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Orazio e il “perfidus caupo”

gennaio 26, 2015

Filologia Latina

caupona osteria

 

 

 

 

 

Orazio e le “malizie” del “Perfidus Caupo”

A volte, come si suol dire, il tempo è galantuomo, e, sempre come si dice, con il tempo la verità prima o poi “dovrebbe” venire a galla. Questa premessa “sentenziosa” mi serve più che altro per rendere i dovuti riconoscimenti all’avvocato Carlo Fea, che, nel lontano 1785, lavorando sui manoscritti chigiani, sarebbe giunto alla conclusione che il famoso passo di Orazio che accennava ad un “perfidus caupo”, un oste pieno di perfidie, era una lezione assolutamente sbagliata e da emendare con una nuova lezione che egli aveva ricavato da un codice chigiano. L’avvocato Fea pubblicò i risultati della sua ricerca, ma, a onor del vero,  furono sì recepiti con una qualche curiosità, ma anche con altrettanta freddezza da alcuni eruditi suoi contemporanei, che, pur riconoscendo che il passo era da emendare, preferirono altre lezioni che ebbero maggiore fortuna. In generale, comunque, possiamo affermare che quasi tutti gli editori di Orazio hanno mantenuto indefessamente fede alla tradizione, accettando, quasi in “toto” la lezione “perfidus caupo”, che anche oggi sopravvive tranquillamente in pressoché tutte le edizioni delle Satire di Orazio, anche perché è un’immagine stilisticamente molto indovinata ed efficace:

“Ille gravem duro terrarn qui vertit aratro/ Perfidus hic caupo , miles nautaeque per omne/ Audaces mare qui currunt hac mente laborem/ Sese ferre senes ut in otia tuta recedant etc.” (Sat. 1.1.29)

Vediamo ora come l’avvocato Fea, che per anni s’era sbracciato a dire che “quel ‘caupo’ indegno” doveva essere corretto, giunse alle sue conclusioni. “Caupo” fu emendato da Fea con “campo”; l’errore, secondo lui, derivava dal fatto che molto spesso, nei manoscritti, la “m” era trasformata in una “n”, e, spesso, interpretata, come una “u”. L’idea era venuta a Carlo Fea fin da quando aveva commentato il testo di alcune lapidi in varie località intorno a Roma nella Villa di Plinio:

“ACILI GLABRION INPERATV ARAM FECIT DOMINAE . E’ notabile l’ortografia del N avanti al P che sitrova nelle lapidi e nei mss de buon tempi come è stato osservato, e che a me ha servito di aiuto a supporre scritto ‘canpo’ invece di ‘caupo’ nel disperato verso di Orazio ‘Perfidus caupo miles’, onde ho emendato ‘Praefidus campo miles’” (1).

In seguito, l’avvocato Fea aggiunse:

“L’acutissimo e non sempre giusto Bentlejo non ha veduto neo in questi versi. Varj de’ moderni critici hanno procurato di bandire quel ‘caupo’ indegno ma sostituendovi voci anche più indegne. Un altro ms. Chigiano ha invece ‘campo’. Leggendo con esso, ‘perfidus’ o ‘praefidus’, per l’abbreviatura del ‘p’ ‘hic campo miles; nautaeque’, si può desiderare una lezione più chiara e più indubitata? ‘Campus’ è il campo di battaglia che qui da Orazio è nominato per il luogo del maggior rischio, o preso la milizia, o tutta la vita militare in esercizio, a cui suppone assiduo e fedelissimo il soldato per il giuramento. In tal guisa, il soldato ha pure il suo epiteto di ‘fedelissimo’, e il luogo, in cui mette a rischio la vita per fare qualche guadagno per la vecchiaja, come hanno amendue queste cose l’agricoltore e il marinajo. La vita, ossia il mestiere di queste persone dagli antichi soleva portarsi come in proverbio per esprimere i tre generi di vita i più faticosi e come rilevo da Luciano altrimenti dirò ch’egli ha avuto in mente questi versi d’Orazio quando introdusse un giovine a ringraziare Iddio che non lo avesse destinato ad alcuno di essi […] E’ facile il capire che la voce ‘caupo’ è forse nata dall’ortografia usata anche ne’ buoni tempi antichi da molti, di mettere cioè la N avanti al P invece della M, e quindi CANPO invece di CAMPO o ‘campo’ in lettere minuscole con differenza piccolissima dalla V e ‘u’, come provai con molti esempi” (2).

Nonostante tutti gli sforzi eruditi dell’avvocato Fea, la lezione che andò per la maggiore fu quella che volle, al posto del “perfidus” oste, o “caupo”, un altrettanto “perfidus cautor”, ovvero un perfido “legista”. Altri aggiunsero altre congetture, che, tutto sommato, furono inventariate in nota, ma non ebbero particolare presa sugli studiosi di Orazio.

