Specchi “parlanti” ed “Inventioni” nelle Rime di Luigi Groto

Alcuni anni or sono mi soffermai con un lungo saggio sulle Rime di Luigi Groto (1). In quell’occasione, però, affrontai l’argomento sotto il profilo eminentemente politico (le liriche del Groto per Carlo V, l’incitamento al bellum sacrum contro i Turchi), perché era, appunto,  il Groto “politico” che allora mi interessava indagare. L’intervento che segue è invece incentrato sulle rime più intriganti del Cieco d’Adria: quelle, ossia, dove il tema della verità, del doppio e della dissimulazione ne costituisce, a mio parere, il  fulcro.

 

Luigi Groto, nella sua irriducibile tensione a farsi notare sulle maggiori “piazze” dell’epoca, dalla  Corte di Ferrara a quella, importantissima, di Venezia, non soltanto si propose al suo uditorio come “Vate oracolare”, ma anche come poeta tra i più capaci e virtuosi sulla “piazza”. I rapporti con il potere non sono mai stati facili, in nessuna età ed in alcuna epoca; tanto più difficili essi risultarono in una stagione in cui lo scrittore era assolutamente dipendente dalle Corti per sicurezza economica e prestigio socio-culturale.

 

Ben lo sapeva Tasso quanto contrastati e contorti fossero  i suoi rapporti con la corte di Ferrara, ove regnava soltanto, a suo dire, “la frode, onde son pieni i regi chiostri”: fuor di metafora, le corti. Tasso con queste sue amare considerazioni altro non faceva che confermare quanto si sapeva intorno alle corti cinquecentesche, luoghi deputati della “frode”, ossia dell’inganno e della dissimulazione.

 

Dissimulazione. Se c’è una parola che qualifica una temperie culturale e politica, questa è sicuramente la più appropriata: un ingranaggio che aveva stritolato anche Torquato Tasso. L’inizio del XVI secolo, e il suo sviluppo maturo, registra prese di posizione estremamente chiare circa la dissimulazione, con speciale riferimento al mondo della Corte, luogo del potere per eccellenza. La trattatistica medio e tardo cinquecentesca è lì a dimostrare che l’uomo di corte pare come inestricabilmente avvinto entro le spire della simulazione e della dissimulazione, in virtù delle quali egli si sdoppia, diventando altro da sé, mentre i rapporti interumani divengono obliqui ed ambigui.

 

“Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu sei”, asseriva sicuro di sé Machiavelli. E Guicciardini: “Nega pure sempre quello che tu non vuoi che si sappia, o afferma quello che tu vuoi che si creda”. E A. de Guevara soggiungeva malinconico: “Giunsi a Corte innocente e divenni malizioso, vi fui sincerissimo e divenni doppio, fui verace e appresi a mentire, fui umile e divenni presuntuoso”. Le massime testé citate erano state vergate da uomini  familiari a Luigi Groto. Delle prime due, quella di Machiavelli e di Guicciardini, non fa neppure conto discuterne; la terza è di Antonio De Guevara, famoso predicatore nonché storiografo di Carlo V, e autore di un celeberrimo Disprezzo della Corte, certamente noto a Luigi Groto.

 

Per quanto riguarda i rapporti di Luigi Groto con la Corte di Ferrara, essi sono ben documentati. Perché proprio Ferrara? Non era un fatto di  mera “vicinanza”, spaziale e storica, con Adria, ma c’era di mezzo il dato fondamentale che la corte di Ferrara sembrava, in quegli anni, la più “permeabile” per quegli intellettuali, scrittori in prosa e poeti, che non vantassero particolari ascendenze nobiliari. Ma se era vero che al buon cortigiano era necessaria una buona dose di dissimulazione, era altrettanto vero che l’essere credibile costituiva l’imperativo categorico per quanti aspirassero alla vita di corte, nonché al prestigio culturale derivante dalla protezione del Prìncipe, cosa che spalancava le porte alla stampa e all’Università.

