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Congiuntivi fritti e mappe linguistiche

gennaio 18, 2017

Schegge di italianistica

il-padre-della-lingua-italiana

 

Facendo un po’ il verso ad un famoso sonetto di Burchiello, dal titolo “Nominativi fritti e mappamondi”, ho sostituito i “nominativi” burchielleschi con i “congiuntivi”, che, oggi come oggi, sembrano davvero “fritti”, nel senso che son ben pochi quelli che si ricordano d’usare il congiuntivo. I “mappamondi” sono stati invece sostituiti con “mappe linguistiche”, poiché qui si vuole suggerire una semplice “mappa” per orientarsi adeguatamente nella foresta della lingua italiana. Per dirla tutta, l’argomento qui trattato non è nuovo, nel senso che, diversi anni or sono, e, per dire il vero, non rammento oggi perfettamente per quale particolare occasione,  scrissi quanto si leggerà più sotto riguardo  all’uso del congiuntivo in italiano.

 

Il tema, in sé, non credo sia anche oggi del tutto superfluo e obsoleto, anche perché so per certo che ancor oggi molti lamentano la scomparsa del congiuntivo nella prassi linguistica quotidiana dei più. La cosa, in sé, non è gravissima, perché, come si suol dire, è l’ “uso” che, alla fine, viene a poco a poco, ma inesorabilmente, a determinare la regola. Ciò premesso, riprendo (quasi) letteralmente quanto scrissi in tempi ormai lontani.

 

La guida all’uso corretto della lingua italiana comincia da  quella parte del discorso che costituisce il cardine intorno a cui gira il periodo: ossia il verbo. Una delle diatribe più frequenti anche ai nostri giorni è quella relativa all’uso, o, meglio, alla sostanziale scomparsa nella lingua comune del congiuntivo. Molti, per non dire quasi tutti, usano l’indicativo, anche se, a lume di ragione, ci vorrebbe il congiuntivo.

 

Ma, al di là della (improbabile) conoscenza delle grammatiche, esiste un metodo sicuro e rapido per decidere quando usare il congiuntivo?

 

In effetti si potrebbe dare una regoletta molto semplice, il cui rispetto fornirebbe un orientamento abbastanza certo. Occorre partire dal concetto che l’indicativo è il modo della certezza. Se io affermo, nella principale, di sapere “con la massima sicurezza” che le cose stanno in un certo modo, nella subordinata è corretto usare senza ombra di dubbio l’ indicativo.

 

Esempio: “ Io so (per certo) che tu sei ( indicativo) una brava persona”.

 

Se però nella principale si esprime un’opinione o un dubbio, e si usa, per esempio, un verbo che non indica certezza assoluta intorno a una certa questione ( credo, penso, ritengo, suppongo,  presumo, presuppongo, ipotizzo, ecc.), sarebbe “opportuno” usare nella subordinata il congiuntivo, che è appunto il modo del dubbio e dell’incertezza.

 

Esempio: “ Ritengo che Mario abbia ( congiuntivo) sbagliato”.

 

Non posso scrivere: “ Ritengo che Mario ha (indicativo-certezza) sbagliato”, semplicemente perché non so con assoluta certezza “se” Mario abbia sbagliato oppure no.

 

Se non avessi dubbio alcuno sull’errore di Mario, dovrei rendere la frase così:

So (per certo) che Mario ha (indicativo) sbagliato”.

 

Comunque, e lo dico per coloro che fossero particolarmente affezionati al modo indicativo, la “regoletta” data sopra non deve essere intesa in modo ferreo. Il mancato uso del congiuntivo, checché ne dicano i “puristi” della nostra lingua, non costituisce errore gravissimo. Si tratta più che altro di un “solecismo”, ovvero di un’ improprietà su cui si potrebbe anche sorvolare. Tuttavia, se ci si attiene alla “regoletta” , si è sicuri di non incorrere in errore.

 

Se poi la pur semplice summenzionata regoletta non dovesse sortire effetto alcuno, vuol proprio dire che i congiuntivi sono oggi del tutto “fritti”, e che non c’è mappa o mappamondo che tenga, e che la “congiuntivite” è decisamente incurabile, checché ne dicano gli specialisti.

 

Saluti e salute a tutti.

 

Fonte:

 

“Iuro in verba magistri” (ossia in nome di tutte le grammatiche antiche, moderne e post-moderne).

 

 

 

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