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Vitaliano Brancati tra umorismo, gallismo al dantismo

gennaio 19, 2017

Letteratura

v-brancati

 

Vitaliano Brancati (1907-1954), nonostante Giulio Ferroni in tempi ormai lontani lamentasse il fatto che lo scrittore siciliano non fosse stato adeguatamente valorizzato, fu in realtà al centro di varie e importanti valutazioni critiche.

 

“ A Vitaliano Brancati, scrisse Ferroni,  non viene ancora riconosciuto il posto che gli spetta di diritto nella letteratura di questo secolo: l’immagine della sua opere, bruscamente troncata dalla morte nel 1954, resta ingiustamente schiacciata in mezzo ad autori ed esperienze in cui si suole risolvere il senso della vicenda letteraria italiana tra gli anni del fascismo ‘di regime’, la prima guerra mondiale e i primi anni del dopoguerra… Brancati è davvero un grande scrittore, uno dei maggiori di questo secolo, il più grande di tanti narratori suoi coetanei ”.

 

Molta parte della critica si è comunque soffermata sull’umorismo di Brancati. Così Geno Pampaloni, recensendo Il Bell’Antonio di Vitaliano Brancati, sottolineava come “l’umorismo tipico del Brancati, che risulta dall’accostamento o contrasto tra un fondamentale tono moralistico ed una vivace rappresentazione macchiettistica, ha qui grande ricchezza di sviluppi e di modi. Infine, una certa amarezza o malinconia o nostalgia che continuamente alimenta le pagine dello scrittore, e serve a dargli il necessario distacco […]  L’umorismo del Brancati è sorretto dall’accostamento o contrasto di due elementi eterogenei: un colorito mondo di macchiette, di ‘pupi’, ed un sempre presente moralismo; un acceso repertorio dialettale, una drammaticità epidermica o addirittura epilettica, ed un piacere ragionativo che fa balenare quelle immagini su uno sfondo universale e dietro il loro illusorio agitarsi scopre un lontano equilibrio umano. Il Brancati è quindi un umorista che vuol tirare delle conclusioni, e in fondo allo spumeggiare del suo ridere precipita una pensosa malinconia”.

 

Brancati  sembrerebbe pertanto definitivamente inquadrato, e i contorni della sua narrativa parrebbero ormai ben delineati: borghese che conosceva a fondo il mondo in cui viveva, seppe dare un quadro estremamente realistico di certa mentalità siciliana; e con il termine gallismo pare si possa pressoché esaurire il significato complessivo della sua opera. Del suo primo romanzo, Don Giovanni in Sicilia, la critica ha saputo cogliere gli elementi caratterizzanti di quello che potremmo definire l’ Oblomov della Catania inizio del secolo. Il protagonista è un tipo abulico, che conosce una qualche improvvisa fiammata vitale per poi ricadere nell’inerzia e nell’ oblomovismo totale:

 

“Tu, figlio mio”, dice la signora Rosaria, “uno di questi giorni ti devi armare di santa pazienza e fare una corsa a Catania a vedere la casa”.

“Ci andrò domani”, risponde Antonio, tirando di nuovo le gambe sul divano e sdraiandosi.

Ma l’indomani non partì (Il Bell’Antonio, p. 308).

 

Nel gallismo si è voluto  vedere il modo precipuo con cui Brancati si rapportava alla società siciliana, irridendone gli aspetti decisamente più superficiali, specie laddove diversi borghesi di provincia si cimentano nelle loro spesso più immaginate che realmente vissute avventure erotiche, come accade per esempio nel cap. II del Don Giovanni in Sicilia, quando  tre amici catanesi, nel corso di un loro viaggio a Roma, tra sguardi e pedinamenti alle donne, finiscono per sfiancarsi dietro a pure fantasie, esaurendo alla fine  i soldi e finendo per essere prestamente richiamati a casa dalle famiglie:

 

“Passavano un’ora del mattino e una del pomeriggio in piazza Fiume, sotto la pensilina per gli autobus, guardando salire le ragazze. Le anche rompevano le vesti, nel difficile passo. ‘Ma quante ce n’è! Ma quante ce n’è! Ma quante ce n’è!’, mormorava Scannapieco. ‘E tutte belle!’ […] “Mandruccia!” rispondeva Percolla. ‘Guarda questa! … L’altra guarda, bestione!… Laggiù, laggiù, maledetto!’”.

 

Si è anche posto l’accento sul fatto che Brancati, pur riuscendo benissimo nei tocchi d’ambiente, nel cogliere ironicamente gli aspetti anche più tradizionalisti della mentalità siciliana, abbia spesso rasentato la macchietta, divertente fin che si vuole, ma che tuttavia mancherebbe di vera umanità, riducendosi appunto ad una “maschera” che si muove sì sulla scena del mondo, ma priva di carne e di sangue.

