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Una Filosofopoli per Monaldo Leopardi, e un po’ di polenta per Giacomo

febbraio 21, 2017

Letteratura

monaldo-leopardi

 

Monaldo Leopardi lo conoscono tutti, se non altro perché era il padre di Giacomo Leopardi. I rapporti tra i due andavano a fasi alterne, come ben s’addice in tutte le buone famiglie che si rispettino. In genere i manuali scolastici si sbarazzano alla svelta di Monaldo, definendolo un codino reazionario. Però il Conte Monaldo non è un uomo da spregiarsi o anche soltanto da prendersi sottogamba. Era un aristocratico di vasta cultura classica; e, se anche è pur  vero che egli era un conservatore della più bell’acqua, c’è un “ma” grande come una casa da prendere in considerazione.

 

Monaldo sarà anche stato un conservatore; però, come sottolineò a suo tempo Bandino Giacomo Zenobi, egli era altresì un uomo politicamente “molto avvertito”. Il che significa che non soltanto il Conte Monaldo  la sapeva lunga sulle nuove condizioni dell’aristocrazia pontificia dopo la bufera napoleonica, ma che sapeva “anche” difendere le proprie ragioni,  a volte con pungente satira e ironia, e talaltre con impeto polemico sprezzante nei confronti  dei liberali: una parola  in lui sintetizzava  la  quintessenza di tutti i mali della novella società che si stava aprendo. Così, accanto alle opere di erudizione, il Conte Monaldo Leopardi scrisse alcuni testi politico-satirici, come per esempio La città della filosofia, o Filosofopoli,  che, forse, voleva fare un po’ il verso alla Città del sole di Campanella.

 

Comunque stiano le cose, nel 1833 il Conte Monaldo dette alle stampe, a imperitura memoria del suo versatile e multiforme ingegno ( da qualcuno Giacomo doveva pur aver preso), la suddetta Città della filosofia. In essa il dottissimo Conte Monaldo, non privo tuttavia d’un discreto senso dell’ humour,  s’immaginava che  il Cervello e la Filosofia facessero un po’ gli “esami” a tutti coloro che pretendessero di  prender cittadinanza nella Città della Filosofia, o regno di Filosofopoli. Fra i primi “esaminandi”, il Cervello e la  Filosofia si trovarono di fronte il Governo:

 

“La Filosofia. Chi siete e cosa volete ?

 

Governo. Io sono il governo , e domando di essere ammesso nella vostra nuova città , perché immagino che non vorrete stabilirla senza governo.

 

La Filosofia. Sicuro che un poco di governo ce lo vogliamo, almeno pour bienseance, e per servire nelle apparenze e nelle formalità come l’ apparatura [=apparato] nelle feste. Ma intendiamoci bene; noi non vogliamo un governo all’antica, il quale pretenda di governare davvero, ma bensì un governo filosofico; e vale a dire un’ombra, un simulacro, un brodo di ranocchie e niente di più.

 

Governo. Quanto a questo farete quello che vi pare, ed io starò nelle vostre mani a ricevere quella forma che vorrete darmi.

 

La Filosofia. E bene; nella città e nel regno di  Filosofopoli la vostra forma sarà quella di una monarchia.

 

Il Cervello. Brava , questa scelta mi piace,  perché il governo monarchico è il più naturale e il più semplice , ed è ancora il più robusto di tutti.

 

La Filosofia. Oibò, oibò; se fosse questo non vorremmo saperne niente, e si vede bene che voi v’intendete poco di filosofia , e non avete una giusta idea del mondo nuovo. Nel mondo vecchio i monarchi erano certamente forti, rispettati e temuti, perché sostenevano di avere ricevuto il loro potere da Dio, e nessuno si azzardava di stendere la mano contro una autorità la quale si riputava stabilite per diritto divino. Ma nel mondo nuovo i monarchi si contentano di regnare per grazia e volere del popolo, ricevono il salario e si lasciano incartare dal popolo, e conseguentemente devono essere il trastullo e lo scherno del popolo.

