Sulla Verità della Verità

Tutti oggi pretendono di essere creduti perché, dicono loro, ciò che essi affermano è, nientepopodimeno, che “la” Verità. Poiché, però, l’accavallarsi di sì tante Verità getta per lo più la gente nella confusione più assoluta, forse è il caso di fare il punto sulla Verità, tanto per vedere se pure  per davvero esiste “la” tanto sbandierata Verità.

Finché restiamo nel mondo essenzialmente concettuale, siamo in una posizione assolutamente privilegiata, perché siamo al di là e al di qua del vero e del falso, semplicemente perché, essendo a un puro livello di concetti, noi non affermiamo ancora nulla: “Abstrahentium non est mendacium”, diceva uno che se ne intendeva, Aristotele, mi pare. Ossia, coloro che si limitano ad astrarre non possono mentire, perché le nozioni sono presenti “soltanto” nella loro mente.

Il problema della verità nasce quando noi affermiamo o neghiamo, dicendo:

“Le cose stanno in questo modo!”.

Quanto al problema se esista una “verità certa”, la risposta è affermativa soltanto nel caso in cui ci riferiamo a quelle che sono le “verità di fatto” e le “verità necessarie”. Oltre codeste due categorie di verità, entriamo, come cercheremo di dimostrare, nel mondo delle verità incerte e scarsamente evidenti.

Le verità di fatto

Intanto dobbiamo verificare se effettivamente possiamo conoscere alcune verità. In via preliminare, e in primo luogo,  dobbiamo accettare il dato che esistono sicuramente delle verità “certe”, e che esse sono “soltanto” le verità di fatto. Il nostro primo atteggiamento mentale di fronte al mondo è il seguente:

“C’è qualche cosa di fronte a me. E questa cosa che  apprendo ‘è’, cioè esiste”.

Esistono dunque delle verità di fatto, “vérités de fait”, diceva Leibniz; o “matters of fact”, come asseriva Hume. Le verità di fatto, dunque, affermano l’esistenza di qualche cosa. Per esempio, “Questa  casa esiste”. Le verità di fatto sono pertanto “immediatamente evidenti”, ed esse hanno la priorità su tutte le altre possibili verità, perché esse sono delle verità assolutamente certe e non smentibili, in quanto le verità di fatto presuppongono l’esistenza reale di un qualcosa che è “hic et nunc”. Se  affermassi che “questa casa esiste”, il mio assenso è dato in funzione del vedere che la “cosa” cui mi riferisco col mio assenso  è effettivamente “esistente”; e non soltanto per me, ma per tutti gli osservatori, perché l’esistenza reale di un oggetto è sperimentata “immediatamente”. Un individuo a cui, putacaso, venisse in testa di negare la mia affermazione (“questa casa esiste”) non sarebbe preso sul serio da nessuno. Se, ancora putacaso, egli affermasse di “non vedere” quella casa, egli esprimerebbe un giudizio privo di ogni valore, facendo supporre, a ragione in tutti gli osservatori, che egli possa essere o cieco, o, peggio ancora, folle. Che costui possa anche essere in malafede, e dicesse quel che dice soltanto perché mi è avverso, è altro caso in cui si potrebbe incappare.

Le verità di fatto ci suggeriscono dunque  una prima risposta: la verità è l’adeguamento della conoscenza alla realtà. Un tempo si diceva che la verità è “adaequatio intellectus ad rem”. La consapevolezza assoluta dell’esistenza delle verità di fatto fa sì che il nostro discorso sulla presenza di “verità certe” non appaia campato in aria, ma dimostri al contrario come la conoscenza di certe verità si manifesti immediatamente come un fatto reale (e per nulla ipotetico). Dunque possediamo delle verità, e, soprattutto, siamo assolutamente sicuri di possederle.

Quindi, esistono, “de facto”, delle verità “certe” e inoppugnabili.

 

Altre verità certe: le verità “necessarie”

 

Soltanto le verità di fatto potrebbero sembrare “certe”; ma in realtà esistono altre verità che solo all’apparenza potrebbero sembrare aleatorie, ma in effetti, a un’analisi stringente, sono anch’esse da ritenersi “certe”. Queste verità sono dette “verità necessarie”, che hanno cioè un carattere di universalità da tutti riconosciuto, e che non può essere messo in dubbio da nessuno. Anche le verità necessarie appaiono dunque immediatamente evidenti, anche se esse sono correlate alle facoltà conoscitive del nostro intelletto. Il nostro intelletto può infatti stabilire rapporti tra cose ed eventi e giungere a un giudizio di verità certa, cioè un adeguamento con la realtà., giungendo alla conclusione che le cose stanno “effettivamente” così; oppure negare che le cose possano stare in un certo modo. Il problema fu già affrontato da San Tommaso nel “De Veritate”:

“Intellectus autem potest huiusmodi habitudinem conformitatis cognoscere; et ideo solus intellectus potest cognoscere veritatem […] Cognoscere autem praedictam conformitatem conformitatis habitudinem nihil est aliud quam iudicare ita esse  in re vel non esse, quod est componere et dividere”.