 

In realtà Brancati  è uno scrittore che sa dar vita a ritratti umani solo all’apparenza  riducibili a risibili marionette. Sotto l’occhio impietoso dello scrittore siciliano, anche  i personaggi minimi sono ritratti con fortissimo realismo, cogliendone il valore simbolico “dentro” gli spazi borghesi. Non sono marionette: essi  “son fatti così”; e proprio per essere fatti in modo siffatto, se subiscono un irrigidimento, è soltanto perché Brancati ha fatto di loro dei simboli di un determinato stile di vita, che poi è quello borghese, che, spesso, crea stereotipi. Brancati si muove in una “foresta di simboli”, e ogni albero di quella foresta è simbolo di un qualche cosa che si muove nell’ inferno della vita piccolo borghese.

 

I lettori de Il bell’Antonio avranno notato sicuramente il fatto che lo scrittore siciliano amava far precedere i capitoli del suo romanzo da detti sentenziosi, aforismi e frasi celebri di scrittori classici o anche poco noti. In questo Brancati presenta molte somiglianze con Verga, per i quale “il detto degli antichi mai fallì”:

 

“Quando uno ha fatto la minchioneria è meglio star zitto e non parlarne più”  (citazione da G. Verga, cap. VI, p. 121).

 

Vitaliano Brancati sembra uno scrittore di temperamento amletico, e dubbioso; e in fondo non credo che sia casuale il fatto che il primo capitolo de Il bell’Antonio si apra con una sentenza di Shakespeare:

 

“And away to Saint Peter for the heavens; he shows me where the bachelors sit, and there live we as merry as the day is long”. (Volerò verso il cielo e incontrerò San Pietro, che mi mostrerà quella parte del cielo ove siedono gli scapoli e me la godrò per quanto è lungo il giorno) (V. Brancati, Il Bell’Antonio).

Che è come dire:  “un” giorno lo puoi anche godere sino in fondo, per quanto sia lungo, sì: ma non in eterno! Il senso di un divenire incerto, il sentimento dell’effimero e del transeunte è fortissimo in Brancati:

 

Ermenegildo: “Non mi domandare chi ha ragione e chi torto, e quale dei due princìpi trionferà in avvenire! Le idee se le tengono dentro la testa e io non le ho vedute” ( cap. VIII, p. 171). Questa sembra  la traduzione di un motto siciliano, registrato da Brancati quasi a introduzione del cap. VII de Il bell’Antonio (p. 139) : “E cu ci leggi, ‘nta ‘dda testa?”. “Che cosa ci leggi in questa testa?”.

 

Un uomo e uno scrittore che fece del dubbio metodico la fonte primaria dei propri comportamenti esistenziali non va molto a genio a chi ama invece la coerenza nella vita. Brancati può non  piacere a chi crede nella  coerenza, semplicemente perché, cartesiano per istinto, egli si ripensava in continuazione, mettendo sempre e comunque in discussione le proprie scelte, anche politiche, che all’inizio del percorso potevano sembrare eterne e inossidabili, ma che poi venivano implacabilmente corrose da un pensiero ruminante, che non  dava tregua.

 

Uomo del dubbio e dell’incertezza, Brancati pescava tra i pensatori e i poeti, e anche nei detti popolari per trovare quella  sicurezza di cui forse aveva necessità per vivere. Di qui scaturiscono anche le numerose incursioni nel dialetto siciliano, depositario di una sapienza antica, e strumento con il quale si possono trattare anche i massimi sistemi.

 

E’ così accaduto che, in forza di quel continuo ripensamento intorno a se stesso e alla propria scrittura, Brancati, abbandonati i toni del gallismo scanzonato, si propose, negli anni del Neorealismo, con testi che si muovono in atmosfere surreali che rimandano a quell’irrazionale incertezza che in fondo governa le nostre vite: qui siamo di fronte al Brancati filosofo del caso e dell’ imponderabile, del non sapere e del dubbio cartesiano. E non solo: ma pare quasi che in lui si fosse fatta strada l’idea che la dantesca legge del contrappasso stia lì ad attenderci implacabile.

Mi riferisco, in conclusione, a quella bellissima e inquietante novella che vede per protagonista Sebastiana, il cui corpo subisce macabre vicissitudini dopo la morte.

 

“Fra quattro piccole mura, Sebastiana era capace di rimaner seduta per ore e ore, emanando all’intorno la verità del suo cuore; umiltà, amore, dedizione, speranza, perdono si versavano piano piano da lei sugli oggetti che ingombravano il tavolo e la credenza […] Felice del silenzio, beata di star ferma, rapita dall’essere dimenticata e trascurata, Sebastiana visse fino al nove settembre 1939, giorno in cui prese un febbrone al mattino e al tramonto morì”.

