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“I valorosi soldati barbarici” di Santo Mazzarino

novembre 6, 2016

Storia

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Sulla grande crisi dell’impero romano si sono succedute le più svariate ipotesi, messe ben in vista dagli storici dell’antichità a partire da Santo Mazzarino e dalla sua Fine del mondo antico. In particolare, tra le con-cause che portarono alla disfatta dell’Impero d’occidente primeggiano la decadenza dei costumi, almeno tra le classi sociali privilegiate, e forse in tono minore tra il popolo, intendendo con costumi la mancanza di moralità pubblica e privata e l’aumento della corruzione. Il ricorso all’arruolamento di soldati mercenari fu una necessità dettata  dalla crisi demografica, ma  il fatto è che i mercenari diventarono un po’ i padroni della situazione, innalzando e deponendo gli imperatori a loro piacimento. Ci fu anche la  crisi economica, si dice,  dovuta soprattutto alle invasioni che rovinavano il commercio e gettavano scompiglio nelle campagne. Insomma l’urto barbarico avrebbe comportato la perdita di immensi territori: L’Africa finì in mano ai Vandali, i Visigoti si stanziarono in  Spagna e in Gallia. Prudentemente già Costantino aveva optato per lo spostamento della capitale a Bisanzio. I fatti successivi fino a Teodosio dimostrano sostanzialmente l’incapacità di tenere i confini.

 

L’urto finale delle invasioni barbariche fu altresì accompagnato, si dice, da episodi di pestilenze. In tutto questo marasma di fatti, di interpretazioni, e di guerre continue, si deduce, al di là dei numeri, che l’intera popolazione italica era andata via via esaurendosi. La crisi demografica dunque mordeva e  nessuno si sogna di negarla. In questo contesto, però Santo Mazzarino non mostrò si credere più di tanto al fatto che l’impero romano d’occidente fosse caduto perché  erano in pochi a difenderlo:

 

“Gli stati, scriveva Santo Mazzarino, non cadono perché vengono eliminati degli ipotetici rampolli di uomini che furono migliori; in fondo, non cadono neanche perché diminuisce il numero di coloro che dovrebbero difenderli” ( S. Mazzarino, La fine del mondo antico).

 

Ma  la cosa, anche se scartata dal nostro grande storico dell’antichità, possiede un suo intrinseco interesse. S. Guarracino, rifacendosi  agli studi di Julius K. Beloch del 1886 e ad altri più recenti (C. McEvedy e P. A. Brunt) rifece un po’ i conti della situazione demografica dell’ Italia in quegli anni. Guarracino riprendeva poi anche il tema del ruolo giocato dalle epidemie di peste bubbonica, come quella che toccò anche  Costantinopoli nel 542, sottolineando pero che “a quell’epoca l’impero romano d’occidente aveva già cessato di esistere”.

 

Il che significa che dietro la crisi dell’impero ci deve essere  stata una causa precedente le epidemie. Da una lettera del vescovo di Milano  sant’Ambrogio al suo amico Faustino, scritta nel 394, risulta che il vescovo si trovava di fronte a città distrutte e completamente abbandonate. “Qual era la causa di tanta rovina?”, si chiede Guarracino”.  “Si osservi, continua, che al momento in cui il vescovo di Milano scriveva, mancavano ancora diversi anni alle grandi invasioni germaniche che interessarono l’Italia (fra il 403 e il 410)  e che l’epoca delle precedenti invasioni risaliva ad un tempo molto lontano (il 260-68). La rovina delle città ricordate da Ambrogio […] va perciò vista non come la conseguenza di una improvvisa catastrofe ma come risultato di una lenta decadenza demografica cominciata molto tempo prima” (p. 94).

 

Pertanto le epidemie “non riescono a spiegare tutto” (p. 97). Probabilmente entrò in gioco anche il clima, afferma Guarracino,  fattosi più secco e caldo; il che “spiegherebbe l’abbandono di tante terre in Africa settentrionale e in tutta la regione mediterranea”. La politica fiscale esosa di Diocleziano avrebbe potuto ridurre il numero dei matrimoni e della natalità. Beloch scartò anche la faccenda della crisi morale, mettendo invece in prima vista l’economia schiavile, che penalizzava    il lavoro degli uomini liberi, i quali “si sposavano sempre meno e fecero sempre meno figli” (p. 98).

