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Tra le “nebbie” della lingua di Nembrot

settembre 4, 2015

Schegge di italianistica

 

Un mio caro amico, Benito Ciarlo, appassionato cultore di cose dantesche, mi ha trasmesso di recente un passo tratto da un libro di Flaminio Servi (1893, e ristampato di recente) (1), in cui il critico offriva una soluzione, a suo parere decisiva, al problema interpretativo sollevato dal famoso verso dantesco “Rafèl mai amech zabi almi”, che, come tutti sanno, ha letteralmente dannato l’anima a generazioni di dantisti.

Secondo F. Servi, molto probabilmente Dante aveva in qualche modo “storpiato” le parole “suggeritegli” da un suo “intimo amico”, il poeta di origini ebraiche Emmanuele Romano, suo contemporaneo. In realtà, secondo F. servi, il verso “corretto” sarebbe stato “Refa el mai amech zebai almi”, che il suo amico Jona aveva tradotto nel seguente modo: “Lascia o Dio! Perché annientare la mia potenza nel mio mondo?”.

Per arrivare ad una valutazione di merito circa la “proposta” di Servi e del suo amico Jona, il “traduttore”, è necessario osservare un paio di cosette. Primo: Servi, come molti altri studiosi del suo tempo (almeno fino agli anni ’20 del Novecento), era assolutamente convinto che Emmanuele Romano fosse stato un amico “intimo” di Dante. Talmente intimo, che, secondo Servi, sarebbe stato proprio lui a suggerire “di certo” a Dante i famosi versi di Nembrot (2). Secondo. Ciò che fece Servi è molto semplice a spiegarsi: egli “trasformò”, ma proprio trasformò, quello che fu semplicemente un “ammiratore” alla lontana di Dante, in una vera e propria “fonte” di Dante stesso. La cosa non sta in piedi, perché, come è stato ampiamente dimostrato dalla critica contemporanea, Dante conosceva a malapena Emmanuele Romano, e forse non lo conosceva affatto (3).

La questione dell’ “amicizia” di Dante con Emmanuele Romano è stata dibattuta a lungo, e le conclusioni sono quelle a cui accennavo poc’anzi. Ciò detto, veniamo alla “traduzione” di Jona, l’amico di Servi. Quanto all’interpretazione di Jona, essa fu fatta, secondo Asher Salah, “in an imaginative way” [ “in modo un po’ fantasioso”] . Facendo proprio riferimento allo studio di Servi , Asher Salah scrive: “A certain Jona, quoted by F. servi, ‘Dante e gli ebrei’ (Casale 1893), p. 13, translates this verse in an imaginative way: “Lascia o Dio perché annientare la mia potenza nel mio mondo?” (4). Lo stesso A. Salah aggiungeva che uno studioso italiano della Bibbia, Giuseppe Barzilai, aveva “tradotto” il malnato e malnoto verso di Nembrot come segue: “How deep is the fog! Go around, World!” [“Che nebbia fitta! Vai, mondo, vai!”]. Che sembrerebbe più che altro un invito a riflettere sul fatto che il mondo viaggia a “naso”, e un po’ a casaccio, immerso in una nebbia profonda.

Ancora una volta ci si scontra con la realtà, ovvero che nessuno, ma proprio nessuno degli esegeti di Dante ha, fino ad oggi, dato un senso al linguaggio di Nembrot. Quindi, è necessario restar fermi al “quia”: la frase di Nembrot è incomprensibile, e molto probabilmente hanno ragione quanti affermano che è assolutamente inutile cercarne il significato. D’altra parte, lo stesso Virgilio aveva avvertito Dante di “lasciar perdere”, perché, tanto, quel linguaggio era “a niuno noto”. E allora? Allora, dato per scontato che Dante non sapeva un bel niente di ebraico, arabo o aramaico, è probabile che si fosse semplicemente divertito a mettere in sequenza, una dopo l’altra, quelle poche parole ebraiche che aveva orecchiato qua e là, costruendo, alla fine un verso “mostruoso” ed assolutamente incomprensibile, che, tuttavia, rende perfettamente l’idea di ciò che egli intendeva con “lingua babelica”:
“ Rafèl mai amech zabi almi”. Un rompicapo tuttavia che non dovrebbe essere tale. Semplicemente perché Dante, attraverso di esso, ha reso perfettamente il “nonsense” insito nella lingua babelica.

Note

1) “Dante e gli Ebrei”. Studio di Flaminio Servi, Casale, Tipografia Giovanni Pane, 1893, p. 13.

2) “ E quello che è più interessante, lo diremo alla moderna, è l’osservare come il poeta cristiano pur volendo adoprar parole suggeritegli di certo (sott. mia) dal poeta ebreo, poco pratico com’era nel trascriverle, si trovò come un pesce fuor d’acqua e ne storpiò più d’una, siccome fatto avea nel ‘Pape Satan’. Leggete infatti come volete il verso ‘Rafèl mai amech zabi almi’ e ci troverete sempre una sillaba di meno. Ma non ce la troverete più se lo leggete come vuole l’ebraico: ‘Refa el mai amech zebai almi’, e che vale — come giustamente osserva l’amico nostro Jona — ‘ Lascia o Dio! Perchè annientare la mia potenza nel mio mondo?’ » ( Cap. VII, p. 13).

3) Su tutta la lunga questione dell’ amicizia “stretta” di Dante con Emmanuele Romano, la bibliografia è piuttosto nutrita. Rinvio comunque a quanto dice G. Battistoni in modo esteso e chiarificatore: “All’origine di questa supposizione (l’idea di rapporti personali tra Immanuele e Dante …, finché non intervenne lo studio del Cassuto a dimostrarne l’infondatezza) è una corrispondenza scambiata tra Bosone di Gubbio e Immanuele in occasione della morte di Dante. Bosone nel sonetto ‘Due lumi son di nuovo spenti al mondo’, lamenta la scomparsa di Dante e di una donna cara a Immanuele; il quale, in un altro sonetto, risponde confermando il proprio dolore”. Cfr. “Enciclopedia Dantesca”, voce “Immanuele Giudeo”, in G. Battistoni, “Dante, Verona e la cultura ebraica”, Firenze, La Giuntina, 2004, p. 47. G. Battistoni si diffonde a lungo sul tema. Cfr. il cap. “Manoello Giudeo ‘amico’ di Dante”, p. 43 sgg.

4) Cfr. A. Salah, “A Matter of Quotation: Dante and the Literary Identity of Jews in Italy”, in “The Italia Judaica Jubilee Conference”, a cura di Shlomo Simonsohn, Joseph Shatzmiller, 2010, p. 184 e nota 51.

 

 

 

 

 

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