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Il “vero” nella “Storia vera” di Luciano di Samosata

dicembre 2, 2016

Letteratura greca

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Di solito, si apre un libro non tanto per sapere se “dice qualcosa” (qualcosa lo dice sicuramente),  ma “cosa dice”. E cosa dice la Storia Vera di Luciano di Samosata (120-180)? L’opera, composta probabilmente verso la fine della vita dello scrittore, tra il 177 e il 180,  afferma, attraverso le parole dello stesso Luciano, che ciò che il lettore andrà leggendo è tutta una fandonia, e che nella sua narrazione non c’è niente di vero:

 

Confesso io stesso che non dico affatto la verità. Scrivo dunque di cose che non ho vedute, né ho sapute da altri, cose che non sono, e non potrebbero mai essere: e perciò i lettori non ci debbono credere per niente” (p. 156).

 

Nonostante la professione  di conclamata sincerità nel dire il falso, possiamo affermare senza tema di smentita che Luciano era invece un emerito bugiardo, proprio nel momento in cui ci invita tutti a non credere per niente alla sua Storia Vera.

 

Cosa c’è di vero nelle storie indubbiamente inventate di Luciano? Di vero c’è il fatto che, molto spesso, egli si mette a parodiare storie “ritenute  vere”, come per esempio certe vicende narrate da Senofonte e da Erodoto. Per cui Luciano ci racconta sì delle storie totalmente inventate, ma su uno sfondo “vero”. Per questo possiamo affermare che nel momento in cui egli professa sinceramente la sua falsità, ci sta prendendo per il naso, perché ci sta in effetti raccontando una Storia Vera sotto le vesti di una fantastica e incredibile parodia. Il che significa che tutto sommato Luciano non era meno bugiardo dei suoi modelli, che invece hanno sempre preteso di essere creduti per veri dai lettori. Andiamo con qualche esempio.

 

Partiamo con Senofonte, il quale, nel descrivere gli eserciti che si confrontarono nella battaglia di Cunassa, esagera un pochino sulla cifra dei nemici, per cui alla fine risulta più bugiardo di Luciano:

 

“Il numero dei barbari che erano con Ciro ascendeva a cento mila, e v’erano venti carri armati di falci. I nemici poi si diceva che fossero un milione e due cento mila, con duecento carri falcati”.

 

Luciano, arrivato sulla luna, trova che il re Endimione è in procinto di combattere una dura battaglia contro gli abitanti del sole:

 

“Così rimanemmo a cenare con lui, narra Luciano,  ma il giorno appresso levatici di buon mattino ci disponemmo in schiere, perché le vedette segnalarono la presenza dei nemici. L’esercito era di centomila guerrieri, senza i bagaglioni, i macchinisti, i fanti e gli aiuti forestieri, cioè erano ottantamila ippogrifi, e ventimila cavalcavano su gli Erbalati, uccelli grandissimi, che invece di penne sono ricoperti di foglie, e hanno ali simili a foglie di lattuga … Poi c’erano trentamila Pulciarcieri e cinquantamila Corriventi. I Pulcialcieri erano così chiamati perché cavalcano pulci grandissime, i Corriventi … volano senz’ali, ecc.” (Una Storia Vera).

 

Come si può ben vedere, la fantastica parodia della battaglia di Cunassa è in parte giocata sui numeri iperbolici dell’esercito, un po’ come aveva fatto Senofonte con il suo milione e duecentomila nemici.

