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Virgilio “manoscritto”, e i modelli greci virgiliani

ottobre 28, 2016

Filologia Latina

Virgilio

La fama che circondò la figura di Virgilio ha aiutato moltissimo nella conservazione delle sue opere attraverso la tarda antichità ed il Medioevo. E’ stato in questo senso osservato che i manoscritti di Virgilio sono gli unici che potrebbero gareggiare in quantità con gli  esemplari dell’ Antico Testamento. Lo studio e la descrizione dei più importanti  manoscritti virgiliani fu dovuta a Otto Ribbeck e ai suoi ponderosi Prolegomena,  opera erudita d’una vastità epocale. Fra i manoscritti più antichi contiamo  il Vaticano [F], incompleto, risalente al IV secolo, e che appartenne a personaggi illustri come il Bembo.

 

Fra tutti però spicca il Mediceus, comprato a suo tempo da Cosimo dei Medici, del V secolo, e il Palatinus, che contiene le Ecloghe, le Georgiche e l’Eneide. Il Mediceus e il Palatinus furono i materiali privilegiati su cui lavorò da par suo Ribbeck, il quale, nella Praefatio in latino alla sua opera, un incredibile quanto gigantesco monumento di erudizione, affermava che con i suoi Prolegomena egli aveva voluto  conoscere “quidquid Virgilianis carminibus  […] per decem amplius saecula accidisse”, “ciò che avvenne dei versi di Virgilio attraverso più di dieci secoli” (Otto Ribbeck); e infatti l’analisi del Ribbeck è decisamente straordinaria. Esistono poi  altri manoscritti di Virgilio, anche molto famosi, ma sostanzialmente incompleti (Cfr. V. Paladini-E. Castorina).

 

Tra i molti problemi di critica virgiliana, la questione dei modelli greci di riferimento costituì un tormentone che finì per essere fuorviante. Sarebbe comunque abbastanza difficile ripercorrere le tappe di questa lunga diatriba, ma per fortuna ci vengono incontro alcuni lavori complessivi che rendono abbastanza bene l’idea. Uno di questi lavori potrebbe sembrare un po’ datato, ma la sintesi proposta da Gennaro Perrotta nel lontano 1927 appare a tutt’oggi notevole e degna di considerazione. Il  saggio di Perrotta apparve su un numero del Marzocco, completamente dedicato a Virgilio. Per quanto riguarda i “modelli”, come dicevamo sopra,  la ricerca delle fonti di Virgilio era diventato un topos della filologia classica, tanto che, ad un certo punto, Virgilio apparve ai più come un modesto imitatore dei greci. Perrotta spiegò molto bene  la cosa e ne dedusse conseguenze molto interessanti:

 

“Tutti i poeti augustei imitarono modelli greci; ma tutti vollero essere, assai più che imitatori, emuli. Questo voleva dire Orazio quando si vantava di essere un nuovo Alceo; questo sapeva d’affermare Properzio quando si chiamava con orgoglio il Callimaco di Roma. Virgilio, il maggiore dei poeti Augustei […] era così profondamente imbevuto di cultura greca, che doveva aver familiari immagini, personaggi motivi teocritei: tanto che ad alcuni critici moderni più eruditi che dotati di senso di poesia le egloghe di Virgilio sembrarono un’imitazione mediocre, e quasi un mosaico, un centone di Teocrito”.

 

In realtà, continua Perrotta, Virgilio assumeva sì Teocrito a suo modello, ma era l’ispirazione che era diversa. Teocrito celebrava la campagna, ma non la sentiva con  lo stesso animus di Virgilio; quella di Teocrito era una campagna “letteraria”, mentre quella di Virgilio era la “sua campagna”, quella padana del Mincio, e quella campagna era sempre venata d’una nota nostalgica che non trovavi in Teocrito:

 

“Quanto più Virgilio segue da vicino il suo modello, tanto più lo trasforma poeticamente; quanto più sembra tradurre letteralmente, tanto più è originale”.

 

Quanto poi all’ Eneide, sottolinea Perrotta, “che l’Eneide imiti continuamente Omero è fin troppo evidente”, ma “sbagliarono i critici figli del Romanticismo, che in nome della poesia primitiva, spontanea popolare giudicarono Virgilio un poeta di second’ordine e la sua Eneide un’imitazione infelice di Omero”.

 

E poi continua: “Oggi i filologi (che non sono sempre micrologi, come ritengono gli esteti scemi) sanno benissimo che Virgilio, nonostante le infinite imitazioni, è un poeta diversissimo da Omero […] A quale eroe dell’Iliade rassomiglia Enea? E’ anche lontanamente concepibile che protagonista di un poema come l’ Iliade potesse essere quest’eroe sacerdotale, grave e triste, che nei momenti del maggior pericolo alza le mani al cielo e non sa che pregare gli dei? […] Nell’Iliade Enea è soltanto un eroe coraggioso, prudente e pio: un eroe di second’ordine. Virgilio e soltanto Virgilio ne ha fatto un eroe doloroso, uno strumento del destino, che ha una grande missione da compiere […] Enea è dunque, nonostante le solite condanne dei critici, una delle figure più originali e poetiche della poesia mondiale” ( G. Perrotta).

 

Non c’è che dire, Gennaro Perrotta difese magnificamente l’originalità di Virgilio. Allo stesso modo Ettore Paratore, intervenendo più di recente sulle “imitazioni” virgiliane delle “battaglie omeriche”, pur trovando, ovviamente, decise consonanze, rileva tuttavia delle profonde differenze tra Virgilio ed Omero riguardo soprattutto il punto di vista sulla guerra, e

 

“ciò è dovuto in parte al punto di vista virgiliano, profondamente antitetico a quello omerico, cioè non esaltante l’impresa bellica come il culmine delle umane capacità, ma considerante la guerra come una crudele iattura” (E. Paratore).

 

E per quanto riguarda la campagna virgiliana, Antimo Negri rilevò come “Giorgio Pasquali, in pagine meritamente famose sottolineava la caratteristica virgiliana di sentire e di vedere la campagna ed  il paesaggio con un sentimento vasto e profondo, in una maniera unica nel mondo antico” (A. Negri).

 

Cosicché la critica più vicina a noi “conferma” la giustezza dell’analisi di Gennaro Perrotta. Finita la stagione della ricerca delle fonti come un gioco fine a se stesso, l’originalità di Virgilio, nonostante l’imitazione dei modelli greci,  è stata ampiamente riconosciuta.

 

 

Fonti:

A. Negri, “La campagna in Virgilio ed in Orazio”, in Cultura e Scuola, ottobre-dicembre 1981, p. 68.

E. Paratore, “Virgilio cantore della guerra in rapporto con Omero”, in Cultura e Scuola, cit., p. 13.

G. Perrotta, “Virgilio e i Greci”, in Il Marzocco, 1927, n. 17, p. 2.

Vergili Maronis Opera. Recensuit Otto Ribbeck. Prolegomena Critica. Lipsiae. In Aedibus R.G. Teubneri. MDCCCLXVI. Vol. I, p. V. Per i manoscritti, è comunque sempre da vedere l’ottimo saggio “Gli otto manoscritti antichi e i nuovi problemi del testo di Virgilio”, in V. Paladini-E. Castorina, Storia della letteratura latina, Vol. II, Problemi Critici, Bologna, Pàtron, 1972, pp. 33-35, in cui si dice che “al Palatinus e al Mediceus si devono aggiungere altri sei codici […] [nonché] i Codices minores (d’epoca carolingia o posteriori al IX secolo” (p. 35).

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