Uno tra i più entusiasti fra i fautori di “cautor” (legista) fu lo studioso italiano C. Massucco, il quale sentenziò:

“ ‘Perfidus hic caupo’. Tutti gli interpreti hanno fin preso “caupo” unicamente per tavernajo; Sanadon fa lo stesso, avvertendo soltanto che talvolta se ne dà il significato anche ai mercatanti , venditori all’ingrosso, secondo quelle espressioni ‘caupones patagiarii’, ‘caupones intigiarii’ etc, i primi de quali erano venditori di mode, ossia di ornamenti donneschi, e i di camicie. Anch’io era in questa opinione, sebbene non vedessi il motivo per cui Orazio, ritenuto l’agricoltore, il soldato, il navigante, cambiato mi avesse in taverniere il giureconsulto […] L’eruditissimo signor cavaliere Lamberti nella scorsa estate si è degnato d’ instruirmi su questo punto assai bene mercè la somma sua cognizione e la indefessa sua pratica della lingua Greca. Mi ha egli fatto vedere come il nome ‘caupo’ era tirato dal Greco, ed appropriavasi in Greco e talora anche in Latino non ai soli tavernieri, non ai soli venditori di mode ec., ma eziaudio ai legisti” (3). A dire il vero, vari commentatori, come l’Orelli, per esempio, si meravigliarono molto del fatto che “sic simpliceter cauponen pro iureconsulto dicere possis” [ da un momento all’altro un oste possa essere trasformato in un legista] (4) .

Comunque sia, il perfido e furfante “caupo”, s’era quasi per magia trasformato nel più elegante “legista”, che, però, sempre “perfidus” rimaneva. L’avvocato Fea, arrabbiatissimo, rifiutò sia l’ “oste” che il “legista”, che non mettono minimamente a rischio la loro vita, come il mercante o il soldato. “Non il giureconsulto e non l’oste”, obiettò dunque Fea, dopo aver di nuovo ribadito con estrema fermezza la correttezza della sua interpretazione: “ ‘Campo” dunque è la vera lezione”, tuonava severo Fea (5).
In effetti Fea non avrebbe poi tutti i torti, perché i due “perfidi”, l’ oste e il legista, in un contesto che sembrerebbe rimandare a gente laboriosa e che si spacca la schiena tutti giorni, sembrerebbero stonare fortissimamente. Orazio, in buona sostanza, secondo Fea, s’era sbizzarrito in una “panoramica” a 360 gradi su quelli che, con il loro coraggio, si guadagnavano il pane con i mestieri più vari, ma di quelli che però richiedevano una certa “tempra”, e un’indubbia buona dose di fatica.

“Sic stantibus rebus”, oltre al “caupo”, Fea mise fuori uso anche l’ ormai inservibile “perfidus”, sostituito con il più nobile “praefidus” (fedelissimo), che andava riferito a “miles”. Dunque Fea aveva emendato in questo modo:

“Ille gravem duro terrarn qui vertit aratro/ Praefidus hic campo miles nautaeque per omne/ Audaces mare qui currunt hac mente laborem/ Sese ferre senes ut in otia tuta recedant etc.”

Tradotto, più o meno, il testo emedato da Fea suonerebbe così: “Ecco qua l’agricoltore, che volge e rivolge la terra con il pesante aratro. Ecco il veterano, sempre fedelissimo sul campo di battaglia, ed ecco ancora gli audaci marinai che sfidano impavidi il mare. E tutti quanti, dopo tante fatiche, puntano ad andare in pensione, per godersi una sicura vecchiaia”.

Il risultato non era poi tanto malvagio, solo che, contro cotanto ingegno, stavano in agguato le “ragioni metriche” e qualcosina d’altro, come vedremo. Infatti E. Forcellini aveva sottolineato: “PRAEFĪDUS –a-um- Adiect. a ‘prae’ et ‘ fidus’, ‘valde fidus’, ‘fidelissimus’. Nisi vetaret quantitas paenultimae quae longa prefecto esse debet admittenda esset probabilis coniectura Caroli Fea qui ita edidit et multis firmare rationibus studuit illum locum”. [Praefidus, costituito da “prae” e “fidus”, “molto fedele”, “fedelissimo”. Se non fosse per la quantità della penultima, che deve essere lunga, la congettura di Carlo Fea, che ha studiato ed emendato il passo portando ottime ragioni, potrebbe essere probabile”] (6).

Le ragioni metriche s’opponevano pertanto all’ “emendatio” di Fea. Ma non solo quelle. Convinto sostenitore di “caupo” fu infatti anche il Rev. A.J. Maclaine, che se la sbrigò “velociter”: “ There is no reason therefore to suspect the reading ‘perfidus hic caupo’ which has caused the critics a vast deal of trouble ever since Markland first suggested that it was wrong Before that the commentators were all satisfied to take Horace as they found him Orelli has given nine different conjectural readings not one of which seems to me to have any merit Fea has found in a few MSS the word campo for caupo but that is not surprising There are no other variations in the MSS or Scholiasts and this gives no sense at all. ‘Nauta’ and mercator here are the same person the trader navigating his own ship” (7).

Per farla breve, secondo il Rev. A.J. Maclaine, “Non ci sarebbe pertanto alcun motivo di sospettare inesatta la lezione ‘perfidus hic caupo’, che ha procurato alla critica soltanto una montagna di guai, a partire da Markland, che per primo ipotizzò che la lezione fosse sbagliata. Prima di lui, tutti i commentatori erano pienamente soddisfatti di prendere il verso orazione cosiccome lo avevano trovato. Orelli diede ben nove diverse letture congetturali, di cui nessuna mi sembra avere alcun merito. Fea ha trovato in una manciata di manoscritti la parola ‘campo’ per ‘caupo’, ma la cosa non costituisce una sorpresa per gli studiosi. Non ci sono altre varianti nella tradizione manoscritta o negli scoliasti, e tutto questo è completamente privo di senso. ‘Nauta e “mercator” sono la stessa persona, cioè a dire il commerciante che naviga la sua nave”.

