L’Europa e il “Progetto inglese per l’Italia” agli albori dell’Unità

Qualcuno ( e lascio alla fantasia dei lettori il compito d’individuare il soggetto omesso sotto la veste di un qualunquistico “qualcuno”) si lamenta del fatto che l’Italia sembrerebbe in qualche modo prigioniera dell’Europa. A voler essere puntuali, storicamente parlando, mi sentirei d’asserire che  l’Italia e i suoi destini sono sempre stati nelle mani dell’Europa, dell’Austria, della Francia, della Russia e dell’Inghilterra, a partire dalla formazione dello Stato Unitario. Senza voler in modo alcuno  sminuire la portata dei  protagonisti  del nostro Risorgimento, dobbiamo riconoscere che il peso dell’Europa nella formazione dell’Italia Unita fu enorme.

L’apertura degli Archivi Vaticani ha permesso di verificare più da vicino il modo con cui si arrivò all’Unità  nel 1861. I protagonisti di questa nostra indagine  sono il Cardinal Antonelli, Plenipotenziario Pontificio,  il Nunzio Apostolico  De Luca, suo corrispondente dalla Corte di Vienna, e Mons. Sacconi, Nunzio Apostolico a Parigi.  Intorno ad essi, e ai loro dispacci,  si muovono le Cancellerie di Austria, Francia, Russia e, infine, d’ Inghilterra, che elaborò un Progetto per l’Italia, che trovò larghi consensi fra le allora potenze europee.

L’impressione che si ricava dai dispacci intercorsi tra il  Cardinal Antonelli e il Nunzio Apostolico De Luca è che la prima fase unitaria ( quella del 1861, senza Roma), si concluse positivamente perché le maggiori potenze europee, specialmente l’Inghilterra e la Francia, dopo non poche tergiversazioni sul da farsi sullo scacchiere italiano, decisero alla fine di appoggiare il Piemonte.

Ma, proprio a ridosso della prima fase dell’unità d’Italia, il problema politico più scottante che si trovarono fra le mani le  diplomazie europee fu quello della salvaguardia dello Stato Pontificio, che, da un lato  si vedeva minacciato dai moti rivoluzionari in Romagna e temeva, a giusta ragione, non soltanto una perdita secca di territori, ma addirittura di veder compromessa per sempre l’ esistenza stessa  dello Stato Pontificio; e dall’altro premeva sulle Cancellerie europee (in particolar modo sull’Austria) con l’intento di trovare alleati tali per difendere, con interventi anche armati in Italia, le prerogative reali del Papa (ex post, possiamo asserire che le preoccupazioni  della diplomazia vaticana non erano di certo campate in aria).

Di fronte a questa imminente (e minacciosa) prospettiva,  la diplomazia pontificia era, tuttavia, estremamente dubbiosa circa il fatto che la cristianissima Austria, nonostante le molte profferte di aiuto, intendesse impegnarsi seriamente in una guerra in Italia a favore del Papa: e anche in ciò non aveva tutti i torti, perché l’Austria di Francesco Giuseppe non voleva assolutamente complicazioni internazionali, perché, a quanto pare, non era militarmente preparata per una guerra.

Secondo C. Meneguzzi Rostagni, l’Austria non voleva aprire un fronte di guerra nel Bel Paese, perché

“l’Italia avrebbe coinvolto l’Austria in rischi europei che non era il caso di correre; […]  I limiti dell’organizzazione militare rendevano molto vulnerabile l’Austria in caso di guerra”  (1).

La possibile neutralità dell’Austria inquietava moltissimo la Curia, perché, come si diceva, negli ambienti vaticani si temeva che l’ondata rivoluzionaria portasse alla dissoluzione dello Stato Pontificio. Il Nunzio Apostolico De Luca,  nel dispaccio n. 764, vergato a Vienna il 27 agosto 1859, si mostrava fiducioso circa l’appoggio austriaco, e perciò  scriveva al Cardinal Antonelli :

“Il signor conte di Rechberg mi assicurò ieri che nelle conferenze di Zurigo non si tratterà di riforme per l’amministrazione interna degli stati italiani e specificamente de’ domini pontifici. L’Imperiale governo non consentirà mai a qualsivoglia progetto, che possa menomamente offendere la piena ed assoluta indipendenza del Santo Padre” [Corsivi miei]  (2).

Il Cardinal Antonelli, dal canto suo,  era molto meno ottimista del suo Nunzio Apostolico a Vienna, perché, com’egli ebbe a rispondere, a suo modo d’intendere,  “l’Austria resterà mera spettatrice de’ sollevati flutti”. Erano infatti giunte, puntualizzava il  Cardinal Antonelli “notizie tristissime dall’Italia settentrionale e dalla Toscana. La tempesta rivoluzionaria già scatenata, par non voglia ormai più ubbidire a’ voleri che si avevano immaginato di guidarla fino a certi termini da non valicarsi. L’Austria resterà mera spettatrice de’ sollevati flutti” [ Corsivo mio](3).

