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Shakespeare e Macbeth tra streghe, diavoli e tabagisti

febbraio 6, 2017

Studi inglesi ed americani

machbeth

 

Macbeth è sicuramente una delle tragedie più “orrorose” di Shakespeare, tenuta insieme dal filo degli innumerevoli delitti commessi dai protagonisti, prima per accedere, e poi per conservare il trono ed il potere. Ma, tra le molte e dotte considerazioni  che si sono nel tempo succedute e che  si  potrebbero oggidì avviare su quest’opera famosa, una in particolare va sottolineata: la volontà di Shakespeare di “compiacere” il suo “Patròn”, il sovrano Giacomo I, che, subito dopo la sua ascesa al trono, assunse il patrocinio della Compagnia di Shakespeare, denominata dei “Servitori del Lord Ciambellano”, o  The Lord Chamberlain’s Servants.

 

 

Ma cominciamo subito con la tragedia. Al suo ritorno dalla vittoriosa campagna contro i  Norvegesi e i ribelli del nord della Scozia, Macbeth, accompagnato dal fido Banquo (Banco), incontra tre streghe che salutano in lui il Signore di Glamis e di Cawdor, nonché, cosa ben più importante,  il nuovo re di Scozia. Ma le tre streghe gli profetizzano altresì che anche i discendenti del “fido” Banquo,  un giorno,  sarebbero ascesi al trono di Scozia; il che fece scattare un campanello d’allarme nella mente del futuro sovrano.  Comunque, Macbeth, già signore di Glamis, è tuttavia proclamato  anche Signore di Cawdor al posto di re Duncan,  definito, senza mezzi termini, un traditore.  Abbagliato dalla prospettiva d’una futura regalità venutagli da un non so che di magico e di soprannaturale, e sostenuto dall’ impeto anche della moglie, Lady Macbeth, donna ambiziosa e priva d’ogni scrupolo morale,  Macbeth, come Lycaon nelle Metamorfosi di Ovidio, alla fine uccide Duncan,  mentre egli è suo “ospite” nel Castello; quindi, essendone egli  figlio ed erede al trono, salpa verso l’Inghilterra.

 

Macbeth ora è il sovrano, ma la sua mente è  profondamente turbata, come dicevamo,  dalla profezia delle streghe riguardo ai discendenti di  Banquo. Egli pertanto si serve proditoriamente di alcuni sicari per uccidere sia Banquo, sia  il di lui figlio,  Fleance (Fleanzio). Nel corso di un banchetto a Corte, i sicari riferiscono però a Macbeth di aver ottemperato alla  loro missione soltanto a metà, essendo  Fleance sfuggito all’agguato. Macbeth, sempre più scosso ed irritato dall’imprevisto evento, cerca e trova di nuovo i responsi delle tre streghe, le quali, tuttavia,  lo intrigano ancora di più, sussurrandogli all’orecchio di fare molta attenzione anche ad un nuovo pericolo che si stava profilando all’orizzonte, costituito da Macduff, un nobile che non soltanto aveva disertato l’esercito sovrano, ma  che stava addirittura istigando tumulti e rivolte in tutta l’Inghilterra per succedergli al trono.

 

Macbeth, sempre più furioso ed ad un tempo intimorito dalla nuova profezia, ordina, novello Erode,  l’uccisione della moglie e dei figli di Macduff. Alla lunga, però, i crimini orditi dalla coppia satanica hanno un effetto devastante sulla psiche ormai vacillante della  regina, Lady Macbeth. Ella, dapprima, è colta da crisi di sonnambolismo, nel corso delle quali, i fantasmi degli uccisi e i rimorsi per i delitti commessi ne devastano la mente. Ella si vede ricoperta del sangue delle proprie vittime, di cui tenta invano di liberarsi, e poi mette in atto  il proprio suicidio.

 

Nel frattempo Macduff, assetato di vendetta alla notizia della strage della  famiglia, porta il suo esercito sotto  Dunsinane, il Castello di Macbeth. Nella battaglia che segue, Macduff uccide Macbeth, ed esibisce trionfalmente la di lui testa mozzata di fronte all’esercito guidato dal fido  Malcom . Macduff è dunque proclamato re di Scozia, mentre Malcolm e suoi più stretti collaborati sono nominati conti dal nuovo sovrano.