Riguardo a “caupo” e alle sue “varianti”, il Rev. A.J. Maclaine affermò che la cosa non sorprendeva più di tanto gli esperti, per cui Fea, in fondo, non aveva scoperto granché. D’accordo, Fea forse non aveva scoperto nulla di così eclatante, ma “in quel contesto”, l’ “emendatio” di Fea era tutt’altro che peregrina e priva di effetti, come dire, “pratici”. Quanto poi alla notazione secondo cui “tutti” i commentatori erano stati felici e contenti “al quia” di dantesca memoria, forse il Rev. A.J. Maclaine avrebbe dovuto ricordare che Dante, con quel termine, si riferiva al “supernaturale” e non alle cose mondane, sempre soggette a mutamenti. Probabilmente il Rev. A.J. Maclaine non aveva tutti i torti, ma snobbare a pié pari, con argomenti superficiali, interventi come quelli di Fea, di Th. Obbarius e Johann Apitz (Ioannes Apitzius ) , suona indubbiamente spregiativo del lavoro di tanti validi studiosi, che avevano proposto varie ed interessanti soluzioni, anche se esse, agli occhi del Rev. A.J. Maclaine, erano apparse prive di “alcun merito”. Ma su di esse, e in particolare sulle congetture di Johann Apitz, torneremo tra breve.

Il “Caupo” diventa “Mercator”

Nel frattempo ci occuperemo di quanti difesero la classica lezione “caupo” con argomenti storico-linguistici tutto sommato abbastanza incerti. Ci fu infatti chi fece notare che il termine “caupo” possiede molte sfumature, per cui esso talvolta sarebbe andato ad indicare il piccolo commerciante al dettaglio, che si spostava qua e là con la sua merce. “Ergo”, in quanto tale, soggetto a fatiche e pericoli, egli s’inseriva perfettamente nell’elenco di Orazio, fatto di gente esposta ai pericoli e a forti disagi: il “nauta” (grosso commerciante)-“mercator”, il “miles”, il contadino, e poi, stranamente, ancora un “caupo-mercante”. Per giungere a tanto, il “caupo” sarebbe stato assimilato e paragonato al “kápelos” dei greci, piccolo commerciante “vagante”. Però questa interpretazione di “caupo”, che, da semplice “oste” , si trasforma in un “kápelos” convince poco o niente, anche perché ci sono prove “e contrario” molto accreditate. Già alla metà del XIX secolo, in un suo commento alle satire di Orazio, Luigi Lamberti scriveva:

“Ora paragonando insieme i prenarrati tre passi, una cosa può sembrare assai difficile da comprendere, cioè per qual motivo, essendosi nei primi due mentovata ciascuna delle classi, nell’ ultimo poi non se ne mettano in mezzo che tre, e in luogo del giureconsulto si ponga l’ostiero. Nessuno tra i commentatori di Orazio ha sparso luce abbastanza su questo dubbio, e da essi si osserva che la voce ‘caupo’ è usata quivi in senso figurato.

Il Wieland medesimo, interprete, più che altri, dottissimo del Venosino, segui l’opinione dell ab. Batteux, e cosi lasciò scritto nelle sue note: ‘ Io qui col Batteux ho tradotto il vocabolo ‘caupo’ con quel di ‘mercatante’, benché esso per l’ordinario significhi l’ ‘ostiero’. Ma che quella voce abbia ancora l’altro significato si riconosce dalla sua derivata ‘cauponari’, la quale in un passo citato da Tullio, e tratto da una tragedia di Ennio, è adoperata evidentemente nel senso di trafficare, esercitar mercatura’”. Wieland in effetti si era rifatto agli studi di Charles Batteux, variamente ripresi da vari studiosi” (8)

“Caupo, Batteux, l think is right in translating this word as equivalent to retail trader, dealer in small wares, though it is usually here made to signify a vintner, and even a lawyer. That it has the first signification, is evident from its derivative ‘cauponari ‘, which in a passage quoted by Cicero (De Offic ,lib I, cap 12) from a tragedy of Ennius, incontrovertibly means to trade, to carry on traffic” [ Penso che Batteux sia nel giusto traducendo questa parola come equivalente a commerciante al dettaglio, piccolo rivenditore di merci, anche se generalmente il termine indicava un commerciante di vino e un avvocato. Che questo fosse il suo primitivo significato, è evidente dal suo derivato, ‘cauponari’, che, in un passo citato da Cicerone (De off, lib I, cap 12) da una tragedia di Ennius, significa senza alcun dubbio commerciare, occuparsi di commercio” (9).

