura debbano interpretarsi, nell’opera gozzaniana, i motivi dell’ironia e del passato. Consapevole della propria situazione spirituale e fisica, Gozzano a volte sente che nulla gli appartiene e, fattosi estraneo, osserva le vicende degli uomini da un punto di vista non più terreno. Ma la osserva con l’intelligenza acre e con l’immaginazione viva di chi è stato escluso; così, nel tentativo magari inavvertito di colmare la distanza tra sé e il mondo, il poeta rinsalda, mitigando e compensando il suo disagio interiore, l’arma tagliente dell’ironia che oscilla, sottile ed ambigua, dal sorriso disincantato al sarcasmo pungente” (5).

Un’ironia e un sarcasmo che sembrano provenire dunque  dalla profonda consapevolezza che “tutto” è perduto, “nulla gli appartiene” più : e forse qui la letteratura c’entra davvero poco, mentre molto più incisiva risultò probabilmente la “condizione umana” di Guido Gozzano. Il viaggio verso la “Cuna del mondo” tradisce per umbras qual era l’unica e vera preoccupazione del poeta Guido Gozzano: il “recupero” della propria integrità fisica, mentre la mitica “ironia” gozzaniana faceva da scudo “guerriero” all’angoscia:

 

“Scendo ridendo verso il fiume oscuro” (6).

 

L’ ironia che Gozzano sparse a larghe mani su tutta la sua vita passata, e sulle strutture stesse della sua tecnica poetica, non fu né un atto di puro “formalismo” ( come pensarono per un po’ i suoi amici), né un “attacco avanguardistico” alle “forme borghesi” (come pensava Sanguineti), né, infine,  l’ars vivendi di un goliardico gentiluomo.

Direi, piuttosto, che l’ironia di Gozzano fu un’ ars moriendi.

 

Note

1)      Carlo Calcaterra, “Guido Gustavo Gozzano”, in  Con Guido Gozzano e altri poeti, Bologna, Zanichelli,  1944, p. 261, 171.

2)      Edoardo Sanguineti, Guido Gozzano. Indagini e letture, Torino, Einaudi, 1975, pp. 16-17, 183-184.

3)      Carlo Calcaterra, Guido Gustavo Gozzano, cit.,  p. 12.

4)      Arcangelo Leone de Castris, “Guido Gozzano e il Novecento”, in  Decadentismo e realismo. Note e discussioni, Bari, Adriatica, 1959,  p. 119.

5)      Giuseppe Farinelli, Storia e poesia dei crepuscolari, Milano, IPL, 1969, p. 388.

6)      Sonetto a Lorenzo Stecchetti: “Scendo ridendo verso il fiume oscuro

che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio”.

 

 

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