Traducendo:

“L’intelletto può conoscere questo rapporto di conformità al reale, e perciò soltanto l’intelletto può conoscere la verità […] Ma conoscere il predetto rapporto di conformità al reale  non è altro che giudicare che le cose stanno o non stanno in un certo modo, cioè affermare o negare”.

Secondo San Tommaso, dunque, una verità “certa” può essere trovata dall’intelletto perché essa è implicita in ogni giudizio che sia motivato in base ai dati di fatto  presenti al nostro intelletto,  e che abbiano, come elemento essenziale, un carattere di universalità per cui sia letteralmente impossibile contraddirlo. Se affermassi, putacaso, che “le foglie sono verdi in primavera e in estate”, sarebbe impossibile contraddire l’asserzione, perché l’esperienza ci attesta che il carattere universale delle foglie è d’assumere il colore verde sia in primavera sia in estate. Se qualcuno, putacaso, tentasse di negare il predicato (verde) delle foglie primaveril-estive  dovrebbe fare un corso accelerato fra boschi e foreste nelle varie stagioni, o comunque piantarla di vivere in cantina, aprendo il proprio intelletto alla realtà della natura. Al massimo, potremmo scusare l’inesperienza natural-fattuale d’un simile individuo dando per assodato ch’egli non s’è mai mosso dalla sua cantina, e che “quindi” costui non ha mai visto una foglia in vita sua, sussumendone che la di lui negazione del “verde” primaverile ed estivo  delle foglie deriva dal fatto che costui non ebbe mai a scontrarsi con la presenza stessa  delle foglie “nella realtà”. Pertanto, l’asserzione secondo cui le foglie sono verdi in primavera e in estate afferma una verità che non può essere contraddetta da nessuno, ossia una “verità certa”. Si tratta, come diceva Kant, di una “verità lapalissiana”, che  non amplia tuttavia le nostre conoscenze (tranne nel caso succitato), ma che non può in nessun modo essere contraddetta da chicche e sia, avrebbe detto Totò.

Quindi, anche le “verità necessarie” sono “certe”. Le verità necessarie sono tali perché esprimono un nesso inscindibile tra le cose; e tale rapporto o nesso è convalidato dall’esperienza, che non solo non erra, ma che non ha neppure bisogno di verifiche. Se, con altro esempio, putacaso affermassi che “ogni corpo è esteso”, non avrei certamente bisogno di andare a controllare, caso per caso, “tutti” i corpi dell’universo per sapere che l’estensione nello spazio è caratteristica universale e necessaria di tutti i corpi.

Di qui dunque la seguente conclusione: le verità necessarie sono delle verità “certe”;  a patto che abbiano un carattere di universalità “a priori”.  Ma se un corpo “deve” (a priori) essere esteso nello spazio,  l’affermazione secondo cui “tutti i gatti hanno il pelo” non è  una verità necessaria (e quindi certa al di là d’ogni dubbio).  Dovrei andare a verificare, caso per caso, se è proprio vero che tutti i gatti hanno il pelo: qualche gatto potrebbe anche “non” avere il pelo. Ergo, l’asserzione secondo cui “tutti i gatti hanno il pelo”, e quindi qualcuno non vorrebbe avere un gatto in casa perché gli lascerebbe il pelo su divani e poltrone, non è una verità necessaria a priori. Se costui facesse una ricerca “capillare”, scoprirebbe probabilmente che ci sono anche gatti senza pelo, cosicché divani e poltrone sarebbero salvi. Quindi, l’asserzione “tutti i gatti hanno il pelo” non è una verità necessaria a priori, ma lascia aperto l’uscio a ulteriori approfondimenti e ricerche.

E veniamo ora alle verità incerte

Eccezion fatta per le verità immediatamente evidenti e perciò da ritenersi “certe”,  nella maggior parte dei casi molte verità “devono” essere dimostrate.  Entriamo perciò nel campo della verità intesa come “oggetto di dimostrazione”. Le forme di verità di cui andremo adesso a parlare  possono essere considerate “mediamente” evidenti, perché su di esse grava il sospetto circa i metodi con cui esse possono essere conseguite. Nello specifico, è noto che uno dei metodi più illustri e più antichi per giungere alla verità delle cose è il sillogismo, su cui però gravano pesanti sospetti, poiché nel sillogismo, per raggiungere una verità condivisa e accettata da tutti, le premesse devono essere “vere”. Se le premesse sono vere, la conclusione porta a una verità “scientifica”, che cioè “aggiunge” un “qualcosa” alla nostra conoscenza. Se però le premesse sono false, anche la conclusione sarà, inevitabilmente,  falsa e bugiarda come gli antichi dèi. Pertanto,  la “verità” di un sillogismo deve essere valutata caso per caso, e, comunque,  il metodo non comporta una condivisione assoluta.

