L’arrivo in Italia de “L’Arrivato” di J. Braine all’inizio degli anni ’60

L’Italia e l’Inghilterra degli anni ’50 e ’60 erano paesi molto distanti l’uno dall’altro più per ragioni economico-sociali che di geografia.  Senza dubbio alcuno, gli anni immediatamente seguenti la seconda guerra mondiale si configurarono come l’inizio di nuovi stili di vita in Gran Bretagna (avvento del consumismo di massa, della pubblicità, nonché delle cosiddette  “libertà sessuali”), che ebbero un fortissimo impatto sui teenagers inglesi dell’epoca. Secondo un rapporto dell’allora  Ministero dell’educazione, i giovani inglesi risultarono soggetti a continui (e considerevoli) cambiamenti mentali ed emotivi,  che avrebbero condotto a  una spaccatura profonda rispetto ai  modelli di pensiero e di comportamento precedentemente stabiliti (1).

La letteratura inglese, già dai primissimi anni ’50, si fece interprete attenta di tali mutamenti, esprimendo un gruppo di giovani scrittori “ribelli”, i quali proseguirono sulla scia della generazione precedente, quella cioè degli anni ’30, costituita da  Auden, Spender, Lewis e altri,  i quali  cercarono  di superare la crisi  del loro tempo  con un’attività letteraria per gran parte d’ispirazione marxista. Come scrisse acutamente  Mario Praz  nella prima metà degli anni ’60:

“Non è soltanto dall’ultima decade [degli anni ’50] che i giovani si rivoltano in Inghilterra […] Negli anni ’30 si reagiva contro la minaccia di diventare una nazione di aspirine e tè fiacco […] si cercava un nuovo ordine, un nuovo senso della vita […] e si credette di trovarlo nel verbo marxista” (2) .

I “nuovi ribelli”  inglesi ben presto furono etichettati dalla critica come   Giovani Arrabbiati [Angry Young Men],  dal titolo di un dramma che sembrò esprimere al meglio la loro protesta,  cioè Look Back in Anger, di John Osborne:

“Osborne, scrisse J. Elson,  fu rapidamente associato a un gruppo di scrittori, tra cui Colin Wilson e John Braine, che erano noti come i giovani arrabbiati. Osborne, attraverso Jimmy Porter, riuscì a esprimere efficacemente le incertezze dei giovani del tempo, le loro frustrazioni e le loro attese di promozione sociale” (3).

I cosiddetti Giovani Arrabbiati  erano poeti e romanzieri che, esplicitamente, “dichiararono guerra”  alla tradizione, all’opportunismo sociale imperante e, in genere,  al  cosiddetto establishment.  La protesta degli Arrabbiati si espresse  in  un’amara satira della cultura contemporanea, e in un aperto atto d’accusa alla cosiddetta  “società del benessere”, manifestando però, almeno “apparentemente”, è doveroso sottolinearlo, non tanto il desiderio di una “palingenesi sociale”, quanto la “rabbia” di gente che era esclusa dalle leve del potere e del denaro.

Come fu accolto  dalla critica italica più prestigiosa l’ arrivo degli Arrabbiati nel Bel Paese?

E’ presto detto: in Italia gli  Angry Young Men ebbero un’accoglienza critica non particolarmente favorevole. Mario Praz, che fu tra gli ’50 e ’60 uno dei massimi studiosi  dei fermenti della nuova letteratura inglese, ebbe parole molto dure nei loro confronti:

“Sono usciti dall’Università come da un sogno,  e lungi dall’assimilarsi o dal sentire riconoscenza per la società che li ha così favoriti, son diventati degli spostati. Ecco il perché della loro rabbia, che sovente è una rabbia a vuoto, senza scopo preciso, una turbolenta e incoerente protesta contro l’ambiente circostante, che talora assume un colorito che ricorda davvicino quello del  fascismo” (4).