Il Cardinal Antonelli  aveva davvero vista molto acuta, perché l’Austria, in quel frangente, stava facendo di tutto e di più per allontanare da sé qualsiasi possibilità di intervento militare. Nonostante la situazione fosse piuttosto critica nell’Italia centrale, percorsa da preoccupanti insurrezioni nei territori dello Stato Pontificio, l’Austria, che avrebbe pertanto voluto evitare “grane” internazionali che l’avrebbero  messa in grave difficoltà, astutamente buttò lì l’ipotesi  di una Confederazione di stati italiani:

“Ho saputo dappoi, scriveva il Nunzio Apostolico De Luca,  che Sua Altezza Reale [cioè: Francesco Giuseppe] abbia palesata l’intenzione di seguire l’esempio della Santità di Nostro Signore relativamente all’amnistia, alle riforme amministrative, ed alla Confederazione […] Fece poi l’Augusto Sovrano menzione della ulteriore adunanza di plenipotenziari de’ soli stati d’Italia per deliberare sul modo e su le norme della futura confederazione da stabilirsi” [Corsivi miei] (4).

L’Austria, pertanto, con i suoi comportamenti, dava pienamente ragione ai dubbi amletici del Cardinal Antonelli, poiché era essa ben lungi dal progettare una qualsiasi azione bellica in Italia, puntando tutte le sue carte sulla formazione di una “futura confederazione da stabilirsi”, in cui gli stessi stati italiani avrebbero dovuto sbrogliare da soli la matassa, e  trovare le soluzioni più idonee per una pacifica coesistenza.

Mentre tali cose accadevano sul Continente, L’Inghilterra, dal suo “splendido isolamento” isolano,  dotata  d’un sempiterno occhio camaleontico (l’uno rivolto ai propri interessi nazionali, e l’altro a fare business in Europa), si allineava pienamente alle posizioni pacifiste dell’Austria. L’Inghilterra, per salvaguardare i propri interessi economici basati sui traffici marittimi, non voleva assolutamente essere coinvolta in una situazione di guerra in Italia. In tal senso frenava a tutto spiano sullo scacchiere italiano, puntando addirittura a un disarmo del Piemonte, che sembrava lo Stato più pericolosamente attivo in Italia.

Così, il Nunzio Apostolico De Luca scriveva al cardinal Antonelli:

“All’E [ccellenza].V[ostra].Rev[erendissi].ma sarà senza dubbio pervenuta la notizia del nuovo progetto del governo inglese, secondo il quale si dovrebbe nominare una commissione speciale ch’esaminasse e definisse la questione del disarmo, e indi si radunerebbe il congresso de’ cinque maggiori potentati con voto deliberativo. Tutti gli stati italiani sarebbero invitati a spedirvi speciali rappresentanti in quella medesima guisa come si praticò nel congresso di Leibach” [Corsivi miei] (5) .

Secondo il Nunzio De Luca, l’Inghilterra avrebbe addirittura presentato un Progetto  per l’Italia in tre punti:

“1) Avvisare in modo di [=Fare in modo di] togliere qualunque causa di guerra tra l’Austria ed il Piemonte.

2) Sgombro dell’occupazione straniera dagli Stati della Chiesa; ed esame delle riforme da introdursi negli stati italiani.

3) Modificazione dei trattati speciali stipulati dall’Austria coi governi italiani”  (6).

L’Inghilterra ad ogni modo palesava un atteggiamento molto altalenante, perché, se è pur vero che un lato desiderava ardentemente che l’Italia non fosse scossa da sommovimenti rivoluzionari; dall’altro si mostrava anche sensibile alle insistenze dei patrioti italiani che ne auspicavano l’appoggio internazionale. E d’altra parte è ampiamente noto che molti patrioti italiani trovarono sicuro rifugio in Inghilterra, da Foscolo a Mazzini, tanto per fare l’esempio di due casi illustri. Tuttavia,  l’ambivalente comportamento dell’Inghilterra era ben presente alla diplomazia pontificia; e infatti esso trova adeguato riscontro nei dispacci tra il Cardinal Antonelli e il Nunzio Apostolico De Luca.

Così, nella sua corrispondenza con il Cardinal Antonelli, il Nunzio De Luca, da Vienna, faceva sapere al suo interlocutore che l’Inghilterra sarebbe stata  propensa ad eliminare “qualunque causa di guerra” tra l’Austria e il Piemonte sabaudo, suggerendo un completo disarmo dello stesso Piemonte. Però il Nunzio De Luca, in un successivo dispaccio, non poteva  non informare il cardinal Antonelli che a Londra, un patriota di spicco, il D’Azeglio, ambasciatore del Piemonte in diretto contatto con Cavour,  faceva pressioni sul governo inglese per avere, da parte dell’Inghilterra, almeno una benevola astensione nel caso di un’azione bellica promossa dal Piemonte.

“ Questa Corte imperiale” [di Vienna] era tutta protesa a far pressioni su Londra per spedire al Piemonte un’ intimazione perentoria” [Corsivi miei].