Le Verità per induzione

L’induzione si basa sui concetti di causa-effetto, per cui “ogni causa”, si predica da secoli,  produce un determinato effetto; e ogni effetto ha una sua causa determinata. La verità raggiunta attraverso l’induzione non è da considerarsi tuttavia una verità “immediatamente evidente”, soprattutto perché, seppure  è  vero che, nel mondo naturale, ci sono  leggi e connessioni tra i fenomeni,  per cui un dato fenomeno “dipende” per esperienza da “una” causa, è vero altrettanto che, spesso, non sappiamo un bel niente di niente riguardo la causa, dovendoci accontentare “soltanto” di osservare le “connessioni” tra i fatti. Il problema centrale della verità induttiva è che non siamo per nulla sicuri di riuscire a scoprire la “natura intima” della “causa”. Pertanto  le verità induttive non possono essere annoverate fra le verità “immediatamente evidenti” e quindi da ritenersi verità “certe” e sulle quali possiamo mettere a cuor leggero una mano sul fuoco.

Visto che con le nostre “verità” siamo lentamente scivolati dal “certo” al “probabile”, anche la questione della  probabilità merita un cenno.

Partiamo dall’assunto che una verità di “immediata evidenza” non può mai e poi mai essere ritenuta “probabile”: essa è “necessariamente vera”, e pertanto rientra tra le verità “certe”. Un evento “probabile” ha invece un carattere assolutamente aleatorio, perché esso evento “può accadere” come anche “non accadere”; sarebbe un vero e proprio “accidente” direbbe il solito Aristotele. Quindi, le verità proposteci dalla probabilità sono molto incerte, perché in genere esse sono conseguite mediante l’analogia, poiché “ci si aspetta” che determinati avvenimenti accadano perché “le cose sono sempre andate così”. L’analogia ci dice, per esempio, che, se fuori è nuvoloso, è “probabile” che piova. Però, in realtà, neppure la meteorologia la più sofisticata ci potrà mai assicurare che “pioverà per davvero”. Nessuno qui, nella nostra realtà sublunare, può vidimare “la” verità della nostra previsione-conclusione. Quindi, dobbiamo arrenderci:  anche la “probabilità” rientra  tra le verità “mediamente conosciute”,  non  sfociando in verità “certa”. Lo stesso si potrebbe dire per la “verità storica”, in cui le variabili sono troppe e troppo insidiose, a cominciare dalla veridicità e dalla fondatezza delle fonti di riferimento, sempre bisognose sì di “esperti”, ma di esperti con larghissima confidenza con l’onestà in generale e con l’onestà intellettuale in particolare. Ora, siccome si sa che le fonti sono spesso stiracchiate qua e là a seconda delle “tendenze”  politico-intellettuali di chi si mette a esaminarle, sarà giocoforza intendere “certe” verità storiche tutt’altro che “certe”.

La delusione è terribile, immagino, per i più, poiché le uniche verità su cui, come il Muzio Scevola, potremmo mettere la mano (la destra, quella che serve ai più: per i mancini la questione è ancora allo studio) sul fuoco risultano essere quelle di più immediata (e scontata) evidenza: le “verità di fatto” e le “verità necessarie”. Stop.

E tutto il resto?

Tutto il resto, come diceva l’ottimo San Tommaso, si riduce a  un “assenso della volontà personale”, un assenso dell’intelletto (“Assentit intellectus”)  a un “qualche cosa” che però sfugge al dominio delle uniche verità “certe”, che sono, purtroppo, sempre quelle: le “verità di fatto” e le “verità necessarie”.

Non è molto: ma è sempre meglio di niente (1). E l’asserzione mi sembra rientrare a giusta ragione sia tra le “verità di fatto” sia le “verità necessarie”, ritenendo un “fatto” che, chi “non ha niente” aspira, almeno, al “necessario”.

Nota

Per chi volesse aggiungere tinte più accademiche a codesta semiseria trattazione sulla “Verità”, consiglio la lettura dei Capitoli V e VI (con un’Appendice sull’ Errore) del testo di Sofia Vanni Rovighi, Elementi  di Filosofia, Brescia, La Scuola Editrice, 1962, Vol. I, pp. 159-199.

 

 

 

 

 

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