 

Occorrevano, per farla breve, credenziali inossidabili, per cui allo scrittore necessitava esibire un corredo di virtù al di sopra di ogni sospetto. La credibilità costituiva pertanto la carta vincente per chi azzardava il tentativo di farsi cortigiano. Del resto, anche Guicciardini consigliava molta discrezione nell’arte della simulazione, e una generale schiettezza. Ora, se c’era un uomo che sapeva quel che voleva, questi era Luigi Groto. Tra il Groto e il Tasso correvano pochi anni di differenza: il primo era nato nel 1541, l’altro nel 1544.  I due erano pressoché coetanei, ambedue ebbero vita breve, un’intensa attività letteraria, un carattere molto simile, volto al malinconico e, infine, qualche importante idea in comune: una di queste era che lo specchio possedesse facoltà rivelatrici d’una verità altrimenti sommersa.

 

Nel Sedicesimo Canto della Gerusalemme Liberata, Tasso ci fa vedere Rinaldo completamente preso dalla bellezza di Armida, e del tutto dimentico del suo ruolo di guerriero cristiano, il cui compito era quello di combattere per la fede contro i Musulmani. Rinaldo è come perduto dentro lo specchio dell’ingannevole Armida. Ad un certo punto, dopo la di lei partenza, Rinaldo rimane solitario nel bosco:

 

“Intanto Rinaldo oltra ne viene, e ‘l terso/ adamantino scudo ha in lui converso”.

Egli al lucido scudo il guardo gira,

onde si specchia in lui qual siasi e quanto

con delicato culto adorno; spira

tutto odori e lascivie il crin e ’l manto,

e il ferro, il ferro aver, non ch’altro mira

dal troppo lusso effeminato a canto;

guernito  è sì ch’inutile ornamento

sembra, non militar fero istrumento.

 

Qual uom da  cupo e greve sonno oppresso

Dopo vaneggiar lungo in sé riviene,

Tale ei tornò nel rimirar se stesso,

Ma se stesso mirar già non sostiene;

Giù cade  ’l guardo,  e timido e dimesso,

Guardando a terra, la vergogna il tiene.

Si chiuderebbe sotto il mare e dentro

Il foco per celarsi, e giù nel centro.

 

Rinaldo, quindi, mirandosi nel lucido scudo di Ubaldo, vede se stesso specchiato e non si riconosce più: scorge, accanto a sé, il proprio ferro (la spada) definito  effeminato. Rinaldo non riesce a sopportare l’immagine di sé che lo scudo implacabilmente gli rimanda: si vergogna, abbassa lo sguardo, vorrebbe sprofondare sotto terra. L’oggetto in cui Rinaldo si rimira non è quello tipicamente femminile, lo specchio, ma il lucido scudo di un guerriero. Lo scudo-specchio di Ubaldo è metaforicamente la coscienza di Rinaldo, una coscienza che lo fa vergognare di se stesso e che lo richiama ai propri doveri.

 

Così è anche per Luigi Groto, per il quale lo specchio rinvia per metafora alla coscienza, l’unico e il solo specchio in cui lui, cieco, si poteva guardare. Il suo specchio-coscienza dice sempre la verità, e il suo corrispettivo è Cristo, specchio di verità, e scudo contro il male. L’identificazione specchio-Cristo fonte di verità è programmatico nel sonetto Ecco il vivo, il vitale, vero specchio (2):

 

Ecco il vivo, il vitale, vero specchio

Che nè puote, nè vuol, nè sa fraudarti,

Dove puoi, e dove dei sempre specchiarti

Femina, ò maschio sij, fanciullo ò vecchio.

 

Ben puoi con l’occhio, e ben puoi cõ l’orecchio;

Ma meglio assai col cor puoi quì mirarti;

Benche [sic] le luci chiuda, e i lumi apparti;

Benche’n te istesso sij, puoi dirmi specchio.

 

Quest’almo specchio, ĩ [=in] cui specchiarsi ogn’alma

Dee, che macchia, che polve non disalba,

Non pur mostra il diffetto [sic], ma il corregge.

