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Come t’erudisco il fanciullo: (povera) lingua italiana d’oggi

febbraio 7, 2017

Società

vocabolari

L’italica pubblica opinione è stata  in questi giorni  trafitta da fortissime  suggestioni emotive, per via del fatto che  la stampa tutta ha raccolto e fatto proprio il grido di dolore lanciato dagli Atenei italiani  a proposito delle ben miserevoli condizioni linguistiche dei giovani d’oggidì, che non saprebbero scrivere a quel livello che sarebbe giustamente auspicabile dagli Almi Studi Universitari.

 

A parte il fatto che il suddetto  “grido” non costituisce un unicum nella storia d’Italia, e che la questione si trascina penosamente da anni, il problema, così come s’andrà evolvendo ( e ci scommetterei tutte le mie costose camicie, a costo persino di “rimanere in camicia”) si risolverà con convegni, dibattiti  e proposte d’esperti o supposti tali, ognuno dei quali illustrerà al popolo tutto nonché all’inclita Repubblica  la propria panacea: chi vorrà “potenziare” la lettura;  chi vorrà il “ritorno al dettato” (come ho sentito vagheggiare),  e chi, andando oltre tutti i confini  spaziotemporali, penserà a strumenti didattici avveniristici,  che faranno forse sobbalzar in alto le fortune di qualche casa editrice. Ma, come ben diceva un antico detto dei nostri Maggiori:

 

“ Esci con qualsiasi tempo, ma non con il futuro, perché è spaventoso”.

 

Se prendiamo quanto di serio si potrebbe tuttavia rintracciare  in siffatta battuta, la “paura del futuro” dovrebbe farci ripensare al fatto che il problema di fondo di tutta questa deplorevole faccenda sta in una carenza profondissima ed evidentissima, ossia in un’ “evanescenza” della grammatica, la tanto vituperata grammatica che, in tempi non poi tanto lontanissimi, fu letteralmente gettata alle ortiche, perché vista come un qualcosa di “ideologicamente” non più “à la page” coi tempi nuovi, votati alla ricerca dell’assoluta libertà,  in tutte le sue molteplici forme. La grammatica è “barbosa”, annoia i nostri fanciulli,  i quali, invece, “devono” imparare “divertendosi”, aprendo così la stura a  nuove e futuribili “invenzioni”  che, però, alla fine della giostra, hanno portato alla situazione attuale.

 

La grammatica sarà anche barbosa, specie se somministrata secondo moduli forse un po’ troppo, come dire, “aulici”;  però essa fu, è,  e sarà in sempiterno  il primo ed assoluto strumento di riferimento di erudizione del fanciullo. Qualche “avventuriero” dei tempi andati si pose di brutto il problema, e ne uscì con un esperimento molto interessante ed efficace, a mio modo d’intendere e di vedere. Non vi dico ancora chi fu tale portento, però vi posso assicurare ch’egli  non è uno scienziato del “futuro”, bensì, tanto per essere in tono con il discorso grammaticale, un uomo del “passato remoto” ( Egli Fu), avendo Egli  dato alle stampe la sua grammatica nel più profondo dell’Ottocento.

 

Non mi soffermerò neppure a spiegare il di Lui metodo, ma vi darò semplicemente un qualche rapidissimo esempio della Sua maniera  di procedere, che implicava un dialogo costante tra il docente e il discepolo. Partendo quindi “ab imis”, così  Egli procedeva nelle Sue lezioni grammaticali: di domanda in risposta, dove l’ “interattività” docente-discente è assoluta.

 

Nozioni Preliminari

  1. Che cosa intendete per grammatica?
  2. Quell’ arte che c’insegna a ben parlare e scrivere.
  3. Per parlare e scrivere di che abbiamo bisogno?
  4. Delle parole.
  5. Quante diverse specie di parole abbiamo nella nostra lingua?
  6. Otto, e sono l’articolo, il nome, il pronome, il verbo, l’avverbio, la preposizione, la congiunzione , e l’interposto [esclamazione].
  7. Che cosa è l’articolo?
  8. L’articolo è una parola che serve a dinotare (denotare) i diversi

generi, numeri, e casi del nome.

  1. Che cosa intendete per nome?
  2. Il nome è la parola di che ci serviamo per esprimere una persona, od una cosa qualunque.
  3. Che cosa è il pronome?
  4. E la parola che si mette in vece [al posto] del nome.
  5. Che cosa è il verbo?
  6. Il verbo è quella parola che indica l’affermazione, o il giudizio che noi facciamo delle cose: esso esprime, o azione, o passione, o stato.
  7. Che cosa è l’avverbio?

R- L’avverbio è la parola che modifica il verbo.

  1. Che cosa è la preposizione?
  2. È la parola, che indica il rapporto d’un nome coll’altro.
  3. Che cosa è la congiunzione?
  4. È quella, che serve ad unire una parola, od un senso coll’altro.
  5. Finalmente che cosa è l’interposto? [=eslamazione, Oh, Ah].
  6. E’ la parola, che esprime i diversi affetti dell’animo.
  7. Tutte queste otto parti del discorso possono cambiare la loro terminazione?
  8. Non tutte, ma quattro solamente.
  9. E quali sono?

L’articolo, il nome, il pronome, e il verbo: che perciò si dicono declinabili , o variabili.

  1. E le altre?
  2. L’avverbio, la preposizione, la congiunzione, e l’interposto non possono affatto cambiare la terminazione, quindi diconsi [sono detti] indeclinabili, o invariabili.