 

Il governo monarchico adunque, lavorato secondo le regole della filosofia, riesce il più comodo e il più leggiero di tutti, e i filosofi si adattano a lasciarsi governare da un re fatto dal popolo, perché chi può fare può guastare, ed è più facile sbalzare dal trono un monarca costituzionale che licenziare dal servizio un guattero di cucina. Sentite dunque signor governo, e imparate bene cosa ha da essere il governo monarchico nella citta e nel regno della filosofia.

 

La Filosofia. Prima di tutto , il re ha da essere un re di carta , o vogliamo dire che tutta la sua autorità deve consistere in un pezzo di carta, esso medesimo deve riconoscerla tutta intiera [sic ] dalla carta , e guai a lui se si allontana un capello da quella carta.

 

Governo. Benissimo.

 

La Filosofia. Inoltre non deve pretendere di dettar le leggi, ma deve riceverle belle e fatte dalla nazione; e, se si tratti di farne delle nuove, gli è permesso di mandare i suoi ministri a sfiatarsi e raccomandarsi nella camera dei deputati, ma alla fine deve sempre cedere alla volontà della camera. Quando poi  la camera ha fatto una legge e il re  l’ha sottoscritta per amore o per forza, e per una semplice formalità, sua maestà di carta deve subito pigliare la frusta e andare in piazza a menare le mani facendo eseguire i decreti del popolo.

 

Il Governo. Benissimo.

 

La Filosofia. Di più non deve impicciarsi né bene né male con la giustizia , e deve lasciare che i giudici facciano di ogni erba un fascio senza essere ripresi e molestati da nessuno. Anzi se l’istesso monarca cittadino riceverà una coltellata ovvero una schioppettata non potrà far altro che dare una querela a quell’impertinente, e se i giudici condanneranno colui a tre giorni di pane e acqua, il re dovrà ammirare e ringraziare la imparzialità e la severità della giustizia.

 

Il Governo. Benissimo.

 

La Filosofia. Siccome poi la carta accorda al monarca il diritto di far grazia,  il re cittadino deve sapere che quel diritto gli viene accordato per burla, e che egli può usarne soltanto a beneplacito e a capriccio del popolo. Perciò se i tribunali condanneranno giustamente uno scellerato il quale sia benveduto dal popolo, sua maestà di carta lo dovrà liberare, e se condanneranno ingiustamente un innocente mal veduto dal popolo, sua maestà di carta dovrà farlo impiccare.

 

 

Il Governo. Benissimo.

 

La Filosofia. Similmente il monarca filosofico costituzionale non avrà  l’ardire d’ imporre nessuna tassa, e di toccare un quattrino senza il beneplacito e la licenza del popolo. Quando ci sarà bisogno di denari per la marcia del governo anderà [sic] a domandarli come un pitocco alla camera dei deputati , e dopo ricevuti li spenderà bene o male, che questo importa poco, e sulla revisione dei conti non si guarda tanto in sottile. Se però la camera non vorrà darglieli, lascierà [sic] che il governo cammini da per se stesso, e resterà colle mani incrociate sul petto come fa il cuoco, allorché il padrone non gli dà i quattrini per fare la spesa.

 

Il Governo. Benissimo.

 

La Filosofia. Per ultimo se qualche volta il popolo vorrà divertirsi un poco con sua maestà, accompagnandolo con le fischiate ovvero con le sassate , dovrà averci pazienza , e se anche in una giornata gloriosa il popolo vorrà stracciare la carta , cambiare la dinastia , e discacciare il re con tutta la sua maestà e la sua inviolabilità, il monarca cittadino dovrà andarsene col bordone in mano, e avere di caro e  grazia di salvare la pelle , perché […] il governo, tutto è del popolo , e il monarca costituzionale è un bamboccio vestito da re per servire di passatempo al popolo.

 

Il Governo. Benissimo, benissimo, a meraviglia; e vado subito nella citta a preparare un trono di cartone per Pulcinella I,  monarca cittadino di Filosofopoli.