“Questa interpretazione non ci par giusta, proseguiva L. Lamberti. Se la voce ‘caupo’ corrispondesse nell’allegato luogo a ‘mercatante’, la menzione di quella classe sarebbe inutilmente ripetuta; poiché il vocabolo ‘nautae’ sicuramente a quel medesimo si riferisce, ed esprime il ‘mercator’, che s’incontra nel cominciar della satira e che colà è pure accompagnalo dalla idea di navigazione. Che poi il ‘mercator’, secondo i Latini e nel costante linguaggio di Orazio fosse propriamente chi trasportava le merci da un luogo ad altro, si raccoglie da vari altri passi di Orazio stesso e massimamente da quello della satira quarta del libro primo”.

Infatti, U. E. Paoli rilevava autorevolmente:

“ ‘Institor’ è nel commercio dei Romani la figura più affine al ‘kàpelos’ greco, giacché ‘caupo’, che non ha con ‘kápelos’ neanche l’identità di etimo, ha senso ristretto e nel significato comune e giuridico indica solo l’esercente di un’osteria […] La figura del kápelos’ [fu] confusa a torto con quella del ‘caupo’” (10). U. E. Paoli aveva perfettamente ragione, anche (e soprattutto) perché l’identificazione “caupo”-“ kápelos” cozza contro la cronologia. Infatti, D. Vottero osserva:

“‘kápelos’ era originariamente la definizione in uso per un piccolo rivenditore al dettaglio, soprattutto di generi alimentari (HESYCHION, Lexicon K 707 [ II 408 SCHMIDT]): a partire dal periodo tardo-antico il termine finì con l’essere usato in primo luogo per designare l’oste ( D. CHANTRAINE, ‘Dictionnaire étymologyque de la langue greque’, Paris, 1964, I, 494)” (11). Di rincalzo, anche T. Kleberg affermò le stesse cose: “Si nous passons maintenant à l’examen des significations des dérivées de ‘caupo’, nous verrons de nouveau confirmé le fait que ce dernier vocable signifie pratiquement toujours l’ ‘hôtelier’ ou ‘cabaretier’ et que le sens de ‘detaillant’ est par contre très tardif » [ Se ci volgiamo ora a considerazione i vari significati di ‘caupo’ , vedremo di nuovo confermato il fatto che questa ultima parola significa quasi sempre ‘oste’ o ‘Cabaretier’ e che il significato di ‘rivenditore’ è molto in tardo ] (12).

Ora, datosi che Orazio NON visse nel tardo-antico, se egli, putacaso, avesse mai scritto “caupo”, l’avrebbe comunque inteso come un semplice “oste”, e non con altri presunti significati, per cui la tesi del “caupo”-“mercator”-“ “kápelos” non regge.

Il “Caupo” e le decine di “sostituti”

Torniamo ora alle numerose congetture prese in considerazione dai più dotti editori di Orazio. L’Orelli, dal canto suo, indicava con acribia tutte le possibili varianti: “ ‘Providus hic cautor’ (Shrader), ‘Perfidus hic cautor’ (Porson), ‘Causidicus vafer hic’ (Markland), ‘Perditus hic causis’ (Muller), ‘Praefidus hic campo’ (Fea), ‘Fervidus in campo’ (Bothe), ‘Pernoctans campo’ (Shmidt), ‘Pervicus hic campo’ (Obbarius)” (13).

Nell’edizione critica curata da O. Keller e A. Holder, al passo dedicato al “caupo, essi passavano in rassegna tutti i manoscritti tràditi nonché le più svariate congetture:

“[Bruxell. 10063 a. 1. m. Valentian. 390 Vaiicani G Palatinus A1 DF Chisianus B ap[ud]. Feam; caupo Reginens., Zulichem. schol. Tacent alii alia coni[ectura]. : ‘causidicus uafer hic’, ‘callidus (prouidus, perfidus) hic cautor’, ‘responsi hic caupo’, ‘peruigil (praefidus, peruicus, perficus, perfidus) hic campo’ , ‘feruidus in campo miles’. B]” (14).

Come si può notare, all’elenco di Orelli, Keller e A. Holder aggiungevano un’altra congettura, “perficus”, che fu poi ripresa da Friedrich August Eckstein con ulteriori rimandi:

“ Hieron. de Bosch in praef. Carmin. P. XXII. ‘pervigil hic campo miles’. Fea 🙂 ‘praefidus hic campo miles’ i.e. ‘fidissimus’ vel novam vocem fingens ille metro repugnantem ; Bothius et Reisigius : ‘fervidus in campo miles’ ; Guil. Kieserus et Obbarius ‘pervícus in campo miles’ (priscum vocabulum pro pervicaci) hic campo miles’. Apitzius : ‘perficus’ (novum vocabulum) (15).

Il “novum vocabulum” (“perficus”) era congettura di Johann Apitz, latinamente Ioannes Apitzius, che era tutt’altro che uno sprovveduto, il quale conosceva bene l’ “emendatio” congetturata dall’avvocato Fea, verso il quale ebbe, nel contesto del discorso, parole di stima e di approvazione:

“Cur insuper solus miles epitheto suo careat, ceteris ordinibus non inornatis? His aliisque de causis non dubitamus quin nomen ‘caupo’ suppositicium et ‘campo’, quod plures Feae Cdd. servarunt sincerum sit. Aeque autem adiectivum ‘perfidus’ falsum est, siquidem perfidiae nota ab hoc loco ubi de solo disseritur labore, omnino abhorret. Quale epitheton ab Horatio profectum sit, epithetis agricolae et mercatoris commonstratur scilicet tale, quo miles dictus est laboriosus. Quod quum plurimi vv. dd. non attenderent, permultae coniecturae alienissimae expromtae sunt. Omnium maxime laudabilis est Obbarii ‘pervicus’. Nescio vero an poeta scripserit ‘perficus hic campo’ miles ” (16).