 

Le luci in questa luce, e alta ed alma

Figi la notte, e ‘l dì, la sera e l’alba.

E quinci prendi ogn’hor consiglio, e legge.

 

Per una miglior comprensione:

 

Ecco il vivo, il vitale, vero specchio

Che non può, né vuole, né sa ingannarti,

dove puoi e dove devi sempre specchiarti,

che tu sia maschio o femmina, fanciullo o vecchio.

 

Puoi specchiarti con l’occhio, o ascoltarlo,

ma meglio puoi specchiarti in esso con il cuore,

benché tu chiuda gli occhi, o guardi altrove,

benché tu sia presente a te stesso, puoi chiamarmi specchio.

 

Questo specchio di verità, in cui deve specchiarsi

ogni anima, e che non teme macchie o polvere che lo offuschi,

non solo mostra i difetti, ma anzi li corregge.

 

Fissa gli occhi in questa luce alta e vera

di notte, di giorno, di sera e all’alba,

e di qui prendi sempre consiglio e legge (al tuo operare).

 

Sarei tentato di considerare questa lirica,  sot-tratta di peso dalla mostruosa produzione lirica del   Groto (3),  quasi una  sorta di “poesia-manifesto”, dove il poeta presenta se stesso come uomo di verità, che ascolta con orecchio attento la voce di Cristo-verità. Da essa il Groto ne trae “consiglio e legge”: una regola di vita, che non inganna mai, poiché “mostra i difetti” e “li corregge”.

 

In sostanza, Cristo-specchio-di-verità ha la stessa funzione “correttoria” dello scudo di Ubaldo. Se, quindi il poeta Luigi Groto è uomo che ascolta attentamente la voce di Cristo, egli, per definizione, è un uomo “credibile”, che non dice mai “cose doppie”, poiché egli, prima di parlare, “ascolta”  il Cristo-coscienza-scudo. Il poeta Luigi Groto intende dunque presentarsi come “oracolo di verità”: in forza di ciò la sua voce diventa autorevole, perché le sue parole sgorgano da una coscienza che ha fatto di Cristo il suo sommesso e veritiero suggeritore. Il Groto vuole essere inteso come un poeta oracolare: cieco, egli è colui che, come Tiresia, conosce il futuro, e profetizza. Il  Groto stesso, nell’Orazione veneziana dopo la vittoria di Lepanto, accennò senza reticenze alle proprie facoltà divinatorie, paragonandosi a Tiresia: egli, dunque,  per primo, aveva profetizzato la vittoria delle armi veneziane e cristiane nella battaglia di Lepanto (1571). Nella stessa Orazione, egli aggiunse, inoltre, d’esser giunto a tanto  per via di cabbala:

 

“Dissi ben io, simile in ogni parte  a Tiresia, Prencipe Altissimo, et eccellentissimi Signori, che se ‘l foco appreso nel Tempio di Diana Efesia pronosticò  la presa dell’Asia, per contrario i fuochi appresi in Vinegia pronostican sempre le vittorie de’ Signori Veneziani. Onde come hora accendiamo fuochi in alto in segno di gioia per la vittoria ottenuta, così già duo anni s’accese il fuoco in questo Arzanà [=Arsenale] in segno di gioia per la vittoria, che si doveva ottenere. Discorsi ben’ io ( … i segni veduti in cielo … e molti altri pronostichi [sic]) […] Né di ciò contento predissi anco sotto qual generale si doveva la bellissima impresa fornire […] Né di ciò pago volli anche pronunciare il millesimo trahendolo dai penetrali della Cabbalà” [Corsivi miei] ( Oratione di Luigi Groto Cieco di Hadria, Fatta al Serenissimo Prencipe Mocenigo) (4).