 

Fermiamoci adesso un po’ sull’immagine apparentemente burlesca del re accolto “con le fischiate ovvero con le sassate”. La cosa non era stata detta dal Conte Monaldo “a caso”. In un pamphlet dal tono molto più serio e per niente satirico, egli aveva scritto:

 

“Perciò dovunque, nei limiti della moderazione, viene conservata nel giusto e dovuto credito l’aristocrazia; essa nelle agitazioni degli stati si trova sempre in faccia al popolo alla difesa della monarchia, mentre dovunque l’aristocrazia è degradata o soppressa; i colpi della plebe non trovano barriera e vanno a dirittura a scaricarsi sul trono, I filosofi liberali lo hanno ben conosciuto e per questo determinati d’invadere il potere del principe,  si sono arrocati [sic] e spossati a perseguitare e discreditare l’ influenza e le prerogative dei nobili. Quali poi siano le mete e gli effetti delle dottrine liberali, si può vederlo nella gloriosa Inghilterra, dove appena sanzionato dal trono il Bill della riforma radicale, le sassate della plebe arrivarono senza impedimenti alla cervice del re”.

 

Il Conte Monaldo Leopardi, dopo l’epoca napoleonica, s’era sentito letteralmente franare la terra sotto piedi, perché aveva perfettamente intuito che tutti gli antichi privilegi della nobiltà erano stati inesorabilmente scalzati. E si trattava di privilegi di non poco momento. I conti Leopardi infatti a Recanati godevano, da tempo immemorabile,  di vastissimi poteri legati al rango, che al Conte Monaldo dispiacque moltissimo d’aver perso. Per esempio, Zenobi ebbe a chiosare quanto segue:

 

“Quanto al tipo di organizzazione e di partecipazione della nobiltà delle città all’esercizio del potere, sarà qui sufficiente  ad alcune caratteristiche […] In  un gruppo di città comprese prevalentemente fra le maggiori […] il consiglio generale era composto di soli nobili con esclusione totale dei popolari: si tratta di Ancona, Camerino, Fano e Recanati […] In tutte le città il consiglio di credenza […] era composto di soli nobili […] Il magistrato era riservato ai nobili in Ancona, Fermo […]  Recanati” (Corsivi e sottolineature miei). Va da sé che il Conte Monaldo sapeva che ormai era tutto perduto, e perciò prese a difender l’aristocrazia a spada tratta, e senza tanti complimenti:

 

“Infine la classe dei nobili, desiderando naturalmente di conservare le proprie prerogative e vedendo che da una parte queste prerogative vengono accordate e difese dal sovrano,  e dall’altra parte sono invidiate e non di rado aggredite dal popolo,  si trova impegnata naturalmente e per le ragioni del proprio interesse a sostenere il potere della sovranità contro l’insubordinazione del popolo. Né l’aiuto che riceve la sovranità dall’aristocrazia è cosa di poco rilievo,  imperciocché in primo luogo trovandosi per disposizione di natura la maggior parte delle ricchezze e delle proprietà in mano dei nobili e dei magnati,  non è poco vantaggio del principe avere a suo favore quasi tutte le forze materiali dello stato, e secondariamente, essendo grande per disposizione di natura l’influenza dei ricchi, dei saggi e dei potenti sul volgo, non è poco vantaggio del principe avere a suo favore quella classe che può tanto influire sui sentimenti e sui moti del volgo”.

 

Chiarissimo.

 

Ciò che probabilmente bruciava al Conte Monaldo, era forse anche il fatto che gli esecrati liberali avessero osato sfondare e penetrar le soglie (sia pur difese da robuste porte) del Palazzo avito, “infettando” anche il figlio, il poeta Giacomo Leopardi. Questi, all’altezza degli anni in cui il padre Monaldo tuonava contro i liberali (1833), non era ancora il “Leopardi” d’oggidì, tanto da non riuscire a trovare un editore per le sue poesie, specie quelle “patriottiche”, giudicate in alcuni Stati italiani dell’epoca, per una sorta di nemesi evidentemente incombente su Casa Leopardi,  troppo liberali.

 

Cosicché, trovandosi Giacomo a Napoli, ed il Cavalier  F. Brancia pubblicando  un’Antologia dei poeti “antichi”, ma anche “viventi” (1835), troviamo citati  in essa Antologia Dante, Ariosto, Tasso, Caro, Pindemonte, Guarini, Maffei, Alfieri, e Monti; ma il nome di Giacomo Leopardi non lo trovereste neanche col binocolo della marina. Eppure,  Giacomo viveva a Napoli in quegli anni.