Traducendo, l’ottimo Apitzius si domandò: “E perché mai soltanto il ‘miles’ deve restare privo del suo aggettivo? Non ho il minimo dubbio che il “caupo” dei manoscritti studiati da Fea debba essere emendato e sostituito con ‘campo’. Anche ‘perfidus’ è da espungere, in un contesto dove si parla solo di gente che fatica a campare la vita. Anche il ‘miles’ conduce una vita aspra e faticosa, insieme con il mercante e il contadino. Su questo passo sono state date interpretazioni che, a mio parere, sono molto distanti dalla verità. Fra tutte le soluzioni possibili, quella di Obbario, che ha ipotizzato un ‘pervicus’, mi sembra senz’altro la migliore. Tuttavia, ritengo che il poeta avesse scritto ‘perficus hic campo miles’”.

In questo spettacolare gioco di specchi, così come è accaduto per “can[m]po”, inteso come “u” e pertanto trasformato in un magnifico “caupo”, sarebbe esistita, proprio accanto al già problematico “caupo”, un’altra parola “ingannatrice” non solo per l’occhio, ma anche per il senso. Anziché concordare con il “Praefidus” di Fea, Johann Apitz ipotizzò un “perficus”, che, in effetti si sarebbe prestato facilmente all’errore. Che il copista potesse leggere “perfidus” al posto di “perficus” , con la “c” (lectio difficilior), sarebbe, a ben guardare, se non una certezza, almeno una grossa potenziale possibilità, anche perché (soprattutto perché) vicino a “perficus” c’era il famoso ‘canpo’-‘caupo”: il copista, una volta letto “caupo” (oste), avrebbe subito “personalizzato” l’aggettivo, pensando non a “perficus”, bensì alla lezione più facile, perché il “caupo” è, quasi per definizione, un “perfidus” furfante, sempre pronto alla truffa.

“Perficus” tra l’altro è un “arcaismo”, che, per significato, s’imparenta con “pertinax” e “pervicax”, ognuno dei quali, unito a “miles”, forma un binomio inscindibile: l’espressione “pertinax miles” ( la più usata) oppure “pervicax miles” sono un “topos” linguistico che ognuno è in grado di verificare con la massima facilità. Orazio non era certo un poeta arcaizzante, però ciò non significa che in lui non vi fossero forme di tal genere, anzi, è proprio il contrario. Comunque, se si va sul poderoso Forcellini, alla voce “perficus”, troveremo scritto: “ Idem ac pervicax apud Veteres” [Simile a “pervicax” presso gli antichi scrittori]. E, un po’ più sopra, troveremo che “pervicax”, “In bonam partem pro constanti firmo, inflexibile”. Poi “pervicax” era usato in taluni casi al posto di “pertinax”, molto tenace, (“valde tenax”), “fortiter retinens in fine (Horat. I. I. od. 9). “Nam pervicax pro pertinax aperte est in illo Senec. In ‘Herc. Furens’, v. 501”. E, infine, troviamo anche l’espressione: “Vetus miles adversus temerarios impetus pertinax” [Vecchio soldato, sempre fermo e pugnace contro negli scontri più temerari] (E. Forcellini, “ad voces”).

Il testo, emendato, suonerebbe pertanto in questi termini:

“ Ille gravem duro terram qui vertit aratro/ Perficus hic campo miles nautaeque per omne/ Audaces mare qui currunt hac mente laborem/ Sese ferre senes ut in otia tuta recedant” [ Ecco qua l’agricoltore, che volge e rivolge la terra con il pesante aratro. Ecco il veterano, il vecchio soldato sempre fermo e pugnace sul campo di battaglia; ed ecco infine gli audaci marinai, che sfidano sempre il mare. E tutti quanti, dopo tante fatiche, puntano ad andare in pensione, per godersi una sicura vecchiaia”].

In conclusione, con questa soluzione (provvisoria), avremmo infine il “miles” con il suo aggettivo, il che l’inserirebbe perfettamente nel contesto, al pari dei marinai e dei contadini, che si guadagnavano il pane con fatica. E’ evidente, a questo punto, che né il “perfido oste” né l’altrettanto “perfido legista” avrebbero più ragione di essere “ospiti” in questo verso millenario di Orazio, dove avrebbero trovato un porto sicuro senza “rischiare” assolutamente nulla dai marosi della storia, e di ciò vorremmo poter rendere i dovuti omaggi all’avvocato Carlo Fea ed al suo estimatore, Johann Apitz .

Q. HORATII FLACCI SERMONUM LIBER PRIMUS SATIRA I . IN AVAROS

Ma le cose stanno effettivamente in questi termini?

