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I “tuoni” di Giovanni Lido: previsioni “meteorologiche” del passato

ottobre 25, 2016

Filologia Latina

Tuoni lampi fulmini e saette

Oggi ci lamentiamo, e spesso a torto, delle previsioni meteorologiche: dette previsioni infatti, si dice, dovrebbero essere più esatte, perché magari qualcuno, messosi in macchina per andare al mare, si ritrova a volte, anziché sotto l’ombrellone, con l’ombrello in mano. I meteorologi si difendono dicendo che le previsioni locali sono estremamente difficili ad imbroccarsi con assoluta precisione, per cui, insomma, bisogna un po’ accontentarsi.

Non così nel mondo antico. Quelli sì che erano bei tempi! Non soltanto i nostri fortunati antenati sapevano le cose per tempo, ma addirittura potevano contare su calendari giornalieri che, di fronte ad un certo fenomeno atmosferico, ti ricavavano non soltanto il tempo, ma anche gli eventi che ci si doveva aspettare.

“Meteorologo” insigne fu Giovanni Lido, il quale scrisse un’opera, il “De Ostentis”, che in sé è un vero gioiellino, da cui il lettore può trarre “previsioni” non soltanto meteorologiche, ma addirittura vitali. Nella grande opera frammentaria di Giovanni Lido spiccano per interesse le previsioni giornaliere fatte dal dottissimo funzionario imperiale bizantino, in base ad un particolare evento atmosferico, quale il tuono, per esempio. In base al giorno in cui tuonava, i nostri beati antenati potevano dunque trarre previsioni di tutto rispetto. Prendiamo come esempio il mese di settembre. La previsione era “giornaliera”, e pertanto estremamente utile:
Settembre

1. Si tonat, fertilitatem simul et gaudium declarat.
2. Si tonuerit, dissensio erit in populo Romano.
3. Si tonat, imbrem fusum et bellum declarat.
4. Si tonat, declarat ruinam viri potentis, et belli praeparationem.

Se, dunque, il primo settembre sentivi tuonare, quello era segno di gran fertilità della terra nonché di gioia assoluta per tutti. Benissimo.
Se però sentivi tuonare in cielo il due di settembre, erano guai, perché c’erano da aspettarsi profonde “divisioni” nel popolo romano.
Se tuonava il 3 di settembre bisognava invece aspettarsi pioggia a catinelle e previsioni di guerra alle porte.
Non meglio andava il 4, perché, se Giove tuonava, tutti gli uomini potenti di questo mondo dovevano fare i dovuti scongiuri, perché qualcuno di essi sarebbe andato in rovina, e in più c’erano all’orizzonte preparativi di guerra.
Pertanto, a settembre, a parte i primo del mese, ci si doveva augurare tempo buono e cieli sereni.

Ma andiamo avanti

Il 5 c’era da aspettarsi abbondanza d’orzo; il 6 le donne vogliono prendere il sopravvento, perché, se tuona, ciò significa che il potere delle donne sarà maggiore di quello che implica la debolezza del sesso [“Si tonuerit, potestas erit apud mulieres rnajor quam pro sexus debilitate”].

Il 7 ci si doveva aspettare malattie e stragi in arrivo. L’otto erano in vista gravi congiure, sia pur respinte, dei potenti. Il nove c’erano venticelli fastidiosi, il dieci dissidi, l’undici i clienti dei patrizi stavano macchinando qualcosa di poco chiaro. A parte il 15, il 19 e il 30, in tutti gli altri giorni del mese ti dovevi aspettare: fame, malattie, scarso raccolto, penuria di cibo, omicidi d’uomini illustri, tristezza, pioggia, tempeste varie, dissidi nella repubblica, tirannie politiche, strani e minacciosi prodigi, e siccità.

Diciamoci la verità: i nostri meteorologi non ci azzeccano sempre, ma almeno un filo di speranza te lo lasciano pure. Giovanni Lido (490-560), funzionario governativo alla Corte imperiale di Costantinopoli, era uomo di notevole cultura ed interessi, esperto di cose di governo ma anche appassionato cultore di meteorologia legata alla divinazione; in questo senso ci è rimasto il suo “De Ostentis”, che, come abbiamo visto, è tutto un programma.

Viste anche le sue previsioni, la fretta del dotto prof. Hase: “Editionem libri Lydiani nolui amplius differre”, (Praefatio, p. II) [ Non ho voluto differire ancora l’edizione del libro di Lido], sembra effettivamente eccessiva.
Fonte:

Johannis Laurenti Lydi, De Ostentis quae supersunt, Edidit, Graecaque supplevit et latine vertit Carolus Benedictus Hase, Parisiis, MDCCCXXIII (1823), pp. 115-119.

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