 

Ordunque, le liriche  del grande Giacomo non trovarono neppure un sia pur angusto angolino nell’Antologia del Cavalier F. Brancia , surclassate da poesie come La polenta di tal  Bondi, il cui incipit fa:

 

L’opera ferve, e già del pranzo omai [=ormai]

L’ultima parte a terminarsi è presta …

 

Quindi tutti pronti ad aspettare che arrivi la polenta:

 

“Indi su di lei, che in fette è già ridotta

E burro e cacio larga man dispensa:

E condito così, grato diventa

Il caldo cibo; e chiamasi polenta”.

 

Per un’implacabile quanto insondabile ironia della storia, mentre il figlio Giacomo doveva vedersela con la censura di Austriaci, Pontifici et caetera, che gli bloccavano le pubblicazioni per via delle sue idee liberali, il Conte Monaldo, che si vedeva invece letteralmente depredato dagli stessi inverecondi liberali, sbottava inviperito in una sentenza inappellabile che è rimasta famosa negli Annali:

 

“Insomma,  l’aristocrazia nello stato pontificio è morta, seppellita e scancellata quasi dalla memoria, e il trono della sovranità è come un edifizio di cristallo piantato in una immensa palude di fango”.

 

E c’è da scommettere che, se il Conte Monaldo fosse venuto a conoscenza del fatto che, ad appena due anni dalla pubblicazione della sua Filosofopoli,  le poesie del figlio erano state sbandite da un’Antologia contemplante poeti “viventi”,  per far posto alla fin troppo liberaleggiante e popolare polenta del Bondi, dapprima, come invaso dalle Erinni,  si sarebbe sicuramente strappato i capelli di testa, e poi avrebbe fatto in modo che  la suddetta  polenta  mai più  trovasse libero accesso nell’augusta e severa Dimora dei Conti Leopardi a Recanati, al pari di tutto il Circo Barnum dei liberali, dove

 

“la Sovranità popolare, in qualità di signora della festa, offre lo spettacolo gratuito delle barricate, distribuisce un generoso rinfresco di mattonelle, e dà segno per l’incominciamento del ballo. La Giustizia, dopo quattro salti si lascia cadere le bilance, perde l’equilibrio, si rompe le anche, e va zoppicando per la sala appoggiata sulle stampelle. La Proprietà ballando ballando viene distribuendo i suoi vestiti […] L’Insegnamento fa un ballo equestre a cavallo sull’asino […] L’Incivilimento […] fa la sua danza pippando e ballando”.

 

Infine, il  Conte Monaldo Leopardi, almeno a  livello di pura ipotesi fantastica, trovava la strada per disfarsi di tutta quella ignobile baraonda, immaginando l’intervento del Disinganno:

 

“Frattanto arriva il Disinganno, accompagnato dal Cervello,  prendono a calci la Filosofia, mandano all’ospedale dei matti i filosofi liberali, e così finisce la commedia. Gli spettatori nel ritornare a casa vanno dicendo: ‘E’ stata troppo lunga’”.

 

Chissà cosa penserebbe oggi il Conte Monaldo Leopardi, nel vedere che la sua fin “troppo lunga” commedia, invece di abbassare il sipario, s’è invece andata  sviluppando e avviluppando in sì tali ed inestricabili intrecci che neppure un abile Capocomico qual egli fu sarebbe mai stato  in grado  di dipanare.

 

Fonti:

B. G. Zenobi, Ceti e potere nella marca pontificia, Bologna, Il Mulino, 1976, p. 51 e p. 44.

M. Leopardi, “La aristocrazia”, in La voce della ragione. Giornale filosofico, teologico, politico, istorico, letterario, 15 agosto-31 ottobre 1833, Tomo Sesto, n. 31, p. 313 e p. 316.

M. Leopardi, La città della filosofia, 1833, pp. 5-8.

Antologia italiana. Lezioni di letteratura e di morale tratte dalle opere de’ migliori scrittori antichi, moderni e viventi, del Cav. F. Brancia, Napoli, Tipografia del Tasso, 1835, Vol. II, pp. 412-413.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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