Crea sito

La “cavalcata” di Leopardi

aprile 18, 2015

Letteratura

L'Infinito

Anche Leopardi ha dovuto fare i conti prima con la critica desanctisiana, poi crociana, che ne hanno dato un quadro per molti versi esatto, ma estremamente riduttivo. Il cristallizzarsi della personalità artistica di Leopardi si deve in modo particolare a De Sanctis, il quale lo definì “poeta dell’idillio”, ossia poeta “contemplativo”, tutto intento ad auscultare i moti del proprio animo. B. Croce, con la nota dicotomia poesia – letteratura, tendendo a privilegiare del poeta di Recanati l’aspetto più intimo e irrazionale e assegnando alla “letteratura” quanto invece sapeva di vigore ragionativo, contribuì a “ridurre” non poco il territorio coltivato dalla poesia di Leopardi. Croce diede un gran valore al primo Leopardi degli “Idilli” e nessuno o quasi all’ultimo Leopardi delle “Magnifiche sorti e progressive”.

All’interpretazione riduttiva del Croce, che tarpava la poesia di Leopardi in modo eccessivo, si aggiungono poi quelle un po’ fuorvianti di altri che vollero vedere nel poeta di Recanati elementi di religiosità che effettivamente uno dei più grandi e conseguenti atei del nostro’800 non aveva proprio. In realtà, se proprio di “religiosità” si vuol parlare, occorre dare a questo termine un valore estremamente ampio, e comunque non risolverlo nel quadro di una religione specifica. Che Leopardi potesse suggerire immagini di una religiosità “mistico-cosmica” è comunque vero. In questo senso, è accettabile la definizione di V. Arangio Ruiz, per il quale Leopardi era “più religioso di tanti che si proclamavano religiosi”.

Un radicale rovesciamento di queste interpretazioni critiche e un inquadramento più completo di Leopardi si ebbe soltanto verso la fine degli anni ’40 del Novecento, per opera di interpreti come Cesare Luporini e Walter Binni. Luporini è stato autore nel 1948 di un libro dal titolo “Leopardi progressivo”. In che cosa consisteva, secondo il critico, il “progressismo” di Leopardi?

Anzi tutto, nell’ultimo Leopardi , Luporini evidenzia un’ aperta lotta dell’ateo per una completa liberazione dell’uomo dai miti religiosi e, di conseguenza, accresceva le condizioni oggettive per una liberazione totale dell’uomo. Il pensiero filosofico desolatamente razionalista e ateo di Leopardi aveva in sostanza questa importante valenza di altissimo livello intellettuale e morale. Meno credibile, come hanno osservato Timpanaro e Binni, il progressismo sociale e politico di Leopardi, che conobbe momenti di aperta sfasatura e, in certi casi, di esplicito disinteresse, specie dopo le delusioni patite con i moti falliti del 1820-’21. A dire il vero questo riflusso dopo il 1820 non fu una caratteristica del solo Leopardi, ma di tutti i gruppi intellettuali italiani, che ormai non credevano più alla validità delle posizioni rivoluzionarie.

Uno dei più validi contributi alla comprensione di Leopardi ci è venuto da Sebastiano Timpanaro, che ha veramente segnato un punto fermo nella critica leopardiana. Timpanaro, nel suo “Classicismo e Illuminismo nell’800 italiano”, ha affrontato i nodi non sempre ben sciolti del pensiero di Leopardi, con una serrata e approfondita disamina delle posizioni ideologiche della critica contemporanea, mettendo a fuoco il problema dei rapporti tra pessimismo e progressismo, senza preclusioni ideologiche.

Timpanaro ha rivisitato la lunga vicenda del pessimismo – progressismo di Leopardi sin dal suo primo apparire, negli anni dal ’17 al ’19 circa. In questo periodo, nume il Giordani, verso il quale Leopardi nutre una grande amicizia, il poeta assume una veste di vate civile-patriottico con tendenze repubblicane: questa fase coincide col cosiddetto “pessimismo storico”, che, secondo Timpanaro, nasce da una situazione di insofferenza verso quella stagnante atmosfera che regnava sovrana a Recanati. Il critico ricorda che, ancora nella “Canzone ad Angelo Mai”, Leopardi tende a sostanziare il proprio atteggiamento pessimistico di un’aura “politica”, attribuendo le cause alla necessità dei tempi e non alla sua propria natura.

Il successivo passaggio dal pessimismo storico al pessimismo cosmico non fu dovuto a particolari argomentazioni di ordine filosofico, ma all’aggravarsi della sua già malferma salute. Con ciò non si vuole affermare che il Leopardi “era pessimista perché era gobbo”, come ebbe a dire una delle peggiori malelingue del nostro’800, ossia il Tommaseo. Però non si può negare che la malattia dette al Leopardi una coscienza estremamente lucida del pesante condizionamento che la natura ha sull’uomo: fu la malattia quindi a fare riflettere sempre più e meglio Leopardi sul delicato rapporto uomo – natura. Essa però non divenne un fatto privato, ma un eccezionale strumento di conoscenza attraverso il quale Leopardi arrivò a una rappresentazione del rapporto uomo – natura dove non c’erano assolutamente scappatoie di ordine religioso : di qui l’ateismo disperato e il rifiuto di qualsiasi palliativo consolatorio.

Per Timpanaro, Leopardi fu “progressivo” nel senso che lottò disperatamente per la liberazione dell’uomo dai miti metafisico-religiosi. In questo senso egli rimproverava a Luporini di aver voluto vedere, accanto a questa “voluntas” dissacratoria di Leopardi , anche una “volontà di lotta” per la liberazione dell’uomo da ogni oppressione politica, quand’ era ormai ampiamente acclarato che, nell’ultimo periodo della sua parabola esistenziale, Leopardi si disinteressò quasi completamente di politica, e anzi mostrò di non credere che migliori istituzioni potessero alleviare poi di molto il senso d’angoscia che caratterizza la condizione umana nella sua rapida “cavalcata” verso l’ “Infinito”. E a proposito di questo “Infinito”, al tempo stesso repulsivo ed attraente, in un passo dello “Zibaldone”, Leopardi scrisse: “La velocità, per esempio, dei cavalli o veduta o sperimentata [=assaporata], cioè quando essi vi trasportano […] è piacevolissima per se sola, cioè per la vivacità, l’energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica”.

, ,