Mario Praz non risparmiò commenti sarcastici neppure a Osborne, il mentore degli Arrabbiati, creatore del personaggio di Jimmy Porter,  dipinto dal critico come un fenomeno da baraccone, e “arrabbiato per il fatto stesso di non aver nulla di cui arrabbiarsi”:

“Lesley Allen Paul, un filosofo religioso, pubblicò nel 1951 un volume dal titolo Angry Young Man, la storia di un marxista che negli anni tra le due guerre s’impegna nella lotta di classe e infine si converte al cristianesimo. Ma l’espressione entrò nell’uso generale dopo la rappresentazione al Royal Court Theatre, l’8 maggio 1956, di Look Back in Anger di John Osborne, un attore provinciale che fino allora non aveva fatto parlare di sé. Jimmy Porter, l’eroe del dramma, è un nostalgico mascherato da energumeno, che camuffa da lotta di classe la sua nevrosi sessuale […] La figura del ribelle del tipo […] Jimmy Porter  arrabbiato per il fatto stesso di non aver nulla di cui arrabbiarsi,  […] ricorre in parecchi altri libri pubblicati dopo il 1950 […],  [come] Room at the Top  di John Braine” (5).

Anche la critica più recente non ha usato mezze parole per definire gli Arrabbiati “alla John Braine”:

“Il denaro quindi, e il successo per mezzo del denaro sono gli ideali anche dei Giovani Arrabbiati, ideale sintetizzato nel titolo del romanzo di John Braine Room at the Top (1957),  un posto in alto, dove il denaro è il massimo valore […] E pur di raggiungere lo scopo, tutti i mezzi sono buoni, anche sposare una donna non amata, purché di rango sociale superiore” (6).

Ed eccoci allora arrivati a quella che sembrerebbe la “reale essenza”  de L’Arrivato, di John Braine.

Alcuni Giovani Arrabbiati scelsero  il romanzo come strumento privilegiato  della loro protesta, e John Braine fu uno di essi. Egli diventò famoso con due suoi romanzi: uno del  1957 [Room at the Top],  e l’altro del 1962 [Life at the Top], che  fu tradotto con tempestività  in Italia un anno più tardi, nel 1963,  da Longanesi,  con il titolo emblematico de L’arrivato,  un chiaro riferimento alla corrente dei Giovani Arrabbiati “rampanti”  in cui Braine era iscritto.

Tuttavia, già dai primissimi anni ’60, si levò la voce autorevole di Moravia in difesa dei Giovani Arrabbiati. Moravia non credeva granché nelle interpretazioni correnti della critica, che gli parevano poco convincenti. In un’intervista del 1963 su L’Espresso, Moravia spiegò come si dovesse intendere la protesta degli Arrabbiati contro l’ establishment inglese degli anni ’50:

“ Ma che cos’era l’establishment britannico? Era la corte, la società dei potenti, le istituzione, lo Stato etc. etc. Non già scrittori come T. S. Eliot […] Auden e tanti altri. In Italia l’establishment non è Bassani […] Cassola, Pasolini, come udii suggerire a Palermo, bensì lo stato italiano, la chiesa, i grandi monopoli industriali”. Poi Moravia aggiunse di essere convinto che,  nell’interpretare questi scrittori,  “bisogna per forza ricorrere alla diagnosi marxista. Ora la diagnosi marxista, se applicata correttamente all’opera di  questi scrittori, porterebbe secondo me a un giudizio critico diverso” (7) .

John Braine, dal canto suo, sembrava anch’egli tutt’altro che convinto  dell’etichetta affibbiata agli “Arrabbiati”,  tra i quali , volente o nolente,  si trovava ad essere iscritto: per lui essa indicava soltanto  “il giovane scrittore [che] rifiuta le formule letterarie precostituite”:

“Angry Young Man is a misused and over-used label, but it does have some significance if only that it means that the young writer is rejecting literary formulas” [ Angry Young Man è un’etichetta troppo usata e fin troppo  abusata, ma non ha altro significato se non quello di sottolineare  che il giovane scrittore rifiuta le formule letterarie precostituite] (8)

In realtà il caso di Braine è abbastanza diverso da quello dei suoi colleghi; e  lo stesso Kenneth Allsop, che non fu certamente tenero con gli Angry, lo riconobbe esplicitamente:

“The larger result is that the new dissentients feel unassimilated […] The go-getter is no new type, either to society or fiction, but the difference in the post-war model is that, although driven by ambition, envy and greed […], he has no admiration or liking for the class he is gatecrashing.  He wants its advantages and privileges, but […] he has no wish to be assimilated. […]” [Il risultato più evidente  è che i nuovi dissidenti si sentono non assimilati […] La figura dell’arrampicatore sociale  non è nuova  nella  società o nella fiction, ma nel modello del dopoguerra la differenza sostanziale è che , anche se guidato da ambizione, invidia e avarizia [ … ], non ha particolare ammirazione o simpatia per la classe nella quale vuole inserirsi. Vuole  i vantaggi e i privilegi , ma […] non ha nessuna voglia di esservi assimilato] (9).

In questo senso, L’Arrivato di John Braine pare davvero indicativo.

Nel romanzo si racconta  la storia di un tale che, avendo sposato una donna molto ricca per raggiungere il top della scala sociale,  scopre a poco a poco  di non  essere accettato nell’ high society cui la moglie appartiene e tenta, senza molto successo, come vedremo, di tornare alla vita di prima, di cui però ben presto si stanca. Il “tale” sopra citato,  il protagonista assoluto de L’Arrivato è Joe Lampton, che ha appunto sposato Susan Brown, la figlia del suo capo, proprietario di un’industria siderurgica, allo scopo di raggiungere il top nella scala sociale,  e un successo economico  difficilissimo da conseguire per un uomo della sua estrazione sociale.

Il matrimonio con  Susan Brown, tuttavia, si rivela un fallimento pressoché totale. Susan si mostra  insoddisfatta del suo rapporto sentimentale con Joe, finendo per riavvicinarsi a un  suo vecchio amante, Mark.  Joe, a questo punto, si trova invischiato in  un’esperienza esistenziale fatta di superficialità e di aridità sentimentale, con una vita familiare pressoché inesistente (10). Inoltre, anche i rapporti personali  di Joe con il padre di Susan diventano sempre più  tesi e difficili, sfociando in una lite nel corso di una riunione del Consiglio di Amministrazione.  Tornato a casa, Joe ha, nello stesso giorno, anche una discussione violentissima con Susan, la quale, per sovraccarico di frustrazione semmai ce ne fosse stato bisogno,  gli rivela per l’occasione che uno dei loro figli, Barbara, è figlia di Mark.

A questo punto, l’umiliazione di Joe raggiunge veramente il top. Amareggiato, quasi  disperato,  Joe ha uno scatto di  ribellione e vuole fuggire lontano da quel mondo. Infatti, abbandona tutto e va a vivere in un vecchio appartamento di Londra con la sua amante, Norah. Tuttavia, la determinazione di Joe di rompere ogni legame con Susan e la sua famiglia, a poco a poco, comincia a scemare. Egli inizia  a detestare l’atmosfera grigia e anonima di quel vecchio  quartiere di Londra,  perché gli sembra di vivere una vita vuota e priva di significato. Il culmine della frustrazione  è raggiunto quando Joe apprende che Harry, il suo secondo figlio, ha addirittura abbandonato la scuola. Joe prende coscienza che difficilmente si può “tornare indietro” nella vita,  e decide, appunto per questa ragione,  di rientrare nei ranghi, sconfitto, e con la netta sensazione di un totale fallimento spirituale.

Perché  L’Arrivato ebbe tanto successo?

Il successo del romanzo di John Brain e del suo protagonista,  Joe Lampton,  scaturì essenzialmente dall’identificazione dei  lettori con Joe  stesso. Il quale riflette gli obiettivi, le ambizioni e anche il fallimento del “giovane arrabbiato” tipico della società inglese negli anni che seguirono la seconda  guerra mondiale, caratterizzato da una insaziabile volontà di “arrampicata” sociale. Inevitabilmente, nella sua lotta per raggiungere “la vetta”, il top,  si ritrova a dover soffrire di tutta  una serie di conflitti interiori (ed esterni), che  tuttavia egli  sembra incapace di elaborare razionalmente, perché  inconsapevole delle ragioni profonde della sua sconfitta  esistenziale, legata essenzialmente al fatto che sarebbe stato, ragionevolmente e razionalmente, inevitabile dover pagare un prezzo molto alto per l’ascesa a una classe sociale che non era la sua (11).

