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Quando il bove ancor non era pio

gennaio 14, 2017

Schegge di italianistica

bove

 

Oggi forse non più, ma ci fu un tempo in cui il  “pio bove” di Carducci imperversava nelle scuole italiane d’ogni ordine e grado. Il “pio bove” era particolarmente gettonato alle elementari, dove  la lirica carducciana era mandata a memoria da pargoli sempre più intolleranti alle fatiche dello studio. Il bove o bue rinviava ad un’Italia ancora agraria e profondamente legata alla terra al duro lavoro dei campi, dove ci volevano proprio  i “pazienti occhi” di un bove molto “pio” per assolvere ai gravosi lavori della terra.

 

Carducci era di tempra maremmana; di bovi ne vide parecchi nella sua infanzia, e la robusta pazienza dell’animale dovette restargli in fondo al cuore, suscitandogli sentimenti di profonda simpatia per un animale così laborioso e paziente. Diciamo anche che la definizione di “pio” data al bove fu un’invenzione linguistica che definire fantastica è dir poco.

 

L’indomabil  tempra del vate Carducci arrivò a quel “pio bove” dopo fatiche inenarrabili, che lo costrinsero, sia per il tema in sé, sia per il raffinato gusto letterario di cui egli era dotato, ad una spossante tirata degna in tutto del summenzionato bove. Il quale, però,  diventò “bove” dopo lunghe meditazioni poetiche. Infatti Carducci, nella prima stesura della lirica, sembrava ancora ben lontano dall’immagine del “pio bove”, che uscì dalla penna del vate semplicemente come un

“Solenne bue”.

Per cui, anziché il  verso “T’amo pio bove”, noi leggiamo:

“Amo, o solenne bue”.

 

Il che, diciamocelo pure, era una “solenne” trivialità sotto l’aspetto dell’immaginifico poetico. Poi Carducci si rese conto che un “incipit” siffatto era veramente indegno del vate d’Italia erede di Virgilio, e, lavorando di lima poetica da mane a sera, alla fine gli uscì un emistichio di gran lunga più evocativo, in cui il semplice “amo” diventava un “T’amo”; mentre  il “solenne bue” si trasformava magicamente in un

 

“placido bove”. Per cui l’emistichio suonava:

 

“T’amo, o placido bove”.

 

Non male; ma l’alacre e infaticabile Carducci ancor non era soddisfatto del risultato. Dopo notti insonni sulle sudate carte, alla fine gli giunse il classico colpo di genio poetico, e il “placido bove” diventò, finalmente, il “pio bove” di cui tutti conosciamo il fascino estetico.

 

Non è dato sapere tuttavia come il dotto poeta vate sia giunto alla scoperta di “pio” (sacro), un termine religioso, che rinvia dirittamente a reminiscenze classiche, e in particolare ad Enea, definito “pio” da Virgilio. In effetti il “pio Enea” aveva parecchio in comune con il “pio bove”, e per la pazienza nel tollerare le dure fatiche del viaggio (e il padre Anchise ne doveva saper qualcosa, essendosi fatto scarrozzare per lungo tratto sulle spalle robuste del “pio-bove” Enea), e per le angosce sopportate diuturnamente per giunger  nel Lazio, da cui l’ Alma Roma, Caput Mundi.

 

Ripeto, questa è ovviamente soltanto un’ipotesi. Una seconda, ma molto più banale, ed alquanto più  rozza anzichenò,  è che Carducci, non riuscendo, dopo diuturne fatiche, a sostituire quel “placido” con un aggettivo più acconcio, si sia messo a rivolger preci alle Muse, invocandone aiuto ed ispirazione. Sicché Le Muse e tutto il Parnaso furono commossi da tanta “devozione religiosa”, suggerendogli nella mente una parola incredibile: “pio”; dal che ne nacque:

“T’amo, o pio bove; e mite un sentimento

Di vigore e di pace al cor m’infondi”.

 

Sul successo dell’ultima variante, intervenne da par suo e assai dottamente Giovanni Getto:

 

“‘Amo, o solenne bue…’ : e c’era sì l’idea di simpatia e di solennità, ma vi mancava il ritmo lirico, senza quel pronome ‘Te’ in apertura, che raccoglie subito affettuosamente lo sguardo sul bove, e che conferisce come un avvio di preghiera. […] In una seconda redazione il poeta corresse: ‘T’amo o placido bove…’: realizzando un progresso, nonostante quel ‘placido’ che […], se migliora il ‘solenne’, non raggiunge la bellezza del ‘pio’”.

 

Finalmente Carducci  ce l’aveva fatta: aveva raggiunto, a detta del prof. Getto, quella “bellezza del ‘pio’” che gli aveva risolto tutti i problemi esistenziali; ed ora egli  poteva persino permettersi di schiacciare un pisolino, magari sognando le fresche acque dello Scamandro. Fu forse (dico io, ma posso esser smentito) questo evento sì duro a suggerire al poeta i famosi quanto indimenticabili versi :

 

“Tra le battaglie Omero, nel carme tuo sempre sonanti,/  La calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra ’l sonno/ In riva di Scamandro”.

 

Il sonno che colse di botto  Carducci è del resto pienamente comprensibile, dopo ch’egli ebbe a durare davvero  una fatica da ammazzare un bue per individuare, nella mente dotta che non falla, un “pio” da sposare degnamente ad un “bove”.

 

Fonti:

 

Giovanni Getto, “Prosa e poesia di Giosuè Carducci”, in Carducci e Pascoli, Caltanisetta-Roma, Salvatore Sciascia, 1977, pp. 52-53. Cfr. altresì sull’argomento P. Pancrazi, Scrittori italiani dal Carducci al d’Annunzio, Bari, Laterza, 1943,  p. 31.

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