 

Erodoto e certi costumi degli Egiziani

 

“Vengo ora a riferire più cose dell’Egitto poiché ne ha di più mirabili d’ ogni altro paese ed ha più di tutti opere grandi e degne d’esser narrate, in grazia delle quali più a lungo se ne parlerà. Gli Egiziani, a causa del clima che presso di loro è  singolare, ed a causa del fiume che dimostra una natura differente dagli altri,  hanno essi pure la maggior parte delle cose diverse da quelle dagli altri uomini sia per le leggi  che per i costumi. Presso di loro le donne stanno nelle piazze ad esercitare la mercatura e fanno le ostesse, gli uomini poi stanno in casa a tessere. Gli uomini portano i pesi sopra del capo e le donne sopra le spalle. In casa scaricano il ventre, e mangiano fuori nelle strade, per cui le cose sozze ma pur necessarie le fanno di nascosto,  e quelle che non sono sconce, fuori … I figli non hanno obbligo  di sostentare i padri quando non vogliano, ma le figlie sì, anche se non vogliono”.

 

Così, stranezza per stranezza, Luciano narra che gli abitanti della luna

 

“hanno i genitali posticci; alcuni di avorio, i poveri di legno e con questi si mettono a giocare.  Il cibo per tutti è lo stesso: accendono il fuoco, e sulla brace arrostiscono ranocchi … e mentre cuoce l’arrosto, seduti in cerchio … leccano l’odoroso fumo. E questo è il cibo loro. Per bere poi spremono l’aria in un calice, e ne fanno uscire certo liquore come rugiada. Non orinano, né vanno di corpo, e non sono forati come noi, ma nella piegatura del ginocchio, sopra il polpaccio. E’ tenuto bello fra loro chi è calvo e senza chiome: i chiomati vi sono aborriti … Hanno i peli un po’ sopra il ginocchio, non hanno unghie ai piedi, ma un solo dito”  (Una Storia Vera).

 

Bene. Dopo aver letto Senofonte, Erodoto e  Luciano di Samosata non riusciamo più a distinguere chi sia lo storico e chi lo scrittore satirico. Ma di una cosa possiamo essere certi: che la Storia Vera è proprio “vera” quando si mette a fare la parodia degli storici “seri”, il cui scopo principale è quello di essere creduti per veri. In conclusione, basandosi su fonti storiche “vere”, anche Luciano di Samosata risulta alla fine un vero bugiardo, come loro. E del resto la sarcastica ambivalenza di Luciano era dovuta anche al fatto che egli era diventato, con il tempo, profondamente scettico su tutto e su tutti:

 

“Quando egli lasciò Atene per recarsi in Egitto, ai predicatori di moralità, di sapienza e di dignità non credeva più, né più credeva […] all’utilità degli studi filosofici” (A. Peretti). Ma per restare nel campo della storia, Luciano non soltanto mal sopportava certe storie erodotee, ma soprattutto certe mode invalse a Roma, ossia quel “gusto scimmieggiante” che comportava “l’imitazione scolastica di Erodoto e Tucidide” (S. Mazzarino). Forse in una cosa Luciano era veramente sincero: nella sua feroce avversione per quanti raccontavano favole con la pretesa di farle passar per vere, e per l’arrogante aristocrazia romana. Luciano proprio non sopporta “la presuntuosa e pomposa vanità dei ricchi, biasima e sferza i loro gusti grossolani e fastosi, il loro contegno superbo e sprezzante contro i poveri”. Contro di essi Luciano non fu né satirico né tollerante, ma “schernitore duro, ruvido, maligno”  (A. Peretti).

 

Fonti:

A. Peretti, Luciano: un intellettuale greco contro Roma, La Nuova Italia, 1946, p. 143, p. 93 e 95.

Erodoto Alicarnasseo, Traduz. di G. Desideri, Roma, 1789,  Cap. II, p. 127.

S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, Bari, Laterza, 1973, Vol. I, p. 498.

Luciano di Samosata, Una storia vera, Traduz. (con ammodernamenti) di Luigi Settembrini, Introduzione di A. Savinio (pp. 151-155), Milano, Bompiani, 1994, pp. 166-168; p. 156 e 176.

Senofonte, La spedizione di Ciro, Traduz. di F. Ambrosoli, Milano, Tipografia F.A. Molina, 1839, p. 39.

 

 

 

 

 

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