Ho tuttavia la netta impressione che il “perfidus caupo”, uomo pien di malizie, abbia giocato un brutto tiro ai nostri probi studiosi della Satira I di Orazio, che, molto probabilmente, sprecarono le loro energie, semplicemente perché la lezione tràdita, “perfidus caupo”, è, quasi al cento per cento, corretta. Gli antichi scoliasti erano estremamente analitici nei loro commenti, e ben poco sfuggiva al loro occhio “erudito”. In più, essi si si chiedevano la “ratio” di un’opera poetica. Lo scoliasta recensito da Otto Keller, e segnato SCHOL. I’ V lN HOR., scrisse:

“Quae ratio, quae res facit,ut studia diuersa laudent? Respondit ‘auaritia’ (I’ f V) (17). In modo più disteso:

“ [Horatius] Deridet salse stultam ac perversam rationem avarorum qui quamquam de sua sorte conqueruntur, nolunt tamen, si optio detur, suam cum aliena permutare: sed aiunt , se laboree perferre et opes colligere, ut habeant unde in senectute vivant. At nunquam satis habent, corradunt temere, nec amore merentur, atque omnem vitam trahunt miseram, suntque in maximis opibus pauperrimi” (18).

Quindi Orazio se la prende con l’indole stolta e meschina degli avari, che conducono una vita miserabile, e sono poverissimi pur nelle loro grandi ricchezze. E’ pertanto evidente che l’intento di Orazio non era quello di esaltare le “virtù” dei vari “nautae”, “agricolae” e “milites”, bensì quella di fare un’ampia panoramica di tutti quelli che erano “avidi” e avari al tempo stesso, accumulando ricchezze per la vecchiaia, ma, per ciò, conducendo al tempo stesso  una vita miserrima e piena d’inganni nei confronti di tutti. In questa panoramica sugli “avari” quasi “per definizione”, Orazio inserisce “tutti” coloro che “godevano” di questa fama, e cioè a dire, i mercanti, i grandi armatori (nautae) e i piccoli (mercatores), il soldato (miles), il legista (iuris lergumque peritus) e, infine, “dulcis in fundo”, il “caupo”, noto universalmente per la sua perfidia e malizia, nonché, spesso, un lenone [“mercator usuram, caupo lenocinium”] (19), che attirava clienti nella sua osteria.

E’ evidente che, in questa prospettiva, non soltanto il “perfidus caupo” ci sta tutto, ma ci si potrebbe meravigliare del contrario. Anzi, il binomio “nauta-caupo” era sempre sotto stretta sorveglianza nelle leggi romane, e anche dopo. Le leggi erano ricolme di riferimenti al possibile dolo dei “nautae” (spesso anche usurai) e dei “caupones” (lenones), con le conseguenti “actiones in factum furti et damni”, e il pretore osservava sempre con estrema accuratezza la “responsabilità rigorosa eppure congrua del ‘nauta’ e del ‘caupo’” (20), appunto perché questi personaggi erano costantemente sotto osservazione, a causa dei loro reiterati imbrogli ai danni del pubblico.

“ Nauta et caupo et stabularios mercedem accipiunt non pro custodia sed nauta ut trajiciat vectores, caupo ut viatores manere in caupona patiatur … et tamen custodiae nomine tenetur, sicuti fullo et farcinator non pro custodia, sed pro arte mercedem accipiunt, et tamen custodiae nomine ex locato tenentur (l, 3, Dig. Nautes, caupones, ec.) Queste parole ‘custodiae nomine tenetur’ significano che le dette persone per la custodia delle cose ad esse affidate debbono impiegare non solamente la buona fede come nei casi dei depositi ordinari, ma una cura diligente e ch’esse sono in conseguenza tenute per la colpa lieve (cod franc art 1952 cod aust S 97°). Secondo questi principi, allorquando le cose date in deposito dal viaggiatore all albergatore sono state rubate nell’ albergo ancorchè il furto non fosse stato commesso dai domestici dell’ albergo medesimo, ma da altri viaggiatori in esso alloggiati, l’albergatore vi è responsabile perchè quel furto si presume essere accaduto per difetto di cura dell’albergatore qualora questi non giustifichi essere accaduto per qualche accidente di forza maggiore” (21).

Infine, gli antichi commentatori non dimenticarono i “vizi” dei “mercatores” e degli impavidi “nautae” che solcavano i mari che non mancavano di bacchettare a dovere, perché “Alia subiectio: sed dicunt multi, primo quaerendas esse pecunias, et post uirtutem. Hos dicimus contempnendos, quia mercatores sunt et uolunt, uirtutem esse post lucrum [E’ tutta gente da condannare, poiché i mercanti metton la virtù “dopo” il guadagno] (22). I mercanti ( specialmente i “nautae”) sono, sotto l’aspetto morale e delle leggi, individui da tenere sotto controllo, alla stregua dei “caupones”, per ciò che può essere trafugato ai passeggeri sulle loro navi.

E ce n’è anche per gl’industriosi “agricolae”, che, da Virgilio in poi erano altresì ben conosciuti per essere “avari agricolae” (avidi di guadagno). Come ha giustamente sottolineato S. Quinn : “Another programmatic example of this at the denotative level may be found in Georgic I: ‘illa seges demum votis respondet avari / agricolae, bis quae solem, bis frigora sensit’[ …] Where [ …] Virgil offers his readers not just the ethical problem […] , but the fact that the various kind of avaritia are a problem and create insecurity. ‘Avari agricolae’ is both an interpretative and an ethical problem, and that statement is true of both life and Virgil’s text” [Un altro esempio programmatico di questo a livello denotativo, si trova nel verso della Geirgica ‘ illa seges demum votis respondet avari / agricolae, solem quae di bis, bis frigora sensit’ […] Dove […] Virgilio offre ai suoi lettori non solo un problema etico , ma il fatto che i vari tipi di ‘avaritia’ sono un problema che crea incertezza. ‘Avari agricolae’ è ad un tempo un’interpretazione e un problema etico e questa affermazione è vera, nella vita come nel testo di Virgilio ] (23).

