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Storia, etimologia e declinazioni di “bonus” (buono e buonista)

febbraio 4, 2017

Schegge di italianistica

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E’ comunemente accettato che il termine latino bonus (italiano buono) abbia le sue scaturigini nel più antico termine duenos, che noi troviamo citato in una delle più antiche iscrizioni latine, il vaso di Dueno, dove troviamo “Duenos med feced”, con “Duenos” corrispondente al latino classico bonus ( S. Battaglia, Introduzione alla filologia romanza).  Ciò stabilito, sono tuttavia estremamente interessanti alcune riflessioni fatte sul termine suddetto da quel grande filologo che fu Frederich Nietzsche, il quale osservò da par suo:

 

“I think I can interpret the Latin bonus  as the warrior: providing I am correct in tracing bonus back to an older duonus (compare bellum = duellum = duen- lum , which seems to me to contain that duonus). Therefore bonus as a man of war, of division (duo), as warrior.”

 

“Credo di poter interpretare la parola latina bonus come guerriero, ritenendo tutto sommato corretto farla risalire al più antico duonus ( Vedi per esempio il termine bellum=duellum=duen-lum, che mi sembra abbia relazione con il precitato duonus). Pertanto buono come uomo di guerra e di divisione (duo), come guerriero (Traduz. mia)” (F. Nietzsche, On the Genealogy of Morality [Genesi della moralità]).

 

Secondo il grande Nietzsche, pertanto, bonus conterrebbe in sé il seme della discordia. Il che mi sembra avere ottime possibilità di essere vero, nel senso che da bonus e buono sono stati tratti in italiano neologismi che sembrerebbero seminare effettivamente discordia; e qui mi riferisco senza veli ad un sostantivo che deriva direttamente da bonus, buono, ossia il tanto discusso buonismo.

 

La data d’inizio della “fortuna” sociale e politica del termine buonismo sembra essere il 1995, allorché “il primo maggio 1995 Ernesto Galli della Loggia s’inventa il buonismo” (A. Quattrocchi). In seguito, Galli della Loggia, sul Corriere della Sera del  18/09/1995, aveva ulteriormente parlato di “solidarietà buonista del centro sinistra”.  Nella sua Lingua Italiana d’Oggi, M. Arcangeli  sottolinea come “nel periodo di governo del centrosinistra (…) [il] fare comunicativo bonario e tollerante di Prodi, [era] già da tempo da giornalisti e commentatori efficacemente indicato come buonismo” (M. Arcangeli, Lingua italiana d’oggi).

A. Quattrocchi fa inoltre un’osservazione tutto sommato divertente, allorché rileva che il Lessico Universale della Treccani, dopo aver definito in modo “neutro” il buonismo come “ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari”, carica la dose postillando che buonismo può essere altresì interpretato come “malattia infantile del centro-sinistra”; un’espressione che riprendeva il titolo di un articolo di C. Rinaldi apparso sull’Espresso dell’8/10/1995 (p. 40): “Il buonismo, malattia infantile del Centro-Sinistra, è finito a Capri sabato 23 settembre”.

Già codesta definizione implica un dato da sottolineare, ossia che il termine può essere declinato secondo due moduli: in senso ironico (il che è tutto sommato ampiamente accettabile), ma anche offensivo (il che è meno accettabile). Infatti, dallo studio  di Maria Vittoria Dell’Anna e Pierpaolo Lala  emerge chiaramente che buonismo, se usato in particolari contesti, può risultare  “offensivo”, e, in certi frangenti, suonare anche abbastanza “irriverente”, e uso soltanto un eufemismo. E infatti i due studiosi riportano i seguenti esempi:

1)      “Veltroni, come visto, è ottimista: ma essendo un buonista furbo e non un buonista fesso non è che non sappia che la partita riserva a lui personalmente più d’una insidia” (Repubblica, 04/07/1995. I corsivi e le sottolineature sono miei)”.

2)      “Massimo D’Alema, all’epoca segretario del Pds, era così ammonito: ‘Massimo, attento, l’ultimo buonista l’hanno crocifisso 2000 anni fa’” ( da M. Smargiassi, Repubblica, 18/09/1995).

 

Veltroni, che, come abbiamo visto, fu comunque uno tra i più bersagliati dall’ insorgenza del buonismo, rinviava l’inizio delle scorribande buoniste  in politica al periodo della sua “corsa” con D’Alema (1994) per il  segretariato del Pds. Dopo aver osservato di non essersi “ mai ribellato alla definizione di kennediano, che indica, nella memoria, un’idea della politica come tensione ideale, capacità di governare, disponibilità a rischiare per le proprie idee”, Veltroni conclude:  “Ecco, se si vuole mettere una data d’inizio al buonismo, di cui si è tanto parlato,  al fatto che io sarei un buono, quella è sicuramente una data peculiare, l’inizio della storia del buonismo applicata alla politica” (W. Veltroni, La bella politica).

