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Un fatidico “benchè” di Leopardi

dicembre 8, 2016

Schegge di italianistica

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Uno dei casi più clamorosi di falsificazione a proposito di Leopardi fu quello di Giuseppe Cozza-Luzi, il quale, a suo dire, aveva scovato per vie traverse, di cui non abbiamo tuttora notizia alcuna, certi autografi di Leopardi, uno dei quali riferito all’ “Infinito”. La faccenda del presunto autografo scoperto dal Cozza-Luzi fu messa sotto la lente d’ingrandimento da Sebastiano Timpanaro, che ne dedusse la falsificazione anche da alcuni svarioni concettuali.

 

Goffaggini stilistiche e concettuali insieme sono anche le espressioni ‘Caro luogo a me sempre fosti benché ermo e solitario’ (come se al Leopardi, e a tutta una tradizione sentimentale e letteraria anteriore a lui, fossero cari generalmente i luoghi frequentati e chiassosi)”.

 

Ecco il testo del famoso “frammento” di Leopardi:

 

“Caro luogo a me sempre fosti benchè ermo e solitario, e questo verde lauro che gran parte cuopre dell’orizzonte allo sguardo mio, ecc.”.

 

Premesso che l’analisi di Timpanaro è quanto di meglio ci si possa attendere sotto l’aspetto linguistico, stilistico, e storico,  e che il rigore scientifico dello studioso è fuori discussione, l’appunto di “goffaggine”  a proposito di benchè (con l’accento grave come voleva Leopardi) dal punto di vista puramente concettuale potrebbe starci. Insomma, secondo Timpanaro,  la frase suonerebbe inappropriata per un uomo come leopardi che non amava certamente i “luoghi chiassosi”, per cui  era come se egli avesse scritto:

 

“Tu mi sei sempre stato un luogo caro, sebbene, o nonostante,  tu sia un luogo molto solitario”.

 

In questa accezione l’espressione entrerebbe pertanto in conflitto con l’ “animus” di Leopardi, amante delle solitudini per eccellenza. Se andiamo a verificare l’autografo, riprodotto da Timpanaro alla fine del saggio, non possiamo se non constatare che Leopardi (se è lui, e non il falsario) avrebbe scritto senza ombra di dubbio benchè.

 

Se però Leopardi avesse scritto quel benchè avendo in testa un possibile giacché o perché (causale), le cose ovviamente cambierebbero.

 

In definitiva, il famigerato benchè, se interpretato come un giacché o un perché, farebbe rientrare il tutto nella logica delle “preferenze” leopardiane:

 

“Caro luogo a me sempre fosti (proprio) giacché ermo e solitario”.

 

Un caso del genere, ossia di un benché al posto di giacché,  sembrerebbe  attestato dal Boccaccio, nella novella di Andreuccio da Perugia: “Et ella allora disse lodato sia lddio se io non ho in casa per cui mandare a dire che tu non sii aspettato, benché tu faresti assai maggior cortesia e tuo dovere mandare a dire a tuoi compagni che qui venissero a cenare.” (Il Decameron). I curatori chiosano:  “Perché per benché”. Un altro passo famoso di benché al posto di giacché, a proposito dell’onnipresente Boccaccio,  è riportato dal Vocabolario della Crusca (Ediz. Veronese del 1806), presente nella biblioteca di Casa Leopardi (F. Moroncini): “Cioè benchè indegno …. E talvolta si usa per giacché Lat. Quandoquidem. E partendosi Tingoccio da lui Menoccio, ecc. disse:  ‘benché mi ricorda, o Tingoccio, della comare con la quale tu giacevi quando tu eri di qua, che pena t’è di là data?’”. Cioè, giacché, posciachè, mi ricorda ecc.”  (Vocabolario degli Accademici della Crusca).

 

Anche se, come è stato rilevato dalla critica contemporanea (Branca) quel benché di Tingoccio nel  senso di giacché è da rifiutarsi, dobbiamo restare fermi al fatto che, ai tempi di Leopardi, il dato era ritenuto vero, tanto più se riportato dal Vocabolario della Crusca. Questa ipotesi è altresì suffragata  dal fatto che Leopardi, secondo le concordanze approntate da O. Besomi, avrebbe usato benchè in varie accezioni; nel senso, per esempio,  di come egli è, se, eziandio che, ancorché, quantunque (O. Besomi).

 

“Caro luogo a me sempre fosti com’egli è (essendo, poiché è) ermo e solitario”.

 

Come egli è, è poi largamente in uso nel Machiavelli: “Sopra la qual cosa dico, come egli è (poiché è) molto difficile fare o l’uno e l’altro, e benché sia quasi impossibile darne regola […] non voglio lasciare questa indietro” (Discorsi).

 

Probabilmente il prof. Timpanaro troverebbe la mia idea molto “stiracchiata” e, per vari versi, decisamente avvocatesca; ma, visto che il Cozza-Luzi ci finì davvero in tribunale per la questione dei falsi “appunti leopardiani”, forse la faccenda potrebbe assumere un sapore meno amaro per lui, anche se, l’ipotesi di Timpanaro, lo riconosco, resta pur sempre stringente e difficilmente confutabile dal punto di vista concettuale. Se tuttavia l’ipotesi possedesse un fondo di verità,  potrebbe costituire una prova (minima) a discarico dell’emerito Cozza-Luzi (che era sicuramente uno studioso di una notevole caratura). Ma,  comunque le cose vadano, la sua falsificazione fu, e falsificazione rimane: ieri, ora e sempre.

 

Fonti:

O. Besomi, Concordanze diacroniche delle Operette morali di Giacomo Leopardi, Olms-Weidmann, Hildesheim, Zürich, New York, 1988, p. 65.

G. Cozza-Luzi, “Appunti Leopardiani”, in La palestra del clero, Roma, 24 e 31 marzo 1898. Questi “appunti”, secondo Cozza-Luzi, risalirebbero al 1819.

Il Decameron di Giovanni Boccaccio, con le annotazioni dei deputati  M. colombo e  P. Dal Rio, Firenze, Passigli, 1841-1844, p. 68.

“Discorsi”, in Tutte le Opere di Nicolò Machiavelli,  Londra,  1747,  cap. XVIII, Tomo II,   p. 38.

F. Moroncini, “Biblioteca recanatese”, in Studio sul Leopardi filologo, Napoli, Morano, 1891, p. 816, nota 2.

S. Timpanaro, “Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani”, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, CXLIII, 1966. Ripubblicato in Oblio, VI, 21, in PDF, con una Presentazione di Luigi Blasucci. Con una tavola che riproduce l’ “appunto” del Cozza-Luzi. Gli argomenti di Timpanaro sono risultati molto convincenti e accettati “in toto” da A. Monteverdi [Frammenti critici leopardiani, Napoli, 1967] e da M.Fubini [Giornale Storico della Letteratura Italiana, CXLV, 1968].

Vocabolario degli Accademici della Crusca, Verona 1806, a cura di A. Cesari, p. 337.

 

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