 

“E vero, continuava l’ancor “Maestro” ignoto,  che in queste otto parole stia tutta la prima parte della grammatica, ma bisogna ora meglio osservarle separatamente dopo d’averne data semplicemente la definizione. Ond’è che [ Per cui] dividerò tutto questo primo trattato in otto capitoli, trattandosi separatamente ciascuna di queste otto parole”.

 

Parte Prima. Capitolo Primo

 

Dell’ articolo.

 

  1. Che cosa avete detto essere l’articolo?
  2. L’articolo è una parola che serve a dinotare [denotare] i diversi generi, numeri, e casi del nome.
  3. Quante specie di articoli abbiamo?
  4. Due. Determinati[vi] ed indeterminati[vi].

Quali sono gli articoli determinati?

  1. Il, lo, la pel [per il] singolare, i, gli, le pel plurale,
  2. E gli indeterminati[vi]?
  3. Uno, ed una al singolare, alcuni, ed alcune al plurale.

 

  1. Declinatemi gli articoli determinati.
  2. Eccoli, al singolare:

Nominativo.  Il,  lo,  la

Genitivo. Del, dello, della

Dativo.   Al,  allo,  alla

Accusativo.  Il,  lo,  la

Vocativo. O

Ablativo . dal, dallo,  dalla

 

Plurale

Nom. I,  gli,  le

Gen. Dei,  degli, delle

Dal. Ai, agli,  alle

Acc. i, gli,  le

Voc. O

Abl. Dai, dagli, dalle.

 

Del caso

 

  1. Che cosa intendete per caso?
  2. Il modo come declinare un nome.
  3. Quanti sono i casi?
  4. Sono sei. Nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, ed ablativo.
  5. Come si dividono questi sei casi?
  6. In caso retto, ed obliqui.
  7. Qual’ è il caso retto?
  8. Il solo nominativo.
  9. E gli obliqui ?
  10. I rimanenti cinque, cioè genitivo, dativo, accusativo, vocativo , ed ablativo.
  11. Come si conosce un nome di che caso egli sia?
  12. Dagli articoli, e dai segnacasi.
  13. Quali sono i segnacasi?
  14. Sono “di”, “a”, “da”.
  15. A quali casi servono questi segnacasi?
  16. Il segnacaso “di” per il genitivo, “a” per il dativo, e “da” per l’ablativo.

 

E così via, fino alla famigerata “analisi grammaticale”, di cui si offre un rapido esempio.

 

  1. Che cosa è “il”?
  2. Il è articolo determinato, di genere maschile, di numero singolare.
  3. Che cosa è “lo”?
  4. Articolo determinato, di genere maschile, di numero singolare.
  5. Che cosa è “la”?
  6. Articolo determinativo, di genere femminile, di numero singolare.
  7. Che cosa è “uno”?.
  8. Articolo indeterminativo, di genere maschile, di numero singolare.
  9. Che cos’è “una”?
  10. Articolo indeterminativo, di genere femminile, di numero singolare.
  11. Quando [si usa] “il” e quando “lo”?
  12. “Il” si adopera innanzi [davanti] ai nomi che cominciano da [con] consonante, “lo” si adopera innanzi ai nomi che cominciano con vocale, “s” impura o “z”.
  13. Che cosa intendete per “s” impura?
  14. Quella che viene seguita da un’altra consonante, come nella parola “studio” (lo st-udio), ecc.

 

E tutta la grammatica italiana è presentata secondo il metodo suesposto. Certo, sarebbe auspicabile  che i  fanciulli “studiassero”, tra le altre cose,  perché, senza lo studio non s’arriva da nessuna parte.

 

Adesso vi dico anche chi fu l’estensore di questa grammatichetta “non scientifica”, per carità!. Egli si chiamava Francesco Cimmino, e pubblicò il suo Metodo Analitico-Pratico della lingua italiana  a Napoli, nel lontanissimo 1852.

 

Sento già qualcuno sussurrare: “Ma cosa mai dice costui? Ma è la scoperta dell’acqua calda! Suvvia, ci sono oggi ben altri strumenti, proiettati tutti “nel futuro”, ben più adatti di questo misero libercolo alla moderna didattica del XXI secolo”. D’accordo. Però mi piace anche ricordare le scarne parole che l’autore spese nel presentare la sua operetta:

 

“Non perché io volessi addentar la fama de’ molti, che s’ ebber vanto d’ottimati in tal genere. Né le mie forze il permetterebbero, né d’altronde oserei sperare alcun pro, ancorché in danno altrui. La sola esperienza ha rivelato il vuoto che esisteva sotto l’apparato d’uno sforzo filosofico”.

 

Le “parole del passato”. Ben lungi da me il pensiero voluttuoso d’aver ragione, perché, come diceva un altro detto sentenzioso:

 

“Mai mettersi a dimostrare di aver ragione. Vorrebbe dire ammettere implicitamente che si potrebbe avere anche torto”.

 

Il che mi dispiacerebbe di molto anzichenò, perché “rimanere in camicia”, di questi tempi, potrebbe esser di nocumento alla salute. Come spiegava dottamente il  Supplemento del  Vocabolario del Gherardini:

 

“Rimanere in camicia: Figurativamente vale Privarsi d’ogni avere, o pure Non posseder più cosa alcuna, Rimaner povero e nudo”. L’ultima da sconsigliarsi vivamente con il freddo che fa.

 

Fonti:

 

Francesco Cimmino, Metodo Analitico-Pratico della lingua italiana, Napoli, Stabilimento Tipografico di Nicola Mosca, 1852, pp. 7-12.

 

Supplemento à vocabularj italiani, proposto da Giovanni Gherardini, Milano, Dalla Stamperia di Giuseppe Bernardoni di Giovanni, 1853, Vol. II, C-E,   p. 33.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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