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Svevo tra arcaismi e germanismi

aprile 15, 2015

Letteratura

linguaggi

Sulle capacità linguistiche di Italo Svevo sono state scritte, negli anni, pagine ragguardevoli da parte di insigni studiosi. Contini e Devoto (1), per esempio, hanno scritto sull’autore triestino pagine davvero memorabili. Cos’è, in fondo, che si rimproverava a Svevo? Essenzialmente di sentire la lingua italiana come «seconda» o «terza», se ci mettiamo dentro gli influssi, indubbiamente presenti, del dialetto triestino e del tedesco. Potrei indicare qui una bibliografia «sterminata», come normalmente si dice allorché si tratta di fare un lavoro faticoso e sentito altresì superfluo, dato che gli strumenti appropriati per indagare a fondo la lingua di Svevo ci sono, eccome! Trovandomi quindi a redigere due righe sulla lingua e lo stile di Svevo, mi esimo dalla fatica, limitandomi a segnalare un articolo pionieristico in questo senso, indicato qua e là nelle bibliografie, ma letteralmente soffocato dagli studi successivi, che lo hanno reso pressoché «invisibile».

Si tratta di un’analisi sullo stile di Svevo apparsa nella prima metà degli anni ’50 su Lingua Nostra, a firma di O. Lombardi (2), il quale fece una sintesi puntuale dello stile e della lingua di Svevo, un’analisi che il passare del tempo non ha reso, come si dice, «superata». Gli studi successivi, in fondo, hanno portato alla luce altri elementi aggiuntivi, ma le osservazioni di Lombardi avevano già praticamente focalizzato tutti quei temi che la critica posteriore avrebbe semplicemente approfondito. Proprio per il carattere di «sintesi» rapida e ficcante, l’articolo di Lombardi può essere ancora oggi utile per quanti aspirano a una conoscenza sufficientemente puntuale, pur se cursoria, dei motivi critici posti dalla lingua e dallo stile di Svevo, specialmente lo Svevo dei primi romanzi: Una vita e Senilità.

Appuntando pertanto lo sguardo sulle opere prime di Svevo, il critico nota in esse una «faticosa elaborazione dei costrutti e persino sforzo del tradurre in lingua un pensiero nato dentro nella più schietta veste dialettale». Quindi Lombardi, riallacciandosi alle osservazioni di Devoto, rileva altresì che tutti i tentativi correttorii messi a punto da Svevo risultarono inefficaci a dare l’idea di una lingua intimamente sentita. Le due opere testé citate, non furono oggetto da parte di Svevo di una modifica strutturale dopo l’esperienza della Coscienza, limitandosi a «qualche ritocco esterno meramente formale», non sembrando «in grado di operarvi quella trasformazione di cui non poteva non sentire l’urgenza dopo l’esperienza della Coscienza».

Riguardo a Una vita si notano «generalità dell’espressione, che ricorre persino a frasi gnomiche ( ‘ è la gente triste che fa triste i luoghi’; oppure: ‘ una grandezza ingrandisce la casa dove abita’)… Approssimativamente inadeguata, questa espressione si puntella sull’avverbio più incerto ( i capelli esattamente biondi ), al luogo comune più consumato ( ‘democratica sfegatata’), alle immagini più scialbe ( ‘Rosso come fosse stato fino allora con la testa dove aveva i piedi’)». A tutto ciò, registra ancora Lombardi, si accompagnano voci «grezzamente dialettali (‘uno zamberlucco sdrucito’)… né ravvivano il discorso le anomalie grammaticali… o le forme inusitate quali ‘equivaluto’, ‘prolungazione’, ‘promissione’…».

Si pensi, per alcune espressioni dialettali a esempi come questo: «Sei invelenà? [arrabbiato?]» (3). Aggiungo che, per quanto si può notare nello stile di Svevo, effettivamente c’è una persistenza al gusto per l’aforisma e al motto sentenzioso, che percorre tutta la sua opera: «Ecco il vantaggio dei malati reali: appariscono più vecchi di quanti non sieno [siano]». Dove “sieno” è arcaismo dotto. Le cose andrebbero un po’ meglio in Senilità, dove lo scrittore userebbe espressioni assai più «acute» e «vive». Infatti, nel ritratto di Angiolina Svevo sembra trovare «…la nota evidente, giusta ( ‘ … una bionda dagli occhi azzurri, alta e forte, ma snella e flessuosa’). A volte persino suggestiva ( ‘una faccia misteriosa dalle linee precise e dolci’)… ( ‘ Nella pupilla qualche cosa si muoveva e modificava continuamente l’intensità e la direzione della luce. Quell’occhio crepitava…’)…».

Senilità, dunque, per Lombardi, prelude già per temi e toni alla Coscienza, perché «… in Senilità è l’avvio allo scavo psicologico, ma l’espressione resta ancora vaga, persino ingenua: ‘assorbito da quella musica, il suo grande dolore si coloriva, diveniva ancora più importante’…». Comunque lo Svevo maturo scrittore si trova solo nella Coscienza, ove « si circostanzia in un mordente talvolta più acuto, quella carica umoristica in cui Svevo traveste la sua sollecitudine di moralista». E infatti l’ironia costituisce la nota prìncipe dello «stile» di Italo Svevo; mentre, per quanto riguarda la lingua sveviana, essa fu sin dall’inizio uno strumento assolutamente personale e “composito”, “ «una lingua composita antiletteraria e realistica, ove i dialettalismi vengono a trovarsi insieme a termini e a sintagmi ‘italiani’, talora anche arcaici e aulici nonché a calchi dal tedesco» (4).

Note

1) G. Devoto, Le correzioni di Italo Svevo, in Studi di stilistica, Firenze, 1950 e G. Contini, Italo Svevo, in Letteratura dell’Italia unita (1861-1968), Firenze, 1968.

2) O. Lombardi, Maturazione dello stile di Italo Svevo, in Lingua Nostra, 1954, pp. 18-20.

3) Sul dialetto di Svevo buone considerazioni in A. Cavaglion, Italo Svevo, Milano, B. Mondatori, 2000, pp. 56-58, in cui si rileva come Svevo amasse usare il dialetto nelle più svariate occasioni, specie nelle lettere private: «Sarò a Trieste sabato mattina risparmiando gli schei (soldi) della ferrovia» (p. 57). Sulla questione cfr. anche P.V. Mengaldo, La tradizione del Novecento, Milano, Feltrinelli, 1980, p. 135: «… Trieste… città in parte provinciale in parte cosmopolita, dove tra uso quotidiano del dialetto e forte ‘superstrato’ tedesco, l’italiano è assorbito nelle sue forme di lingua eminentemente scritta, letteraria, e quindi con connotati vistosamente arcaizzanti e convenzionali (insegni a questo proposito la carriera di Svevo, per cui l’italiano restò sempre una difficile conquista)…». Tali connotati arcaizzanti si notano, per esempio, in certe correzioni operate da Svevo, che usava dessa per lei.

4) G. Genco, Italo Svevo tra psicanalisi e letteratura, Napoli, Guida, 1998, p. 208 sgg. Genco poi menziona alcuni arcaismi: fantesca e cameriera, conquidere e conquistare, incorare e incoraggiare (p. 209). Una «prosa così poco ornata e icastica», che lascia la sensazione di camminare per una strada dissestata e piena di buche, segnale simbolico della difficoltà della penetrazione nel profondo (p. 210).

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