 

Groto subì un pericoloso processo per eresia: gli furono rinvenuti in casa testi di Erasmo e di Agrippa, e la sua fama di mago e veggente lo condusse quasi al rogo. Tuttavia il Groto si difese bene, spuntandola, alla fine, sui propri inquisitori: e anche questo è un segnale dell’estrema abilità del poeta a destreggiarsi nei meandri del potere. Egli sapeva benissimo che l’arte divinatoria era da sempre in sentore di eresia, e tuttavia non fece mai mistero d’esserne un cultore.  Ma per far conoscere la di lui bizzarria, scrisse G. Grotto, suo biografo, “non  passeremo  sotto silenzio, che volle anco essere una spezie di Astrologo e di Cabalista col predir  le cose venture;  e sembra ch’egli pubblicasse di tempo in tempo degli Almanacchi, de’ quali uno col titolo di Ziruf accennò nell’orazione per l’allegrezza della Vittoria” (5).

 

Sulle profezie del Groto scrissi a suo tempo; qui vorrei soltanto aggiungere che  Luigi Groto, nonostante tutte le profferte  d’esser ritenuto un profeta dotato di capacità divinatorie, era “semplicemente” un intellettuale molto colto e attento, per di più  in contatto con tutti i migliori ingegni dell’epoca ( da Ferrara a Venezia, da Padova a Vicenza), da cui poteva trarre spunti e motivi d’interpretazione della realtà del suo tempo. Di là della questione del “profeta”, il Groto dovette vedersela con una turba sterminata di “poeti”: e perciò egli doveva altresì “dimostrare” d’essere uno dei migliori, se non il migliore in assoluto. Di qui i “virtuosismi” rocamboleschi ch’egli mise in campo all’uopo, e che gli procurarono molti e diversi giudizi negativi, tra i quali quello di aver concorso tra i primi alla “depravazione delle Belle Lettere in quel Secolo” (G. Grotto, p. 48). Però, come  diceva Giuseppe Grotto, ciò spiega le ragioni per cui egli riuscì “a prevaler cotanto nell’opinione degli uomini”. Groto cercava il successo letterario, e non andava tanto per il sottile pur di sbaragliare la concorrenza.

E. Taddeo si soffermò a suo tempo su un sonetto del Groto, Fortezza e senno Amor dona, non tolge (6). Il Taddeo, basandosi sul commento approntato dallo stesso Luigi Groto, osservò che trattasi d’un sonetto retrogrado, per cui ogni verso può essere letto non soltanto da sinistra a destra, ma anche vice-versa, con il risultato di capovolgere il significato naturale della lirica. La cosa, ad ogni modo, era già stata ampiamente spiegata ed illustrata da Giuseppe Grotto (7), il quale, a tal proposito, scrisse: “Un sonetto Sotadico, o sia retrogrado, trovasi nella I parte delle Rime, pag. 62, col qual, leggendolo com’è notato, si loda Amore; e leggendolo a rovescio si biasima. Nella prima forma, è come segue:

 

Fortezza e senno Amor dona, non tolge;

Giova, non nuoce; al ben, non al mal chiama;

Trova, non perde onor, costume, fama;

Bellezza, e castità lega, non sciolge;

 

Dolcezza, non affanno l’uom ne colge;

Nova perfida Amor rompe non trama;

Prova, non crucia; il duol odia, non ama;

Prezza, non scherne; in buon, non in rio volge;

 

Vita, non morte da [sic]; gioja, non pena;

Sorte buona, non ria; frutto, non danno;

Invita al Ciel, non all’inferno mena;

 

Accorte, non cieche or l’alme si fanno;

Aita, non offende; arma, non svena;

Forte, non molle;  Amor Dio, non tiranno.

 

Indi il “Grotto” riportava anche il sonetto retrogrado, che, “nell’altra maniera è così”:

 

Tolge, non dona Amor senno e fortezza;

Chiama al mal, non al ben; nuoce, non giova;

Fama, costumi, onor perde, non trova;

Sciolge, non lega castità e bellezza;

 

Colgene l’uomo affanno, non dolcezza;

Trama, non rompe Amor perfida nova;

Ama, non odia il duol; cruccia [sic], non prova;

Volge in rio, non in buon; scherne, non prezza;

Pena, non gioja dà; morte, non vita;

Danno, non frutto: ria, non buona sorte;

Mena all’inferno, non al Cielo invita;

Fannosi l’alme or cieche, non accorte;

Svena, non arma; offende, non aita;

Tiranno Amor, non Dio; molle, non forte.

