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R. L. Stevenson, il lavoro, e la little box of toys

settembre 3, 2017

Letteratura

Samuel Lloyd Osbourne fu figliastro di Robert Louis Stevenson, con cui collaborò a più riprese nella stesura delle sue opere. Al di là della pregnanza di simile collaborazione, ciò che importa in questa sede è sottolineare l’importanza della testimonianza di Samuel rispetto alla biografia intellettuale (e non solo) di Stevenson. Nel febbraio del 1924 apparve sullo Scribner’s Magazine un lungo articolo di Samuel Lloyd Osbourne su Stevenson, e particolarmente interessante m’è parso il capitolo dal titolo The Death of Stevenson [La morte di Stevenson], in cui Samuel ci dà appunto un “ritratto” intellettuale dello scrittore, da cui emerge la figura di un uomo di tutto rispetto. Da quel lungo articolo ho estrapolato alcuni passi particolarmente significativi, che offro qui in traduzione. Il testo originale è in nota.

Dopo aver detto che Robert Louis Stevenson non gli era “mai parso in così buona salute come nei mesi precedenti la sua morte”, Samuel aggiunse qualche aspetto peculiare del carattere dell’uomo e dello scrittore, il quale ebbe a sottolineare riguardo a se stesso:

“ Non credo proprio di possedere un qualche talento eccezionale, e ho iniziato la mia carriera con possibilità davvero scarse. Ho avuto successo soltanto grazie ad un lavoro intenso, che è stato considerevole nel tempo, sviluppando quanto c’era di meglio in me. Quando s’inizia a perfezionare le proprie qualità, e si persevera, si possono conseguire risultati del tutto insperati, ed eccezionali per vari versi. Nonostante questo dato sia ampiamente conosciuto da tutti, sono ben pochi quelli che agiscono in tal senso, come invece ho saputo fare io. Se davvero possedevo in me un genio, questi era il genio del lavoro”.

Dopo averci erudito sul fatto che Stevenson seppe onorare da par suo l’antico motto “In labore fructus”, Samuel rammentò un altro aspetto del carattere di Stevenson che mi è parso particolarmente degno di nota. Stevenson lamentava il fatto che, mentre in Francia gli scrittori godevano della più ampia libertà d’espressione ma non producevano che operette che si limitavano al solito triangolo amoroso, in Inghilterra ci sarebbero stati scrittori con vastissime esperienze, ma impediti nel loro lavoro da una censura occhiuta e pervasiva:

“I francesi fanno davvero un pessimo uso della loro libertà. Non scrivono nulla che vada oltre il solito ed eterno triangolo. Noi, al contrario, pur avendo una prospettiva molto più ampia, abbiamo la museruola come i cani, e dobbiamo sorvolare su una buona metà della vita che ci vediamo scorrere dinnanzi. Dickens avrebbe potuto scrivere chissà quali libri se soltanto glielo avessero permesso, e Thackeray altrettanto, se fosse strato libero di esprimersi al pari di Flaubert e Balzac. E chissà quali libri avrei potuto scrivere persino io. Il fatto è che da noi ti danno un scatolina con pochi giocattoli, e con la premessa di giocare solo e soltanto con essi”.

Quest’ansia di libertà espressiva fa davvero riflettere sul fatto che, forse, lo “strano caso” del Dottor Jekyll e del suo alter ego, “libero e cattivo”, Mister Hyde, abbia scaturigini più profonde di quanto comunemente si è portati a credere. L’impressione è che Mr. Hyde si fosse messo a giocare con giocattoli non contemplati nella “little box of toys”.

Note

“The Death of Stevenson”, in An Intimate Portrait of Robert Louis Stevenson by His Stepson by Lloyd Osbourne, in Scribner’s Magazine, 1924, pp. 163-171. [http://www.unz.org/Pub/Scribners-1924feb-00163?View=PDF].

“Stevenson had never appeared so well as during the months preceding his death […] On another occasion he said to me: ‘I am not a man of any unusual talent, Lloyd; I started out with very moderate abilities; my success has been due to my really remarkable industry—to developing what I had in me to the extreme limit. When a man begins to sharpen one faculty, and keeps on sharpening it with tireless perseverance, he can achieve wonders. Everybody knows it; it’s a commonplace, and yet how rare it is to find anybody doing it—I mean to the uttermost as I did. What genius I had was for work!’ ”.

“How the French misuse their freedom; see nothing worth writing about save the eternal triangle; while we, who are muzzled like dogs, but who are infinitely wider in our outlook, are condemned to avoid half the life that passes us by. What books Dickens could have written had he been permitted! Think of Thackeray as unfettered as Flaubert or Balzac! What books I might have written myself! But they give us a little box of toys, and say to us: ‘you mustn’t play with anything but these’ ” (p. 166).

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