 

Shakespeare scrisse  Macbeth nel 1606,  esibendo una  tragedia che, per vari aspetti, può essere interpretata  come un chiarissimo ed esplicito omaggio a re Giacomo I, succeduto alla grande Elisabetta  nel 1603. Subito dopo la sua ascesa al trono, il sovrano assunse il patrocinio della compagnia di Shakespeare, che prese il nome, come abbiamo visto,  di Servitori del Lord Ciambellano. Cosicché Shakespeare, per ingraziarsi viepiù il sovrano,  fece in modo che  alcuni  fra personaggi più ricolmi di virtù, in particolare  Banquo, risultassero in modo esplicito nella tragedia   fra gli  antenati “diretti” del sovrano, poiché “Giacomo I traeva l’origine sua da Banco, che fu il primo Sovrano che unì le tre corone d’Inghilterra, di Scozia e d’Irlanda” ( E. Schlegel).

 

 

Ma ben altre e più sottili allusioni alla persona e al pensiero di Giacomo I sono riscontrabili in Macbeth, specie laddove si evocano  le indiscusse ed indiscutibili règie opinioni espresse dal sovrano, uomo di vasta cultura classica, nel suo monumentale Basilikon Doron ( Il “dono del sovrano”), dove i poteri del re sono intrepretati come provenienti sia dal giusto  diritto ereditario sia dalla volontà divina, donde ne deriva che i re sono gli indiscussi rappresentanti di Dio in terra:

 

“Regem eum dicimus, qui non tam populo natus, quam caelitus etiam a Deo datus est” [Chiamiamo pertanto re non colui che viene dal popolo, ma chi è voluto e designato dalla volontà divina], scriveva d’imperio Giacomo I;  aggiungendo che tale dignità deve essere ereditaria provenendo essa  da “illustrium maiorum avita dignitas” [ dall’ereditaria dignità d’illustri avi] (Basilikon Doron). In siffatto contesto, è evidente che nella tragedia shakespeariana le ambizioni regali di Macbeth sono viste  come una sorta di risibile se non folle ambizione d’un individuò  ispirato dal demonio attraverso  le streghe, le quali appunto avevano suggerito a  Macbeth  soltanto menzogne travestite da verità, non possedendo egli i  “reali” requisiti “d’avi illustri” per aspirare al trono d’Inghilterra.

 

La tragedia di Shakespeare andrebbe pertanto ad enfatizzare sotto le forme dell’arte un aspetto peculiare della personalità di Giacomo I. Infatti, le forze demoniache e la potenza delle streghe  erano ben presenti alla mente del sovrano, che ne aveva illustrato i caratteri  nel suo Daemonologie, un trattato sulla stregoneria pubblicato nel 1597, contro  queste detestabili “schiave del demonio” (“Slaves to the Devil”) (  Daemonologie).

 

Forse fu anche in base a codeste credenze, che lo stesso sovrano proibì in Inghilterra anche l’uso del tabacco, un’ erba “demoniaca” a detta di un autore che si firmò Philaretes,  che scrisse un A Warning for Tabacconists, pubblicato a Londra nel 1602, in cui si legge che

 

“The seventh reason against tobacco was that this hearbe (sic) seemed to be first found out and invented by the divell (devil), and first used and practised by the divell (devil) priests” (Work for Chimny-Sweepers: or, A Warning for Tabacconists). Ossia: “La settima ragione contro il tabacco consisteva nel fatto che quest’erba sembrava essere stata trovata  ed inventata dal diavolo, e infatti essa fu usata dapprima dai sacerdoti del demonio”.