 

Finalmente, l’abile dissimulatore Luigi Groto s’era svelato, e aveva detto, con chiarezza adamantina,  cosa effettivamente ne pensasse dell’Amore, al di là delle suggestioni petrarchesche sempre presenti nelle sue liriche. Nella sua “explanatio” Il Taddeo rilevava come “il poeta afferma che Amore dona fortezza e saggezza a chi ama, anziché togliergli quelle virtù; che arreca giovamento e non danno; che spinge al bene, e non al male; che procura onore e fama, non li fa perdere, e così di seguito”. Pertanto Taddeo concluse: “Come si vede, il significato si è capovolto, ed ora il sonetto ribadisce, punto per punto, le tradizionali accuse contro Amore” . Bene, poi Taddeo aggiungeva: “ Il congegno del sonetto funziona dunque come un gioco di specchi contrapposti, che si rimandino l’un l’altro immagini invertite”. Taddeo aveva perfettamente ragione, anche perché il Groto parlò spesso e volentieri di specchi, al di là dell’esempio iniziale già proposto.

 

 

Vediamo questo madrigale (8):

 

Voi bramate sapere,

Qual sia la bella Donna, ch’io tant’amo.

Et io bramando a voi, Donna piacere,

Di aprirvi il nome bramo.

Ma perche [sic] il nome esprimer non potrei,

Vi scoprirò la imagine di lei:

Se v’aggrada mirar dunque il ritratto,

Dal vero volto tratto

Di colei ch’amo assai più di me stesso:

Gite à lo specchio e rimirate in esso ( Rime, op. cit., p. 11).

 

Voi desiderate sapere

chi sia la bella donna che io amo tanto.

E io, donna,  desiderando compiacervi,

desidero dirvene il nome.

Ma poiché non potrei mai dirne il nome,

vi mostrerò la sua  reale immagine.

Se dunque vi fa piacere osservarne il ritratto,

ricavato dal vero volto di lei,

di colei che io amo più di me stesso,

andate allo specchio e guardateci dentro.

 

C’è però il fatto che quel “dissimulatore” del Groto sapeva benissimo che lo specchio rimanda sì le immagini,  ma rovesciate. Cosicché viene il dubbio che, se rinviato allo specchio, il madrigale possa assumere una veste tutt’altro che “rassicurante” per l’anonima  “bella donna” decantata dal Groto. Il sospetto viene per via del tono perentorio con cui il Groto rimanda la “Donna” a guardarsi nello specchio: “Gite à lo specchio e rimirate in esso”. Modernamente: “Va’ un po’ a guardarti nello specchio!”. Forse siamo un po’ troppo maliziosi, ma ben sapendo di aver a che fare con un astuto nicodemita, che diceva una cosa e ne pensava un’altra, il “sospetto” diventa, tutto sommato, legittimo. E il sospetto risulta particolarmente “serio” allorché  gli specchi parlanti del Groto si fanno, dal canto loro,  molto “seri”,  dicendo parole  dal sapore delle grandi verità, come in Vorrei fra lo specchiarvi,  che lo Specchio (9) :

 

Vorrei fra lo specchiarvi,  che lo Specchio

Così vi favellasse nell’orecchio.

Prendi più tosto,  e riconosci figlia

Il mio saggio parlar,  che ti consiglia,

Che è, che ‘l mio aspetto, e color, che ti somiglia.

 

Pensa che ‘l tempo se ne và, e più poi

Non torna, e che tornar non possiam noi.

La beltà, che io ti mostro, è, che sì altera

Ti fa, pensa, che è un fior di primavera,

La beltà che tu vedi, e che superba

Ti fa sì, pensa, che è una fragil herba.

