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Un giudizio di Longanesi su Cesare Pavese

novembre 22, 2016

Schegge di italianistica

longanesi

 

Il vulcanico Leo (poldo) Longanesi, nato vicino a Bagnacavallo da famiglia borghese nel 1905 ebbe personalità estroversa ed esplosiva. Uomo di destra per formazione e cultura, Longanesi si diede al giornalismo fondando fortunati rotocalchi come Omnibus e L’Italiano, di cui fu direttore per molti anni. Dotato di spirito mordace e caustico non comune, Longanesi però scrisse poco, preferendo l’editoria, e fondando anche  la casa editrice Longanesi & Co.

 

Indro Montanelli, che l’aveva conosciuto fin troppo bene,  raccomandava di non farsi ingannare “dallo sfolgorio delle sue stelle filanti”, perché Longanesi “era un uomo triste, che sghignazzava per non singhiozzare” (I. Montanelli). In un libro della seconda metà degli anni ’50, La sua Signora, del 1957,  Longanesi scrisse alcune cosette su Cesare Pavese, morto suicida nel 1950. Il commento di Longanesi darebbe ragione a Montanelli:

 

Milano, 28 agosto 1950

 

Pavese si è ucciso. Si è affidato a Dio. Perché chi si uccide si affida a Dio. Le cose qui, non sono andate bene; il Paradiso, Togliatti, qui non glielo ha dato, non gli ha dato nemmeno la forza dell’odio. La nostra vita è sempre appesa a un filo; basta nulla per tagliarlo, un doppio genitivo che dà noia, un quadro mal fatto, una lettera. Non amo i libri di Pavese, ma ammiro il suo suicidio. Perché ha saputo dire basta!”

 

Poi Longanesi aggiunse qualche altra battuta, del tipo:  “Pavese era lirico; è divenuto epico, uccidendosi. I suoi compagni di fede non si uccidono; cercano qui, in questa democrazia,  il loro modesto paradiso”.

 

A parte la battuta finale,  Longanesi però sembra fare quasi il verso a Pavese con quel suo basta!.

 

Pavese infatti, nel Mestiere di vivere aveva scritto:

 

“Che lamentarsi davanti al mondo sia inutile e dannoso, è positivo, resta da vedere se non sia altrettanto inutile e dannoso lamentarsi davanti a se stessi […]

 

dunque basta” (p 122).

 

Viene il sospetto che Longanesi avesse capito Pavese più di tanti altri suoi critici benevoli. Sembrerebbe proprio di sì, anche laddove Longanesi diceva che Pavese “si è affidato a Dio”.

 

Infatti, Pavese conferma:

 

“Ma quando di tratti della sofferenza suprema, la morte […] restano la conquista di Dio o il destino comune” (p. 123).

 

Mi sa che Longanesi, pur non amando Pavese, lo avesse capito fin troppo bene.

 

Fonti:

C. Pavese, Il mestiere di vivere (Diario 1935-1950), Torino, Einaudi, 1970, pp. 122-123.

La sua signora. Taccuino di Leo Longanesi. Introduz. Di I. Montanelli, Milano, Rizzoli, 1975 (Prima Edizione 1957), pp. 29-30, e  p. 8.

 

 

 

 

 

 

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