 

Una  veemente “rivolta” nei confronti di certe attuali accezioni di buonismo interpretato come un insulto, lo troviamo in un articolo di Lietta Tornabuoni, apparso su La Stampa, del 23 marzo del 2000, in cui si rileva:

 

“Ecco fatto: la parola buonista è diventata un insulto. Sin dall’inizio, si capisce, aveva una connotazione negativa: definiva infatti non chi pratica la bontà , ma chi la ostenta, chi la proclama con unzione, chi ne fa un’esibizione sistematica a proprio vantaggio. Poi il termine buonista è passato a indicare quella sinistra alla Veltroni un po’ melensa, sentimentale, a volte infantilmente amante di figurine e giochi, sensibile alle canzoni e al pathos, di cuore tenero. Adesso buonista ha perduto ogni legame, anche vago o remoto, con la bontà […] Adesso, nel linguaggio della gente esasperata, reazionaria o divenuta tale per paura e sfiducia, buonista condensa una miriade di idee e comportamenti non conservatori, non violenti: è buonista chi vuol veder rispettati i diritti di ciascuno, incluse le donne; chi non ributterebbe a mare quelli che cercano di emigrare in Italia, non li ammazzerebbe tutti indiscriminatamente non li ricaccerebbe a morir di fame al loro Paese; chi ritiene che la società abbia dei doveri verso i cittadini svantaggiati; chi non terrebbe i detenuti sempre incatenati nelle loro celle, in violazione delle leggi vigenti; chi ama e protegge gli animali; chi detesta il motto ‘chi è causa del suo mal pianga se stesso’; chi vorrebbe salvare il nostro ambiente dalla devastazione e dall’inquinamento; chi per delicatezza non dice ‘storpi, ciechi, muti, mongoloidi’ eccetera; chi ha compassione per le persone nei guai e pensa che debbano essere aiutate, non giudicate”

 

E poi conclude:

 

“I cattivisti non vanno bene perché sono malvagi, e spesso fumano. I buonisti non vanno bene perché sono deboli, e a volte vegetariani. Cosa rimane?”

 

Lo dico io “cosa rimane”, da un punto di vista strettamente filologico, però (e forse non solo). Rimane il fatto che, alla fine di questa sia pur rapida rassegna sulla nascita e sugli ulteriori sviluppi dell’antico bonus, è molto difficile non dar ragione a Nietzsche, che, da filologo intelligente e acuto, aveva intravisto in questo termine latino la presenza delle “ombre” minacciose del  guerriero e della discordia (politica), perché bonus, derivando da duenos, contiene in sé il senso della “dualità” e della contrapposizione. In questa prospettiva, scrive oculatamente D. Sivestri, “Il valore primario di duenos è quello di una pertinentizzazione ostensiva o di appartenenza risultativa al due, o, per meglio dire, alla dualità per eccellenza, quella delle mani” ( D. Sivestri)

 

E che con il  buonismo si possa arrivare facilmente “alle mani” è una grossa possibilità, “praeteritis et currentibus annis” (nei passati e correnti anni).

 

Fonti:

S. Battaglia, Introduzione alla filologia romanza e la Chanson de Roland, Napoli, Liguori, 1967, p. 96.

Il passo è tratto da un’edizione inglese di F. Nietzsche, On the Genealogy of Morality [Genesi della moralità], Edited by Keith Ansel-Pearson, New York,  Cambridge University Press, 1994, p. 15.

A. Quattrocchi, Veltroni: il cavaliere rosa, Malatempora, 2008, pp. 24-25.

M. Arcangeli, Lingua italiana d’oggi: LId’O, Roma, Bulzoni, 2006, p. 46.

W. Veltroni, La bella politica, Milano, Rizzoli, 1995, p. 103. Su Veltroni “accreditato fondatore del buonismo”, si veda anche l’articolo di F. Ceccarelli, La parabola del buonismo, in LaRepunbblica.it del 27 giugno 2007.

D. Sivestri, “Implicazioni cognitive ed evidenze testuali (a proposito di bonus …)”, in AA.VV., Etimologia fra testi e culture, a cura di G. Paulis & I. Pinto, Milano, Angeli, 2013, p. 330,  nota 6.

 

 

 

 

 

 

 

 

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