E pensa, che ogni giorno perdi un giorno,

Che sen fugge, et mai fa più ritorno.

Però [=Perciò] da te sia il tempo a tempo colto,

E muta voglia pria, che muti volto.

 

E ancora:

 

Lo specchio, che sì altera andar vi face

Spero, che un dì vi farà contrario effetto.

 

In forza di questi esempi davvero degni di considerazione, non credo che E. Taddeo avesse poi tutti i torti quando sottolineava che il Groto operava un gioco di specchi sostanzialmente “illusorio di affermazione-negazione”. Probabilmente Luigi Groto fu tutto questo: però bisogna considerare anche le sue esperienze di uomo per vari versi perseguitato da una censura ecclesiastica molto occhiuta e pervasiva, che lo portò quasi alle soglie della condanna per eresia. Per cui la “doppiezza” e la dissimulazione furono gli abiti che il Groto indossò per districarsi dalle maglie di una società che altrimenti lo avrebbe stritolato.

 

Per quanto riguarda gli eccessivi virtuosismi lirici, si trattava per il Groto di battere una concorrenza pletorica: di qui le inventioni pirotecniche, gli “avanguardismi” che suscitarono scandalo: “ Luigi Grotto Adrianese detto comunemente (perchè quasi Cieco) il Cieco d’Adria,  visse con grido di nobil poeta, ed oratore, avvegnaché in poesia gli si debba far carico d’avere più d ogni altro cooperato alla nascente corruzione del Secolo XVII con mille ghiribizzi d’ingegno e pazze stravaganze di comporre” (Grotto, p. 49).

 

Il fatto è che Luigi Groto volle essere il migliore. Per esempio, in fatto di inventioni, egli fece degli esercizi di puro virtuosismo con la sestina. In pratica, egli, a parere di P.  Cervetti (10), sarebbe stato l’ “inventore” della cosiddetta “sestina doppia caudata”, incentrata sulla sapiente ripetizione delle seguenti parole-rima: Ghiaccio, neve, freddo, sole, fuoco, caldo; nonché nell’aggiunta, alla normale ripresa di tre versi,  di altre due, di due versi ciascuna.  Di essa parlò diffusamente già nel ’700 il Crescimbeni (11), che ne fece anche la storia, asserendo ch’essa “era nata in Provenza, e ne fu inventore Arnaldo Daniello”. Ci sono, continuava Crescimbeni, “due spezie di sestine, l’una è semplice […] quando il numero delle stanze sono sei, ognuna delle quali di sei versi, “oltre a una ripresa di tre versi, che si fa in fine di componimento”; l’altra, invece è “doppia”, “cioè di dodici stanze, ed una ripresa”. Questa era la regola generale.

 

“Ma il Cieco d’Adria, continuava ancora Crescimbeni, bizzarrissimo nelle sue rime, in quella sestina che incomincia I peregrini augei fuggendo il ghiaccio, non contento d’aver fatto la ripresa secondo il solito, cioè di tre versi, con dentro ciascuno due delle voci della sestina”, aggiunse altre due “riprese”, ma stavolta di due versi ciascuna: nella prima inserisce tre parole-rima della sestina per ogni verso, e nell’ultima “ripresa” ne inserisce addirittura sei. “Le voci” inserite erano, come dicevamo sopra,  Ghiaccio, neve, freddo, sole, fuoco, caldo. Cosicché nelle  riprese troviamo, in quella di tre versi:

 

Così al ghiaccio, misero, a la neve,

E al freddo fu del ciel mi vede il Sole,

Come del foco estivo il grave caldo.

 

Nella prima delle due riprese di due versi:

 

Così son brina al caldo, e ghiaccio al foco

Son neve al Sole, e pianta ignuda al freddo.

 

Nella seconda:

 

Prima che, lieto i fia, fian giunti a un loco,

Freddo, caldo,  Sol, ghiaccio, neve, e foco.

