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Trilussa: Sì, Bona sera!

dicembre 29, 2016

Schegge di italianistica

trilussa

 

Ci fu un tempo in cui la poesia in dialetto era ritenuta una poesia di “seconda classe”. Erano pochi i critici che ne avevano una qualche simpatia. Però, a poco a poco, anche la critica accademica s’è accorta dei nostri grandi poeti dialettali, per cui i nomi di Carlo Porta (milanese) e Gioacchino Belli (romano) sono oggi ritenuti dei “classici” della nostra letteratura dialettale.

 

Accanto ad essi, tra i “quasi” classici ci metterei anche Trilussa (Carlo Alberto Salustri), nato nel 1871 e morto nel 1950. Attraverso l’umorismo, che è forse la forma migliore di dire certe verità con toni leggeri e poco “offensivi”, i nostri poeti dialettali dicevano sante verità, che ognuno è in grado non soltanto di apprezzare, ma anche di valorizzarne la “serietà”,  molto più di articoli seriosi e saputi.

 

Prendiamo Trilussa e un caso classico di “corruzione smascherata”. Ne vien fuori una bella denuncia, non soltanto dell’atto in sé, ma anche dell’atteggiamento della gente, che prima s’inchina e poi guarda indifferente, con malcelato compiacimento, all’arresto del commendatore.  In questa poesia di Trilussa, soltanto la portiera del palazzo non nutre astio contro il commendatore, ricordandosi di un “qualcosa”:

 

L’arresto del commendatore

 

La sera dell’arresto, l’inquilini

Erano esciti tutti pe’ le scale:

–        Eh – dice – se capirà! – E’ naturale!

–        Ecco come se fanno li  quatrini!

– Da un pezzo in qua faceva un lusso tale …

– E la carrozza … e  automobbili … e villini …

 

E la moje? Che anelli! Che orecchini!

–        Io lo dicevo che finiva male –

 

E quanno scese assieme ar delegato

Nessuno seppe dije una parola

Che l’avesse un pochetto incoraggiato!

 

Nessuno! Solamente la portiera,

ch’era rimasta in fonno a la guardiola,

pensò a le mance e disse – Bona sera!

 

Almeno la portiera s’era ricordata delle mance. E quel suo “Sì, Bona sera!” non si capisce bene se sia un semplice saluto o invece un recondito rammarico del fatto che, con l’arresto del commendatore, erano finite anche le laute mance.

 

È come avesse detto: “Sì, Bona sera! A commendatò, è finita!” (pe’ vvoi e pe’ mme).

 

E, a proposito di “quatrini”, Trilussa, saggiamente poetava:

 

Li quatrini so’ come li dolori:

Chi ce l’ha se li tié: pe’ questi l’ommini

Se so’ divisi in ladri e galantommini,

Se so’ divisi  in poveri e signori.

Schiavi e padroni, vittime e strozzini …

Sempre pe’ ’st’ammazzati de quatrini.

E. Corradi, curatore dell’edizione a cui faccio qui riferimento, sottolineava come Trilussa avesse fatta propria una frase di Madame de Staёl:

 

“Più imparo a conoscere gli uomini e più amo le bestie!”.

 

Per quel che può valere, anch’io sono in perfetto accordo e con Madame de Staёl e con Trilussa.

 

 

Fonte:

 

Trilussa, “L’arresto del commendatore”, in Le finzioni della vita, a cura di  E. Corradi, Rocca  San Casciano, Licinio Cappelli, 12 giugno 1918,  p. 25, e  pp.  117-118.

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