Il romanzo di Braine fu tradotto in Italia nel 1963, e, nonostante i duri rilievi della critica, non c’è dubbio che la figura dell’arrampicatore sociale fece breccia nella cultura italiana in genere, soprattutto nel cinema, e specialmente con Alberto Sordi, interprete insuperabile (e insuperato)  delle “incarnazioni” italiche dell’ “arrampicatore sociale”.

Già nel 1955, Alberto Sordi aveva dato ottima prova di sé con L’Arte di arrangiarsi [1955] di Luigi Zampa, con il personaggio di Rosario Scimoni, “deciso a farsi strada con ogni mezzo” (12). Ma nel 1972 uscì  La più bella serata della mia vita, che è appunto la storia di un “rampante” senza scrupoli. Protagonista de La più bella serata della mia vita è Alfredo Rossi (Alberto Sordi), “un intraprendente commerciante di tessuti, romano ma residente a Milano, disinvolto e cinico arrampicatore  […] che ha fatto una rapida carriera grazie alla moglie del principale, di cui ha preso il posto, alla sua morte” (13).

Comunque sia, la lezione inglese ebbe discreta risonanza in Italia:

“Troverà poi spazio sugli scaffali delle librerie italiane, scrive S. Sullam,  anche una nuova narrativa inglese che ritrae in modo terribilmente realistico un’ Inghilterra quasi irriconoscibile per un pubblico educato alle grandi narrazioni della prima potenza mondiale, per quanto critiche esse fossero. È un’ Inghilterra ripiegata su se stessa, dalle ambientazioni provinciali e periferiche come in Lucky Jim  (1954) di Kingsley Amis (1922-1995) o della working class  dei romanzi di Alan Sillitoe (1928-2010), Saturday Night and Sunday Morning  (1958) e The Loneliness of the Long Distance Runner  (1959), spinto anche dal successo della trasposizione cinematografica. Si tratta di narrazioni che trovano immediatamente una cassa di risonanza in Italia. Ormai, salvo rare eccezioni, le due letterature, italiana e inglese (britannica), proseguono in simultanea” (14).

In seguito si faranno sentire  anche gli “arrabbiati” italiani, e sarà allora il tempo della Neoavaguardia.

 

 

Note

1)       E. H. Erikson, Childhood and Society, New York & London,  W. W. Norton & Company, 1993 [First edition, 1950], p. 44.

2)      M. Praz, Cronache letterarie anglosassoni, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1966,  p. 149.

3)      J. Elsom,  Post-War British Theatre,  London,  Routledge, 1976, p. 76.

4)      M. Praz, Cronache letterarie anglosassoni …,  cit., p. 150.

5)      Ivi, pp. 151-152.

6)      G. Carinelli, “The Angry Young Men: una specie di romanzo”, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia, Editrice Antenore, 1977, pp. 657-658.

7)      Intervista su L’Espresso, 20 ottobre 1963.

8)      Il passo di J. Braine è citato in H. Carpenter, The Angry Young Men: Literary Comedy of the 1950s, London, Penguin Books, 2002, p. 154.

9)      K. Allsop, The Angry Decade, London, Peter Owen Limited, 1958, p. 27 sgg.

10)    H. Blamires,  A Guide to Twentieth Century Literature,  London,  Methuen and Co. Ltd., 1983, p. 33.

11)    J. Braine, Life at the Top,  Boston,  Houghton Mifflin Co., 1962, p. 188.

12)    C. G. Fava, Alberto Sordi, Roma, Gremese, 2003,  p. 84.

13)    P. M. De Santi-R. Vittori, I film di Ettore Scola, Roma, Grenese, 1987,  p. 108.

14)    S. Sullam, “Le traduzioni di letteratura inglese in Italia dal 1943 ai primi anni sessanta …”, in  Enthymema, VII, 2012, pp. 146-147.

 

 

 

 

 

 

 

 

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