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Un esilarante esempio di latino maccheronico: Zambello e la fame

Nel passo che andremo a vedere, troviamo disperso nelle solitudini dei campi il contadino Zambello, che se ne stava “solo solettus” in mezzo al campo (arvo), dove lavorava già da parecchie ore molto intensamente (valde laborabat),  stentando  a zappare i fagioli (stentans zappare fasolos) (1).

 

Così, mentre l’ introibo ci introduce in un paesaggio quasi idillico,  con Febo, il sole, che spunta all’orizzonte dalle Alpi vicentine (Iamque visentinis spuntabat Phoebus ab Alpis), troviamo il povero Zambello alle prese con una incoercibile e tremenda voia mangiandi (voglia di mangiare): al punto che egli si sentiva per ventronem vacuas rosegare budellas (sentiva brontolar, rosicchiare,  le vuote budella nel gran ventre, ventròn in dialetto”).

 

Ma poiché, come ben sapeva Zambello, non v’era alcun paniere che pendeva dall’olmo (nessunus pendet carnerus ab [in] ulmo), né si trovava ad avere neanche dei tozzi di pane ammuffiti (saltem tozzi sint muffi), o una crosta di formaggio (crusta casetti), e neppure un barilotto di vinaccia per “bagnare” almeno ( dialetto “almanco”) la  bocca inaridita e prosciugata [sugatam]  ( nullus barilottus aquatae,/ qua queat almancum boccam bagnare sugatam), Zambello “esplode” (sborrat)  in un “sospiro” per utrumque canalem, attraverso tutti i “canali”: quello di sopra e quello di sotto.

 

Poi, grattandosi la testa con la mano destra, e il culum con la sinistra  (Inde caput grattans dextra, culumque sinistra), sbotta a gran voce in un grido liberatorio (magna sic voce gridavit):

 

… Marza sic famme crepabo?  Creperò dunque di fame marcia? Morirò dunque buttando sangue? Non cercherò un qualche  soccorso? (Strangossabo miser? Nec quemquam cerco socorsum?).

Questo boia, questo ribaldo (Baldo) mi  fracasserà la schiena (Esto, fracassabit schena mihi ribaldus)…

Heu me … nullaque tegnosam mihi caput schufia testam/

nullaque braga tegit nudas diretro faccendas/

nec solum marzum servat mihi borsa quatrinum,/

quo possim comprare muffum de pane tochettum/

quo mihi barberus voiat tosare pedocchios/

qui me nocte die privum savone travaiant./

Nausea sum factus populo, derisio genti …

 

Eccomi qua, povero me!, senza neppure una cuffia tignosa che mi copra la testa; neppure un paio di brache che mi coprano “le faccende” del di dietro, senza un solo marcio quattrino in borsa per potermi comprare un “tocchetto” di pane ammuffito, per pagarmi un barbiere che voglia tosarmi dai pidocchi, che travagliamo notte e giorno un poveraccio senza neppure un pezzo di sapone per lavarsi. Provoco soltanto nausea e risate derisorie fra la gente.

 

 

A parte l’esilarante latino maccheronico di Merlin Cocai, alias Teofilo Folengo di Cipada,  sul quale si sono soffermarti tutti i critici, in questa scenetta campestre, dove d’idillico c’è soltanto il sole che sorge dalla Alpi vicentine, non c’è nient’altro di esilarante: v’è invece la cruda ed impietosa denuncia d’uno sfruttamento allucinante e d’una rivoltante povertà dei contadini del Cinquecento, non soltanto in quel di Cipada, ma anche in altre parti d’Italia. Merlin Cocai, come ebbe giustamente a rilevare Ettore Bonora, era nato a Cipada “de villanis parentibus”, da genitori contadini (2); quindi, egli conosceva “de visu” la degradante e vergognosa condizione di povertà in cui  trascinavano la vita migliaia e migliaia di famiglie contadine del suo tempo, angariate da mille “Baldi” e “ri-baldi”:

 

“Quando si divertì a raccontare che Merlin Cocai era nato a Cipada, e per di più ‘de villanis parentibus’, il Folengo non fece che rendere un omaggio alla sua patria poetica. In quel borgo di poche case, situato sulla riva sinistra del Mincio, di rimpetto a Pietole, i Folengo godevano del possesso di alcuni beni, e lì Teofilo da fanciullo poté osservare la vita che si svolgeva intorno a lui […] Così egli seppe rappresentare, a volte con crudo realismo, a volte con ironia e divertimento, questi personaggi contadini […] Si osservi il primo ritratto di Zambello che, tormentato dalla fame e dalla sete, avvilito dalle angherie che gli fa patire Baldo, maledice il lavoro e impreca contro colui che l’ha ridotto nella condizione di essere, oltre tutto, la favola della gente”.

 

Teofilo Folengo con il suo meraviglioso latino maccheronico, intriso di parole dialettali abilmente e scherzevolmente latinizzate, e Angelo Beolco detto il Ruzante, furono i veritieri e implacabili testimoni del mondo contadino  del profondo del Cinquecento. Da essi, più che da altri, c’è molto da imparare.

 

Note

 

1)      T. Folengo, Le maccheronee, a cura di A. Luzio, Bari, Gius. Laterza & Figli, 1911, Vol. I, p. 104, vv. 180-123.

2)      E. Bonora, “Folengo e il mondo contadino”, in Atti del Convegno sul tema: la poesia rusticana del Rinascimento, Quaderno n. 129, Accademia dei Lincei, 1969, pp. 195-220, in particolare le pp. 195-197.

 

 

 

Pubblicato da Enzo Sardellaro

Ho insegnato per molti anni letteratura e storia, e scrivo articoli e saggi relativi a questi settori.