 

Sotto l’aspetto tematico, osservava ancora P.  Cervetti, la lirica del Groto appare incentrata sul “perdurare del fuoco amoroso” anche “nella stagione invernale”, e comunque nonostante il  mutare delle stagioni, nonché sull’“immutabilità del dispotismo di Amore sull’animo del poeta”, un motivo già presente “nella tradizione occitanica”; parendogli infine che “per quanto riguarda la ricerca delle ascendenze del nostro I Peregrini augei fuggendo il ghiaccio possiamo confermare che il modello rimane sempre Petrarca”; per cui “il tema nella prima strofe […]  si spiega con la sia pur lontana sestina petrarchesca A qualunque animale alberga in terra, di cui la nostra sestina riprende anche la parola-rima sole. Ogni strofe successiva, fino all’ottava, non è che una variatio di questo motivo riconducibile allo schema: strofe dispari- strofe pari, alterne vicende della natura-immobilità del dispotismo di Amore sull’animo del poeta. Veicolo segnico di questa opposizione è la presenza dell’avversativa ma all’inizio di tutte le strofe pari” .

 

Presento qui la parte iniziale e finale della sestina (12):

 

I Peregrini augei fuggendo il ghiaccio,

E la dannosa antiveduta neve

Prima che batta è queste porte il freddo,

Ricovran là dov’ el possente Sole

A nostre brine contrapesa il foco

Indi volgonsi à noi col novo caldo

 

Ma  il crudo alato arciero al maggior caldo

Nel mio cor fiede,  e al più costretto Ghiaccio

Né la fera Nemea strai  con strai di foco,

Nè l’urna ldea con falde d’alta neve

Lo scaccian dal mio cor,  che al fermo Sole

Non vi si annidi e al penetrabil freddo.

 

Così al ghiaccio misero, à la neve

E al freddo sù dal ciel mi vede il Sole

Come dal foco estivo al grave caldo.

Così son brina al caldo, e ghiaccio al foco

Son neve al Sole e pianta ignuda al freddo.

Prima  che lieto il sia fian giunti a un loco

Freddo, caldo, Sol, ghiaccio, neve e foco.

 

Se la “doppia sestina caudata” ha fatto parecchio discutere, un po’ tutte le liriche del Groto presentano “incipit” intriganti e pirotecnici, come questi:

 

Mi sferza, e sforza ognor l’amaro amore.

 

Sto tra le spine dure cercando una tenera rosa.

 

Il tutto perché, per via d’ inventioni il Groto si riteneva, lui, “povero etrusco”,  tutto sommato, più bravo del Tasso. Prendendosela, in una lettera del 1577,  con chi  che lo aveva, appunto, prima paragonato al Tasso, dandogli poi del “povero etrusco”, il Groto ribatté:

 

“Se in comparatione del signor Tasso mi chiamate povero etrusco,  in comparatione di lui medesimo mi chiamate ricco d’inventioni” (13).

 

Essere ritenuto poeta più ricco d’inventioni del grande Torquato Tasso, al Groto bastava, e, probabilmente,  avanzava. E ce la mise tutta per dimostrare al mondo che il dato era assolutamente rispondente al vero. Dal canto suo, il Tasso non fu mai perturbato dalle acrobazie  del funambolico Groto. Con riguardo al “Trofeo” approntato dal Groto per la vittoria sui Turchi,  “diceva il Tasso che le canzoni vedute  da lui sulla vittoria dell’armata  non implebant  aures e che per far cose degne bisognava dinanzi a gli occhi la cosa dello scudo di Virgilio nell’Eneide al libro VIII” (14).

 

Comunque sia, non possiamo abbandonare il Groto senza dare un ultimo saggio delle sue inventioni, dove egli “giocò” da par suo anche con la “sua” morte, e, scherzevolmente, sul famoso detto che “partire è un po’ come morire” nonché sul fatto che,  al “suo” morire, anziché piangere, “si ride”: Io parto, io moro, e son tra l’ombre morte (15):

 

Io parto, io moro, e son tra l’ombre morte;

e ben morir nomai questo partire,

che ‘l partire è una sorta di morire

e forse del morire è peggior sorte.