E il “miles”?

Quanto al tanto discusso “miles”, sarà stato anche “fervidus in campo”, e anche “pertinax” (o “pervicax”) finché si vuole, ma qualche scoliasta ne aveva messo in luce anche i non pochi lati negativi: “contemptor legum […]  Acer, superbus et contemptor Iura […] neget legibus constringi […] Nihil sit quod non speret per arma quantum ad se spectet […]  inexor, durus, superbus acer fortis […] Peruicax (24). Anche il “miles”, in buona sostanza, si trova nelle stesse condizioni del “nauta” e del “caupo”, cioè a dire è un tipo poco raccomandabile, cosiccome la tradizione stessa lo tramanda: spregiatore delle leggi, che addirittura si ritiene al di sopra di esse, duro, superbo, pervicace.

A mo’ di ulteriore glossa, potremmo altresì aggiungere che il “miles” di Orazio ben difficilmente aveva a che fare con il semplice “gregarius”, ma con uno di quei personaggi dell’esercito romano che si distinsero non soltanto per forza, coraggio e spregio delle fatiche, e che arrivavano alle meritata pensione dopo “fatiche inenarrabili”, ma anche per durezza, prepotenza e violenza. Ora, il “miles” per eccellenza, che rispondeva a tutti i requisiti (negativi) del “miles” era il “dux”, o “praefectus castrorum” “ chosen from ex-senior centurions” [scelto fra i centurioni più anziani].

E il centurione era detto anche “miles”: “centurio denique aut miles”: “Above the centurions was the praefectus castrorum, or prefect of the camp. The praefectus castrorum would be a military man with many years of experience as a primus pilus. His job was to command the legion in the absence of the legate” [Sopra i centurioni c’ era il ‘praefectus castrorum’, o prefetto deegli accampamenti. Il ‘praefectus castrorum’ sarebbe stato un militare con molti anni di esperienza come ‘primus pilus’. Era al comando della Legione in assenza del legato ] (25). In sostanza, il “miles” era il vecchio centurione, poi diventato “dux”, cioè a dire “praefectus castrorum”, una delle figure più leggendarie dell’esercito romano. Il “miles”, era generalmente un vero e proprio “duro”, un “grizzly bear”, rotto a tutte le fatiche e a tutte le battaglie, inesorabile con la truppa come pochi, in virtù dei suoi lunghi anni sotto le armi.

Il più straordinario ritratto del “tipico” “praefectus castrorum” ce l’ha tramandato Tacito:

“Interea manipuli ante acceptam seditionem Nauportum, missi ob itinera et pontes et alios usus, postquam turbatum in castris accepere, vexilla convellunt direptis que proximis vicis ipsoque Nauporto, quod municipii instar erat, retinentes centuriones in risu et contumeliis, postremo verberibus insectantur, prascipue in Aufidienum Rufum praefectum castrorum ira, quem dereptum vehiculo sarcinis gravant aguntque primo in agmine, per ludibrium rogitantes, an tam immensa onera tam longa itinera libenter ferret. Quippe Rufus diu manipularis, dein centurio, mox castris praefectus, antiquam duramque militiam revocabat, vetus operis ac laboris et eo immitior, quia toleraverat” (26).

I soldati, racconta Tacito, stanchi e spossati per dover portare pesi per tanto tempo, se la presero con i centurioni, e in modo particolare con Rufo, prefetto degli accampamenti. Tiratolo giù brutalmente dal suo cocchio, lo caricarono di roba come un asino e, schernendolo, gli chiesero se era poi tanto felice di portarsi tanto peso, e con tanta strada da fare. In effetti Rufo, a suo tempo soldato semplice, poi centurione e in quel momento prefetto degli accampamenti , rotto a tutte le fatiche, aveva ripristinato tra i suoi soldati l’antica e dura disciplina, e in ciò egli s’era mostrato inesorabile, perché, a suo tempo, egli stesso l’aveva patita sulla propria pelle.

Le fatiche dell’avvocato Fea, di Johann Apitz e di tantissimi altri valenti studiosi andarono perdute per una duplice ragione: da un lato perché essi non presero in seria considerazione il fatto che la lezione “perfidus caupo” era presente nella stragrande maggioranza dei testimoni giunti sino a noi; dall’altro perché essi si fermarono al solo dato linguistico, senza peraltro considerare il contesto e la “ratio” pur messa in vista con estrema chiarezza dagli antichi scoliasti, i quali l’avevano pur detto che la Satira I di Orazio era indirizzata “in avaros”, e quindi a mettere alla berlina tutti coloro che erano universalmente ben noti per la loro conclamata “avaritia”, oppure “avidità”, che dir si voglia. In quella sua antica panoramica sugli “avari”, Orazio non avrebbe mai potuto passar sopra al “perfidus caupo”, che, per tradizione, era pressoché il simbolo riconosciuto dell’avidità, connessa con la più proverbiale astuzia e “perfidia”.