“ Sul silenzio tenuto su questo proposito nella recente discussione de’ 18 da Lord Malmesbury e Derby, continuava De Luca,  se ne argomenta la tacita approvazione. Resta però a vedersi qual variazione abbia prodotto nelle mire di que’ ministri la missione del cavalier D’Azeglio e la supposta adesione del Piemonte al disarmo notificata col telegrafo” [Corsivi miei]  (7).

Andiamo adesso in  Russia, dove la posizione  di taluni ministri era più o meno simile a quella dell’Inghilterra “seconda  maniera”, cioè quella propensa a una “benevola astensione”: però tale soluzione non era per nulla condivisa dallo Zar Alessandro II. Infatti, il Nunzio Apostolico  De Luca scriveva al Cardinal Antonelli:

“Il conte Rechberg opina che la Russia vi sarà favorevole; dubita, come io annunziai nel precedente mio foglio numero 814, della Russia. Il principe-reggente tentò nella conferenza di Breslavia  di tirare l’Imperatore Alessandro II al partito preso dall’Inghilterra, di lasciar libera facoltà alle popolazioni dell’Italia centrale di adottare governo e principi che più loro andassero a grado ma l’Imperatore Alessandro ributtò il suggerimento”  (8). Ossia: la posizione di Alessandro II era simile a quella del suo ministro degli esteri Gorčacov, “succeduto al Nesselrod nel 1856, [il quale] era fortemente ostile all’Austria, che definiva un regime non uno stato”  [Corsivi miei] (9).

Altrettanto oscillante era l’atteggiamento  della Francia. Gran parte dell’opinione pubblica francese era contraria a un intervento in Italia, e lo stesso Napoleone III, in un primo tempo, sembrava assolutamente ostile a un intervento del Piemonte di Vittorio Emanuele II, e ciò soprattutto in odio all’Inghilterra, che sembrava invece appoggiarlo secondo alcune voci di corridoio.

Il Nunzio De Luca, da Vienna, informava il Cardinal Antonelli che  Parigi

“ebbe [informazioni]  sulle segrete intenzioni dell’Inghilterra, la quale vorrebbe coadiuvare le ambiziose mire di quel sovrano. Tutti gli sforzi adunque ed i maneggi di Napoleone tendono presentemente a render frustranee [=inutili] le speranze piemontesi”  (10).

L’accorto  Nunzio Apostolico, riguardo le intenzioni di Napoleone III, usò sapientemente l’avverbio presentemente ( cioè: per il momento). In effetti, come ben sappiamo, in seguito, dietro la promessa della cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, Napoleone III avrebbe appoggiato il Piemonte. Le oscillazioni  dell’imperatore francese furono però  intuite ed adeguatamente registrate dallo stesso Cardinal Antonelli, il quale, ai primi di maggio del 1859,  ne fece partecipe  il Nunzio Apostolico a Parigi, Mons. Sacconi, asserendo di non essere per nulla tranquillo circa le guarentigie, ovvero rassicuranti garanzie date da Napoleone III, affidandosi unicamente alla “speranza”, che, come disse il Poeta, è “l’ultima Dea ad abbandonare i sepolcri”. Speriamo, esclamò desolato il Cardinal Antonelli:

“Quanto si è assicurato in varii modi dall’imperatore e dal suo ministero rispetto al Santo Padre e al suo temporale dominio, speriamo che sia per essere una guarentigia (garanzia) valevole a renderci tranquilli” [ Corsivi miei] (11). In effetti, il Cardinal Antonelli, visto come andarono le cose in seguito, aveva ottime ragioni per non sentirsi per niente tranquillo.

Come si può evincere da questi documenti, l’unità d’Italia fu, sin dall’inizio, una questione eminentemente europea;  se gli eventi poi maturarono favorevolmente nei confronti di un possibile intervento militare del Piemonte fu soltanto in virtù delle acrobazie diplomatiche di alcune fra le più influenti nazioni europee, in particolare dell’Inghilterra e della Francia. Protagonisti ieri, protagonisti oggi. E noi? Noi in mezzo, a sgomitare. Ma l’esperienza insegna che in area di rigore ci vuole, assolutamente, un centravanti molto robusto, e soprattutto di sfondamento, come si diceva una volta: l’unico che, sgomitando, sa farsi largo in mezzo ad avversari che non scherzano.

 

Note

1)      Il carteggio Antonelli-De Luca, 1859-1861, a cura di C. Meneguzzi Rostagni, Roma,  Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1983, Vol. II, Fonti,  p. XV, XXIV.

2)      De Luca ad Antonelli, p. 110.

3)      Antonelli a De Luca, p. 89.

4)      De Luca ad Antonelli,  pp. 104, 145.

5)      De Luca ad Antonelli,  p. 35.

6)      De Luca ad Antonelli,  p. 23.

7)      De Luca ad Antonelli,  p. 34.

8)      De Luca ad Antonelli,  p. 132.

9)      C. Meneguzzi Rostagni, Introduzione, p. XXVII.

10)    De Luca ad Antonelli,  p. 106.

11)    Cfr. Il carteggio Antonelli-Sacconi: 1858-1860, a cura di M. Gabriele, Roma,  Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1962. Antonelli a Sacconi, p. 112.

 

 

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