Crea sito

Dall’osso dello scimmione all’uomo tecnologico

febbraio 22, 2017

Società

lo-scimmione-con-losso-tecnologico

 

Dal film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio [2001: A Space Odyssey] è possibile inferire notevoli nonché  interessanti deduzioni sul mondo in cui viviamo. Nel film di Kubrick compaiono degli scimmioni, intesi allegoricamente come i nostri antenati. Ma non voglio affatto addentrarmi in vaghe quanto inutili dissertazioni darviniane, ma soltanto fare un discorso di carattere più generale, e particolare al tempo stesso.  Tornando agli scimmioni, ad un certo punto arriva in scena un misterioso osso, per cui uno dei suddetti scimmioni ha un’improvvisa folgorazione: ossia l’idea di utilizzare il sunnominato osso come uno strumento da usarsi sia per la caccia,  sia come arma tecnologicamente avanzata, dati i tempi ancor primitivi, contro le altre tribù di scimmioni, imponendosi ad esse grazie alla novella discoperta tecnologica.

 

E finalmente abbiamo evocato la parola magica: la tecnologia, che ci soccorre per dimostrare come e qualmente, nonché simbolicamente,  l’osso dello scimmione possa essere prefigurato come lo strumento  per eccellenza volto ad imporre un certo modo di “pensare il mondo”, e per statuire un’ideologia che potrebbe essere di immensa utilità per qualcuno.  Si dice, da qualche  parte,  che le ideologie si sarebbero ormai definitivamente consumate, ma, dal mio punto di vista (e non soltanto), le cose potrebbero stare in maniera molto differente: “La cultura industriale avanzata è, diceva l’indimenticabile Herbert Marcuse,  in senso specifico, più ideologica della precedente” (L’uomo a una dimensione).

 

In un’ottica che riterrei tutto sommato abbastanza realistica,  le ideologie sono tuttora forti, vive e vitali,  perché “semplificano” moltissimo  il mondo,  e sono sempre estremamente “produttive”; anche se, astutamente, esse si “negano da se stesse”, affermando, subdolamente, di “non esistere”.

 

Le ideologie, secondo H. Arendt, sarebbero invece massimamente “produttive” nelle società di massa, dove i comportamenti sono molto più facilmente manipolabili rispetto al passato. Travestendosi da neutre teorie “scientifiche” (“le ideologie sono note per il loro carattere scientifico”, diceva la Arendt), esse sarebbero guidate da una “logica” così stringente da spingere addirittura  Stalin ad affermare che non era stata l’abilità oratoria di Lenin a soggiogare le masse, ma “l’irresistibile forza della logica, [che] soggiogava completamente l’uditorio”. In questo senso la Arendt spiegava come l’ errore, se così si può definire, dell’uomo tecnologico di massa “non consiste tanto nel lasciarsi irretire da un’ipotesi spesso volgare”, ma nel mandare direttamente il cervello all’ammasso; ossia nell’abbandonare la libertà  individuale di pensare a favore della “camicia di forza della logica, mediante la quale l’uomo può farsi violenza quasi con la stessa brutalità usata da una forza esterna”.

 

Herbert Marcuse, almeno in apparenza,  non c’entrerebbe  pressoché un bel niente né con Stanley Kubrik né con i suoi scimmioni; però l’osso, quel misterioso osso individuato da quello scimmione più intelligente degli altri, che seppe sfruttarlo per i suoi propri fini; quell’osso, dicevo,  potrebbe essere assimilato al concetto marcusiano dell’uomo a una dimensione. Che cos’è un osso o un pensiero ad una dimensione? Ce lo spiegò brillantemente Herbert Marcuse, il quale, fatte le debite proporzioni, ci illustrò come l’osso dello scimmione corrispondesse, simbolicamente,  al pensiero dominante promosso dai “potenti della politica” per sottomettere gli altri:

 

“Il pensiero a una dimensione  è promosso sistematicamente dai potenti della politica e da coloro che li riforniscono di informazioni per la massa. Il loro universo di discorsi è popolato di ipotesi autovalidantesi, le quali, ripetute incessantemente da fonti monopolizzate, diventano definizioni o dettati ipnotici” (Corsivi miei).

 

Quindi, tenute sotto ipnosi, le masse,  per esempio, spiegava ancora Marcuse, sarebbero portate a credere che quelle e soltanto quelle proposte da certune fonti siano  “le istituzioni  che operano  ( e sono adoperate ) nei paesi del Mondo Libero; ogni altra forma trascendente di libertà equivale per definizione all’anarchia, o al comunismo o è propaganda”  (Corsivi miei). “La razionalità tecnologica, continuava Marcuse,  rivela il suo carattere politico  allorché diventa il gran veicolo d’una dominazione più efficace, creando un universo veramente totalitario in cui  società, mente e corpo sono tenuti in unico stato di mobilitazione permanente”.

 

In uno stato di mobilitazione permanente? E Che diavolo significa tutto ciò?

 

Il groviglio Gaddian-concettuale ce lo dipanava da par suo ancora il prof. Marcuse, laddove assicurava che mente e corpo sono tenuti in uno stato di mobilitazione permanente semplicemente

 

“per la difesa di questo stesso universo”. Leggi:  di quel particolare “universo” d’idee.

 

L’osso degli scimmioni era sicuramente uno strumento primitivo di dominio, ma la tecnologia dell’ informazione di massa ne ha fatto un congegno tecnologico raffinatissimo per la propagazione del pensiero “promosso dai potenti della politica”,  e dai loro alfieri.

 

L’ osso tramandatoci dagli scimmioni di Stanley Kubrick, e metamorfizzatosi in, a volte sofisticate, talaltre becere tecniche suasive,  sembrerebbe oggi viepiù resistente e robusto di ieri, nonché pressoché tetragono ad ogni tipo di masticazione, anche per chi possiede denti di squalo.  Ma, dico io, cerchiamo d’andarci piano, per piacere, ché a farsi sottodimensionare dalle ideologie, da qualunque parte esse provengano, nonché a farsi bere il cervello da esseloro c’è sempre tempo, nonché uno “spazio” ulissideo ed  intergalattico come quello propostoci, moltissimi anni fa,  da Stanley Kubrick.

 

Fonti:

H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Introduzione di M. Martinelli, Torino, Giulio Einaudi, 2004, p. 641, 644, 646.

H. Marcuse, L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata, Trad. it. di L. Gallino & G. Gallino, Torino, Einaudi, 1967, p. 31, 33, 37.

,