 

“Fu sepolta nel piccolo cimitero di Castelmola. Ma ahimè! Non vi ho detto che questo cimitero sta quasi in bilico su una sporgenza della montagna e che le tombe han l’aria di far mille sforzi per non precipitare nel vuoto. Da questo luogo cominciarono le disgrazie di Sebastiana, se disgrazie si possono chiamare quelle di un povero corpo abbandonato così presto dall’anima”.

 

“Una giornata di vento, il cimitero franò, e Sebastiana, precipitando per il pendio, prima dentro la cassa di noce, poi tutta sola, con l’abito bianco mangiato dal buio e dall’umido, andò a finire nel mezzo della piazza di Taormina […] Sebastiana fu risepolta nel cimitero di Taormina, presso un sentiero non troppo numeroso, ma nemmeno silenzioso […] La guerra s’avvicinò, s’avvicinò, finché un colpo di cannone svelse Sebastiana dalla terra e la precipitò sulla spiaggia presso la stazione”.

 

Quindi Sebastiana fu rinchiusa in una cassa di munizioni da un ufficiale folle, che nel viso dei lei intravvide i lineamenti della sua donna morta sotto i bombardamenti; quella cassa di munizioni con dentro Sebastiana finì poi in un capo di concentramento in Polonia.

 

Era, conclude Brancati, “come se il mondo feroce, a cui Sebastiana era sfuggita da viva […] avutone fra le zampe il cadavere, non si stancasse mai di rotolarlo, di sbatterlo, d’intronarlo, cercando di sfogare il suo urlo rabbioso in quell’orecchio”. La novella di Sebastiana è “dantesca” nella sua terribilità, e, forse, fu il canto V del Purgatorio a suggerire a Brancati l’idea della storia assurda di questa giovane morta prematuramente. Ora “del tuo corpo farò altro governo”, disse il diavolo, che infatti tormentò il corpo di Bonconte da Montefeltro anche dopo morto per trarne implacabile vendetta. In “una giornata di vento, il cimitero franò”. Persino la congiuntura atmosferica sembra ripresa da Dante, laddove  scrive:

 

“Giunse quel mal voler che pur mal chiede/con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e il vento”, (Purg., V, 112-113).

 

Brancati, con questa novella, sembra pertanto adombrare  una visione della vita  manifestamente dantesca, mostrando di  temere una delle leggi più implacabile della Commedia: la legge del contrappasso. Il mondo non poteva amare un essere pacifico come Sebastiana, e non avendola potuta tormentare in vita, per la sua esistenza schiva e solitaria, la travolse con crudeltà inaudita dopo la morte: “Come se il mondo feroce, a cui Sebastiana era sfuggita da viva […] avutone fra le zampe il cadavere, non si stancasse mai di rotolarlo, di sbatterlo, d’intronarlo”. Questa è un’ applicazione voluta della legge del contrappasso.

 

Forse, il suo fu un ritorno manifesto a quella grecità di cui la Sicilia, Pirandello docet, fu la culla. Anche i greci temevano la morte, ma temevano soprattutto Nèmesis: l’ eccesso, in ogni sua manifestazione,  richiama l’ attenzione di Nèmesis; da quel momento le cose cambiano, in meglio o in peggio, perché Nèmesi è “giustizia equilibratrice” e conservatrice dell’ordine dell’universo, ove bene e male ci devono essere, ma non in modo sproporzionato. Occorre molta prudenza, diceva Dante a Cino, per sottrarsi allo sguardo di Nèmesis. Scrivendo a Cino da Pistoia, Dante osservava:

 

“Inoltre, fratello carissimo [Cino da Pistoia], ti esorto alla ‘prudenza’, per sopportare i dardi della Ramnusia”. Dove Ramnusia è Nèmesi, così definita perché aveva il suo culto a Ramnunte, nell’ Attica (Dante, Epistole, III).

 

Siamo pertanto di fronte a un Brancati “dantescamente impostalo”, e, su questo versante, forse uno scrittore da rimeditare ancora più a fondo, al di là dell’umorismo e del gallismo.

 

Fonti:

G. Ferroni, Passioni del Novecento, Donzelli, 1999, p. 15.

Geno Pampaloni, “Il Bell’Antonio di Vitaliano Brancati”, in Belfagor, IV, Fascicolo 6, 1949, p. 729.

V. Brancati, “Don Giovanni in Sicilia”, in Opere, Milano, Bompiani, 1974, p. 47.

V. Brancati, Il Bell’Antonio, Milano, Bompiani, 1971, p. 7.

V. Brancati, “Sebastiana”, in Il vecchio con gli stivali a altri racconti, Milano, Bompiani, 1993, pp. 265 sgg.

Dante, “Epistole”, III, in Tutte le opere, a. c. di Luigi Blasucci, Firenze, Sansoni, 1965, p. 322. Su Nèmesis cfr. anche l’ Enciclopedia dantesca, Lun-N, Treccani ( Milano, Mondadori, 2005), pp. 557-558.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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