Infatti gli scoliasti non ci trovarono proprio nulla di strano nel veder messo alla berlina un “perfidus caupo”, per cui nessuno di essi pensò minimamente di emendare il passo di Orazio, e, anzi, per converso, dal canto loro fecero di tutto per mettere sulla buona strada gli esegeti, e perciò “omnia argumenta colligebantur”.

Note

1) “Relazione di un viaggio ad Ostia e alla Villa di Plinio fatto dall’avvocato Carlo Fea”, Roma, 1802, p. 13.
2) C. Fea, “Lettera terza al M. R. P. M. Il P. Pier Domenico Brini dell’Ordine de’ Predicatori. Assistente della Biblioteca Casanatense”, in “Saggio di nuove illustrazioni filologico-rustiche sulle Egloghe e Georgiche di Virgilio”, in Roma, presso il Cittadino Tommaso Pagliarini. Anno VII Republicano (sic) [1799], pp. 167-169.
3) “Opere di Orazio Flacco, tradotte in lingua italiana da C. Massucco”, Milano, 1830, Tomo IV, p. 127.
4) Quinto Horatius Flaccus” Recensuit Io. Casp. Orellius, Turici-Londini, MDCCCXXXIII, Vol. II, p. 7 nota.
5) “Lettera dell’avvocato Carlo Fea all’Eminentiss. e Revirendiss. Sig, Cardinal Stefano Borgia”, in “Miscellanea Filologica e Antiquaria dell’Avvocato Carlo Fea”, Roma, MDCCLXXXX, p. VIII.
6) E. Forcellini, “Totius Latinitatis lexicon”, [M – P], 1868, Tomus IV, p. 793.
7) “Quinti Horatii Flacci Opera Omnia”, With a Commentary by the Rev. A.J. Maclaine, London, 1853, p. 328, nota 31.
8) Sopra un passo di Orazio”, in “Prose scelte di Luigi Lamberti”, in “Prose e poesie scelte di AA.VV.”, Milano, N. Bettoni, 1833, pp. 467-468.
9) Cfr. “The Gentleman’s Magazine”, 1809, Vol. LXXIX, p. 708.
10) U. E. Paoli, “Grossi e piccoli commercianti nelle liriche di Orazio”, “Rivista di filologia e di istruzione classica”, E. Loescher, 1924, n. 52, p. 61, 52.
11) D. Vottero, “Note sulla lingua e lo stile delle ‘Naturales Quaestines’ di Seneca”, in “Atti dell’ Accademia delle scienze di Torino: Classe di scienze morali, storiche e filologiche”, 119, 1985, pp. 61-86, p. 86 e nota 23.
12) T. Kleberg, « Hôtels et cabarets dans l’Antiquité », Uppsala, 1957, p. 3.
13) « Q. Horatius Flaccus”. Recensuit Io. Gaspar Orellius, Berolini, MDCCCXCII, p. 7.
14) “Quinti Horatii Flacci Opera”, recenserunt O. Keller et A. Holder, Lipsiae, 1888, p. 4 e la “varia lectio” in nota.
15) Dr. Friedrich August Eckstein, “Familiaris interpretatio primae Satirae Horatianae”, Leipzig, 1865, p. 15.
16) “Coniectanea in Q. Horatii Flacci Satiras cum variis lectionibus Unius Codicis Manuscripti Bibliothecae Regiae Berolinensis”, edidit Ioannes Apitzius, Phil. Dr., Berolini, MDCCCVI, p. 18.
17) PdeudoAcris Scholia in Horatium Vetustiora”. Recensuit Otto Keller, Lipsiae, in Aedibus B.G. Teubneri, MCMIV, p. 2.
18) “Q. Horatii Flacci Eclogae cum Scholiis Veteribus”, Castigavit et notiis illustravit Guilielmus Baxterus, Lipsiae, MDCCCXV, “Horatii Flaccii Sermonum liber Primus. Satira I. In Avaros”, p. 321.
19) Johannes II Wolf, “Lectiones Memorabiles Et Reconditae (etc.) » 1671, Tomus Posterior , p. 56.
20) C. Russo Ruggeri, “Studi in onore di A. Metro”, Giuffré, 2009, p. 473, nota 60.
21) Cfr. “Enciclopedia Legale”, Venezia, 1813, Vol. II, p. 241.
22) “Acronis et Porphyrionis commentarii in Q. Horatium Flaccum”, edidit F. Hauthal, Berolini, MDCCCLXVI [1856], Vol. II, p. 362.
23) S. Quinn, “Why Vergil?: A Collection of Interpretations”,Bolchazy-Carducci Publishers, Inc., Wauconda, Illinois, 2000, p. 283, nota 29.
24) “Acronis et Porphyrionis Commentarii in Q. Horatium Flaccum”, edidit F. Hauthal, cit. p. 596, nota 121.
25) Carl J. Sommer, “We Look for a Kingdom: The Everyday Lives of the Early Christians”, San Francisco, Ignatius Press, 2007, p. 64.
26) “P. Cornelli Taciti Annales”, edidit H. Heubner, Teubneri, 1983, Tomus I, p. 14 (119-122).

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