Al di là dello stato dei partiti: Vaticini e Rimasticature (mie)

Chiamo “vaticini” le ipotesi si quanti, in tempi ormai arcaici, seppero vedere molto lontano. Chiamo “rimasticature” (mie) la ripresa di argomenti di cui avevo parlato diversi anni fa, ma che mi paiono tutto sommato ancora attuali, e di cui è forse cambiata un po’ la forma, ma non la sostanza.

Oggi si parla molto di “crisi” dei partiti (né quali essi siano è materia arcana), e non saprei proprio se ridere o sentirmi afflitto anzichenò.

E’ da almeno cinquant’ anni che i pensatori politici più avvertiti ci avevano  “avvertito” che i partiti italiani  rischiavano la  débâcle. Pertanto, già da allora, “qualcuno” aveva notato uno scollamento sempre più evidente tra partiti e società, e, soprattutto,  un affievolirsi della partecipazione politica.

Cosìcché A. Pizzorno,  alla fine degli anni  ’60, in un’età che già potremmo dire antica,  chiosava:

“Questo stato di cose comporta che i partiti non sono più i soli né i principali canali di trasmissione della domanda. Essi si trovano di fronte a competitori specializzati, e orientati, per la loro stessa specializzazione, a trattare un tipo di domanda meno generale possibile. Posti in concorrenza su questo piano, i partiti trovano sempre più difficile e meno conveniente trasmettere le domande generali che, in quanto sono parte del loro programma, li distinguono;  e moltiplicano invece anch’essi l’opera di trasmissione di domande particolari. L’aumento proporzionale delle leggine nell’attività legislativa è frutto di questa tendenza”.

Il saggio  di Pizzorno fu pregiato dal professor Pasquino, perché in  esso s’ “individuava la causa del cattivo funzionamento del sistema partitico in Italia, perché viene meno la tensione partecipativa. Le funzioni di trasmissione della domanda e di delega non vengono più svolte in maniera da promuovere la partecipazione della base e da rendere i dirigenti ad essa responsabili. Questo distacco crescente dei dirigenti dalla base culmina nella loro incapacità di cogliere le domande politiche emergenti”.

Questo dato, assolutamente critico alla prova della storia, circolava  underground all’interno dei partiti, creando non poco fastidio, per cui si pensò bene di fare come gli struzzi, affondando cioè la testa nella bella sabbia bianca, per taluno “dorata” potremmo quasi dire. Ma allora, chi erano coloro che Pizzorno definiva i “competitori specializzati”, i quali, invece, “avevano capito tutto”, e s’eran messi  di traverso per “trattare un tipo  di domanda meno generale possibile”?

La risposta, ex post, sembrerebbe abbastanza semplice: i Movimenti.

Infatti, quasi di rincalzo a quanto andava dicendo Pizzorno, e in sintonia pressoché perfetta con l’intervento del professor Pasquino, il professor M. Tronti osservava:

“ Il pluralismo oggi non può essere più un puro e semplice pluralismo politico, cioè un puro e semplice pluralismo dei partiti […] Quando vediamo il sindacato che rifiuta di passare attraverso quello che una volta era il suo partito, per determinare una scelta da parte del potere, una scelta politica […] siamo già al di là dello Stato  dei partiti” (Corsivo mio).

“Quando vedremo, aggiungeva ancora Tronti nell’ormai lontano 1978, una organizzazione unitaria del movimento giovanile […] un movimento unitario non egemonizzato dai partiti tradizionali, e ci troveremo di fronte poi alla volontà politica da parte di un movimento di questo genere […] che non necessariamente vuole passare attraverso la mediazione del partito, ecco qui siamo oltre la svolta che rimette in gioco il rapporto tra partito e Stato”.

E allora,  che si sarebbe dovuto fare da parte di “qualcun altro” che avesse avuto intelligenza dei sintomi, e voglia (e potere) di raddrizzare la baracca?

Il professor Tronti scrisse allora, in tempi in cui forse si poteva ancora “fare qualcosa”,  alcune parole che molti, ieri (oggi è forse un po’ troppo tardi), avrebbero dovuto meditare molto, ma molto a fondo: l’attacco, sentenziò Tronti  “si sconfigge cambiando”. E poi proseguiva:

“ Cambiando il vecchio delle istituzioni, la loro rigidità meccanica, la loro autosufficienza rispetto al sociale, la loro lontananza dalle classi”, perché, in buona sostanza, “la democrazia non si conserva, si trasforma. Difenderla e basta, può anche essere la via più breve per perderla” (Corsivi miei).

Struzzi a parte, ne arguisco altresì che in Italia si legge pochino rispetto a  quanto sarebbe, au contraire,  necessario leggere (e meditare).

 

Note

Antonio Pizzorno, “Elementi di uno schema teorico con riferimento ai partiti politici in  Italia”, in Partiti e partecipazione politica in Italia,  a cura di G. Sivini, Milano, Giuffré, 1972, p. 30.

Intervento del Professor  G. Pasquino nella Sezione “Organizzazione e ruolo dei partiti nella società italiana”, in L’Italia negli ultimi trent’anni. Rassegna critica degli studi. Consiglio regionale della Toscana. XXX della Repubblica e della Costituzione, Bologna, Il Mulino, 1978, pp. 305 sgg.

Intervento del professor  M. Tronti nella già  citata Sezione “Organizzazione e ruolo dei partiti nella società italiana”,  pp. 320-321.

 

 

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