 

Guarracino infine ricorda l’influenza negativa del cristianesimo, che, predicando ascetismo e castità, avrebbe messo in crisi anche i “valori demografici” (p.100). La popolazione italica si aggirava sui 7 milioni d’abitanti, schiavi compresi,  ai tempi di Augusto, e  intorno  al 47 d. C. l’impero contava circa 54 milioni di abitanti (p. 87). Con Adriano la popolazione oscillò tra i 35-40 milioni in Europa. In Italia la popolazione era poi ulteriormente diminuita, tanto che,  già ai tempi di Teodosio, scrive Santo Mazzarino, “la tendenza depressiva dell’indice demografico […] rendeva impossibile l’arruolamento di truppe romane” (L’Impero romano, III,  p. 742); ciò significa che l’esercito in Italia era completamente barbarizzato, con un paio di milioni i schiavi che non avevano particolare interesse a difendere un impero ormai barcollante, e semmai era proprio il contrario.  L’eventualità che fosse stata la scarsezza di difensori contro gli attacchi esterni potrebbe quindi spiegare la completa débacle dell’impero in Italia.

 

Tuttavia, concordo con Santo Mazzarino quando dice che non è la scarsità dei difensori che spiega la caduta dell’impero romano d’occidente e dell’Italia in particolare. In realtà non è che ci fosse stata scarsità di difensori, è che proprio non ce n’erano di difensori. Da Teodosio in poi si assiste alla barbarizzazione dell’esercito romano in Occidente. Arcadio e Onorio, figli di Teodosio, furono sotto tutela di Stilicone. I guai seri cominciano con Alarico, che  saccheggia Roma con estrema facilità nel 410; e poi, nel 452,  appaiono all’orizzonte dei Colli Romani gli Unni di Attila.

 

Quando arrivò in Italia, Attila fece sfracelli attraversando città ancora ricche, come Aquileia, ed altre ancora; ma quando ipotizzò di attaccare Roma, qualcuno dovette suggerirgli che lì non avrebbe trovato un bel niente:  niente resistenza, ma anche niente da razziare. Attila se ne andò dall’Italia e rinunciò a Roma perché lì non c’era più niente di serio da portar via. Cosa che Papa Leone gli fece comprendere facilmente e forse nemmeno ricorrendo ad artifici retorici, e cosa che gli fu senz’altro confermata dai suoi esploratori. Gli Unni che non erano un popolo stanziale, né cercavano terre;  e poiché Roma non offriva nessun bottino e anzi soltanto una turba di miserabili abbrutiti dalla fame e dalle guerre, Attila ritenne opportuno girare i tacchi e lasciare il paese, anche per non sfibrare, in assenza di rifornimenti sicuri,  il suo esercito in mille scaramucce con i barbari stanziali ora padroni delle ville e dei “fundi” un tempo appartenuti all’aristocrazia romana. Attila dunque se ne andò perché né il favoloso e ricco impero romano né Roma esistevano più.

 

Qui non si tratta di legioni romane diminuite di effettivi: semplicemente le legioni che dovevano difendere Roma non c’erano più perché  l’ interesse primario dei “valorosi soldati  barbarici” (come diceva Santo Mazzarino) che servivano sotto le insegne di Roma  non era quello di difendere la città eterna o  i confini d’Italia e dell’impero romano d’occidente, ma di impadronirsi delle terre e delle ville della nobiltà romana. I barbari non s’interessarono delle città (e tantomeno di Roma), che non offrivano più a nulla,  e anzi erano soltanto un serio impaccio nella difesa; essi si buttarono sulle campagne, alla conquista di terre e schiavi, operando una sostituzione della classe dirigente latifondista  romana.

 

Santo Mazzarino aveva ragione: l’impero romano d’occidente cadde non per via dello spopolamento e per la “diminuzione” dei suoi difensori. Cadde perché non c’erano più difensori, in tutt’altre faccende affaccendati, tanto ne è che contro Attila, invece delle legioni, ci mandarono il Papa.

 

E la cosa suona tanto più strana perché, diceva sempre Santo Mazzarino, “ in astratto” la parte occidentale dell’impero era considerata più forte di quella orientale, “per il gran numero di valorosi soldati barbarici che combattevano sotto le sue insegne” (L’Impero romano, III, p. 753). Sono d’accordo, i “valorosi soldati barbarici” combattevano “in astratto” per Roma, ma, in pratica, preferivano starsene, anziché a Roma, in campagna, a tutelare i loro personali interessi.

 

Fonti:

S. Guarracino, “Quanti eravamo ai tempi di Roma?”, in I Viaggi di Erodoto, aprile 1992, n. 16, pp. 84-101.

 

S. Mazzarino, “Il matrimonio nella società tardo-romana”, in La fine del mondo antico, Milano, Rizzoli, 1995, p. 140.

 

S. Mazzarino, L’Impero romano, Bari, Laterza, 1973, Vol. III.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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