 

Pertanto, molti dettagli del testo di Shakespeare riflettono, neppure tanto velatamente,  gli studi  di Giacomo I sui  poteri occulti, ben sapendo l’autore che il sovrano avrebbe apprezzato la presenza di questi riferimenti. E Giacomo I avrà sicuramente apprezzato anche qualche “assenza” altrettanto significativa nell’opera Shakespeare, come quella del tabacco, per esempio. Già abbiamo potuto sottolineare l’avversione viva del sovrano per il tabacco. A. Guidi, curatore di un’antologia dell’epoca elisabettiana, a tal proposito, si soffermò con una punta d’ ironia sul fatto che:

 

“Nello sterminato lessico shakespeariano di due sole parole abbiamo notato l’assenza: due novità sensazionali e controverse, specialmente la seconda: la forchetta e il tabacco. I suoi personaggi ignorano l’uso della forchetta  (mangiano con le dita e con il coltello); […] e non fumano il tabacco” ( A. Guidi, Introduzione, La civiltà elisabettiana) .

 

Non saprei cosa dire riguardo la forchetta, ma, per quanto concerne il tabacco, l’ottimo Guidi non aveva ben considerato il fatto che i “pericoli”, per Shakespeare, sarebbero stati forse troppi e troppo ardui a superarsi (e non soltanto per la salute), conoscendo il Poeta perfettamente la capacità straordinaria di Giacomo I di “fiutare”, non il tabacco, per carità!,  ma il “diavolo” presente in esso,  con la possibile  “eclisse” di tutti quei favori che Shakespeare stesso e la sua Compagnia dei “Servitori del Lord Ciambellano” stavano al momento godendo presso l’Augusta Maestà.  Giacomo I, tra le altre sue opere, definite da Isaac Disraeli ( An Inquiry …)  come “monstrous pedantic labours” [ “lavori d’una pedanteria gigantesca”],  aveva scritto da par suo anche un vero e proprio trattato contro il tabacco, il Misocapnos Sive de abusu tabaci usus (ossia “colui che odia il fumo”),  contrastato subitamente da un satirico Anti-Misocapnos (“Colui che non odia il fumo”), sembra proveniente da certi polacchi:

 

Cosicché, nel Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, leggiamo:

 

“ Giacomo I re d’Inghilterra, pubblicò  contro il tabacco il suo Misocapnos sive de abusu tabaci usus (Londini [Londra], 1619),  e lo proibì ne’ suoi stati temendo che indebolisse. Inveì specialmente contro il tabacco da fumo con queste espressioni: ‘Quest’abitudine disgustosa alla vista, nauseante all’odorato, pericolosa pel cervello, nociva pel petto, spande intorno al fumatore esalazioni così infette come se procedessero dagli antri infernali’ ”.

 

Possiamo purtuttavia concludere che il Misocapnos, nonostante proveniente dagli “antri infernali”, e fatta la probabile unica eccezione di Shakespeare (che aveva le sue buone ragioni per non fumare a Corte), ebbe scarso effetto sui sudditi di Sua Maestà, che continuarono, forse in nome del “business is business”, a trafficare in tabacco e a fumare, specialmente la pipa (Sherlock Holmes docet), alla stregua dei turchi.

 

Fonti:

 

Corso di Letteratura dramatica [sic] di E. Schlegel, Traduz. italiana con note di Giovanni Gherardini, Milano, Stamperia Molina, 1844, p. 300.

 

Iacobi Primi Angliae, Scotiae, Franciae et Hiberniae Regis, fidei defensoris Basilikon Doron Sive Regia Institutio Ad Henricum Principem primogenitum suum et haeredem proximum, Hanoviae, Apud Gulielmum Antonium, MDCIV [1504], p. 66 e p. 97.

 

Daemonologie, In Form of a Dialogie [sic], Divided into Three Bookes [sic], By James Rex, Printed by Robert Walde-grave, An. 1597,   p. 10.

 

Philaretes, Work for Chimny-Sweepers: or, A Warning for Tabacconists …, London, 1602, F [oglio]. 4.

 

A. Guidi, La civiltà elisabettiana, Milano, Garzanti, 1962, p. 9.

 

“An Inquiry into the literary character of James the First”, in Miscellanies of Literature, by I. Disraeli. ESQ., London, E. Moxon, MDCCCXL [1840],  p. 326.

 

Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia, Tipografia Emiliana, MDCCCLV (1855), Vol. LXXII,  p. 176.

 

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