Inventari e Polittici d’età romana e medievale

In questo breve articolo andremo a discorrere di Polittici (con due t); se, per converso, il predetto articolo fosse dedicato ai politici (con una sola t), probabilmente lo spazio fornitomi da codesto sito non sarebbe sufficiente alla bisogna.

Cos’erano dunque i Polittici?

Gli archivi italiani non ci hanno conservato alcun Inventario risalente all’Alto Medioevo che si possa equiparare per importanza ai Polittici ( o inventari) francesi. Tuttavia, l’uso di raccogliere nei Polittici tutte le informazioni riguardanti l’estensione delle grandi proprietà terriere, alle rendite da esse ricavate, al numero dei lavoratori,  e alle loro condizioni di vita era ampiamente in voga anche in Italia.

I Polittici  trassero la loro origine dagli inventari d’età romana.

Un esempio chiarificatore può essere costituito dalla legge emanata nel 369 dagli imperatori Valentiniano e Valente, concernente la “descrizione e inventario dei beni”. Molto simili erano anche le cosiddette Leges Saltus, scoperte in alcune iscrizioni africane, che si avvicinavano molto ai procedimenti degli inventari, poiché stabilivano per iscritto le condizioni contrattuali alle quali dovevano uniformarsi i coloni che lavoravano nelle terre signorili.

I Polittici dei monasteri franchi altro non sono se non una diretta filiazione degli inventari che erano in uso in epoca romana, voluti dagli imperatori per motivi eminentemente fiscali; e dunque per avere un quadro molto dettagliato dei beni soggetti a tassazione. Gli inventari d’epoca romana erano soliti annotare scrupolosamente l’estensione delle terre, il numero degli schiavi occupati nei campi, il numero degli schiavi domestici che lavoravano nella casa del padrone, e infine il numero dei coloni, degli animali, nonché  la quantità d’oro tesaurizzata dai proprietari terrieri.

I Polittici medievali d’origine romana  annotavano in primis l’estensione della cosiddetta terra dominica (direttamente sottoposta al dominus [padrone]), e il numero degli schiavi. Inoltre, essi facevano una netta distinzione tra le terre amministrate direttamente dal padrone e terre affidate in usufrutto ai coloni. Già dall’età di Teodorico e di San Gregorio Magno si ha memoria dell’uso dei Polittici, di cui, tra l’altro,  la Chiesa fece gran uso per dimostrare, documenti alla mano, il diritto di proprietà su alcune terre, assicurandosi  in tal modo la riscossione delle rendite.

Sotto il pontificato di Papa Gelasio fu fatto anche un (improbabile) tentativo di  emanare un  Polipticon Universale, che avrebbe dovuto elencare con precisione tutti i possedimenti della Chiesa stessa. Al di là di questo effimero tentativo, la Chiesa di Ravenna, tuttavia, operando su scala minore, fece larghissimo uso dei Polittici. In essi si menzionavano in lunghi e dettagliati elenchi le case coloniche tributarie della Chiesa ravennate, e i censi in denaro o in natura che i coloni dovevano pagare.

Fra tutti, particolarmente importanti erano gli xenia (tributi costituiti  di una determinata quantità di lardo, miele, uova e polli), e le giornate di lavoro che ogni colono doveva prestare gratis et amore Dei nelle terre facenti capo direttamente alla Chiesa ravennate. Il primo Polittico completo, e perciò  assai  importante, è quello proveniente dal Monastero di San Lorenzo di Oulx, risalente al VII secolo.

Tale inventario fu redatto secondo i canoni sopra detti: vi erano annotate le terre indominicate (sottoposte al diretto controllo del monastero), e il numero dei Vici (villaggi) abitati dai coloni, che lavoravano sulle terre tributarie del monastero stesso. L’inventario identificava l’estensione delle terre indominicate (terre arative e da pascolo), e il numero dei servi che vi lavoravano. L’inventario menziona anche la presenza di coloni, ma non ne riporta il numero, limitandosi a elencare essenzialmente i doveri che i coloni stessi avevano nei confronti del monastero, i censi che essi dovevano pagare (in denaro o in natura); gli xenia, e, infine, le  prestazioni di manodopera, vale a dire i giorni di lavoro che i servi dovevano prestare nelle terre indominicate.

Nota

Fonte primaria e secondaria di quest’articolo è un’opera assai famosa di Gino Luzzatto, Dai servi della gleba agli albori del capitalismo: saggi di storia economica, Bari, Laterza, 1966, pp. 7-63 e passim.

 

 

 

 

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