 

Chi more esce di doglia: io sù le porte

Per uscir sono, e pur non posso uscire.

Non sente il corpo morto più martire:

Io moro, e morto sento la mia morte.

 

Chi more è pianto . Al mio morir si ride.

More altrui, l’alma da la spoglia uscendo,

A me l’alma dall’alma si divide.

 

Perch’io senta il morir da voi partendo,

Raggroppa Atropo il fil, che si recide,

E vuol ch’i viva nel partir morendo.

 

Insomma, il Groto era fatto così: cercava la fama (poetica), e voleva “trar[si] fuor del vulgo ignaro” (16):

 

Vago di trarmi fuor del vulgo ignaro;

E andar da terra eretto

Bramai, ò d’haver io degno soggetto,

Con cui scrivendo io mi facessi chiaro.

 

 

E la cosa gli è riuscita, perfettamente, direi.

 

 

 

Note

 

1)      E. Sardellaro, “Retorica e potere nella lirica di Luigi Groto il cieco d’Adria”, in Studi Polesani, Rovigo, Minelliana,  2009, n. 1-2, pp. 79-102.

2)      Il testo rispetta la grafia, gli accenti e la punteggiatura originali: Delle Rime di Luigi Groto. Cieco d’Adria. Di nuovo ristampate,  & ricorrette. In Vinegia, MDCV, Appresso Daniel Bissuccio,  p. 168.

3)      Tre ampi volumi di liriche, Rime di Luigi Groto Cieco d’Hadria, Parte Prima, Seconda e  Terza, in Venetia, Appresso Ambrogio Dei, MDCLIX).

4)      “Oratione di Luigi Groto Cieco di Hadria, Fatta al Serenissimo Prencipe Mocenigo …”, in Oratione di Luigi Groto cieco, Ambasciator  di Hadria, In Vinegia, Appresso Francesco Rocca, MDLXXI, p. 1.

5)      G. Grotto, La vita di Luigi Grotto, cieco d’Adria, In Rovigo, MDCCLXXVII, p. 87.

6)      E. Taddeo, ll Manierismo letterario e i lirici veneziani del tardo Cinquecento, Roma, Bulzoni, 1974, pp. 121-122.

7)      G. Grotto, La vita di Luigi Grotto, cit., p. 47.

8)      Rime di Luigi Groto. Cieco d’Adria, cit., p. 11.

9)      Rime di Luigi Groto Cieco d’Hadria. Parte seconda, In Venetia Apresso Ambrogio Dei, MDCIX, p.  41.

10)    P.  Cervetti, “Una lirica del Cinquecento poco nota: la ‘sestina caudata’ di Luigi Groto”, in Italianistica: Rivista di letteratura italiana, maggio-dicembre 1986, n. 2-3,  pp. 287- 288.

11)    L’Istoria della Volgar Poesia scritta da Gio. Mario Crescimbeni, In Venezia, MDCCXXXI, Presso Lorenzo Basegio,  p. 143 e p. 146.

12)    “I Peregrini augei fuggendo il ghiaccio”, in Delle Rime di luigi Groto, Cieco d’Adria,  in Vinegia, MDCV, Appresso Daniel Bissuccio, pp. 44-47.

13)    Lettere famigliari di Luigi Groto cieco d’Adria, In Venetia, MDCI, Appresso Giovachino Brugnolo,  p. 103.

14)    Opere di Torquato Tasso colle controversie sulla Gerusalemme, Pisa, Capurro, MDCCCXXVIII, Vol. XXIII, p. 118.

15)    Delle Rime di Luigi Groto, Cieco d’Adria, In Venetia, Appresso Fabio & Agostino Zoppini fratelli, 1587, p. 92.

16)    Rime di Luigi Groto Cieco d’Hadria. Parte seconda, In Venetia Apresso [sic] Ambrogio Dei, MDCIX, p. 2.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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