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Codici del Decameron in Europa

maggio 13, 2015

Letteratura

Andrea_del_Castagno_Giovanni_Boccaccio_c_1450

Boccaccio legò la sua fama imperitura al “Decameron”, la cui fortuna fu secolare e i cui codici li troviamo variamente sparsi in Europa, oggi nelle biblioteche, ma un tempo presenti nelle case private di nobili e ricchi borghesi. Vittore Branca studiò a fondo Boccaccio, fin nei minimi anfratti, scoprendo, per esempio, i codici sui quali il giovane Boccaccio faceva i suoi primi “esercizi”:

 

“Queste pagine il Boccaccio volle, insieme ad altri testi da lui particolarmente amati, conservare le testimonianze di alcuni suoi esercizi letterari, di alcune composizioni in cui aveva espresso i primi entusiasmi e i primi frutti del suo faticoso noviziato di retorica. Anzi volle forse iniziare col ricordo dei suoi tentativi di paziente scolaro per apprendere l’ebraico e il greco, trascrivendone diligentemente gli alfabeti. Ma poi affidò alle pergamene abrase quella che è probabilmente la sua prima prosa latina, la così detta ‘Allegoria mitologica’, e i suoi esercizi epistolari tutti letterari e tutti retorici, e un abbozzo di quella breve notizia su Livio che rielaborerà poi successivamente con accurata insistenza.

 

Era la silloge delle esercitazioni di scuola, degli scritti in latino di quel primo periodo: cui seguiranno, in quello stesso manoscritto, i blocchi delle composizioni degli anni forlivesi, degli scritti di Dante e del Petrarca o in loro onore, e altri testi minori. Prima delle sezioni dantesca e petrarchesca (intercalate da trascrizioni varie), proprio in quella (ce. 50-62) che conserva gli scritti del Boccaccio (interrotti solo da qualche testo classico), nella pergamena che precede l’ ‘Allegoria mitologica’, è conservata un’elegia funeraria per Costanza, una fanciulla napoletana rapita all’affetto e alle speranze del suo promesso sposo (e. 60a-b)” (1).

 

Ma Branca reperì soprattutto un’eccezionale quantità di codici del “Decameron”, specie fuori d’Italia, e, a proposito della diffusione europea dei codici del “Decameron”, scrisse:

 

“A parte il centro fiorentino, la diffusione, e quindi il successo, dell’opera boccaccesca è più europeo che italiano (ed è facile scoprirlo oggi a noi, che tendiamo naturalmente a risolvere in termini europei quei problemi letterari e culturali che ieri erano posti altrettanto naturalmente in termini nazionali). Al di là delle Alpi furono ordinati e trascritti, o emigrarono presto, gran parte dei codici; al di là delle Alpi questi manoscritti trovarono subito gli ancoraggi più stabili e sicuri ed anche più fruttuosi per la diffusione, nelle corti, nei conventi famosi, nelle università, nei centri culturalmente più vivaci; al di là delle Alpi furono custoditi nello stesso palchetto dei più venerati classici, come dimostrano — oltre che i più antichi cataloghi, le sillogi miscellanee, la sollecita richiesta di versioni e la stessa dignità dei traduttori.

 

In Italia, secondo gli studi di Branca, i codici del “Decameron” erano presenti, oltre che nelle biblioteche, anche nelle librerie private di laici ed ecclesiastici. A Padova, un codice proviene dalla Biblioteca del Vescovo Pietro Barozzi, grande umanista. A Modena un codice era presente nella Biblioteca Estense, a Bologna, nella libreria di Lodovico Beccadelli, a Ferrara, nella Biblioteca degli Estensi, dove il codice era nelle grazie di Niccolò III ed Ercole I. A Firenze, troviamo un codice del “Decameron” nella libreria di Cosimo de’ Medici, un altro nella libreria di Francesco Berni, un altro ancora nella libreria di Casa Rigati. Branca poi reperisce un codice facente parte della libreria della Famiglia Cavalcanti, “un testo di casa i Cavalcanti tenuto sempre da quella famiglia in grande stima e reverenza “, ed altri ne trovò, sempre a Firenze, che erano appartenuti a Giovan Battista Deti, Matteo Francesi, Giovanni Gaddi, , Benedetto da Maiano, Giannozzo Manetti, e alla Famiglia Rosati . Altri codici “privati” del “Decameron” li possedeva Lorenzo dei Medici a Poggio a Caiano, la libreria dei Visconti e degli Sforza a Pavia, Gasparo di Santangelo a Siena, Angilberto del Balzo a Ugento, Francesco Buondelmonti a Napoli, nonché Federico di Matteo Trenta a Lucca .

 

Per quanto riguarda l’Europa, e fatta eccezione delle biblioteche pubbliche, un codice del “Decameron” era presente nella “Bibliothèque du Duc de La Vallière”; a Chambery, un altro era nella Biblioteca dei duchi di Savoia. In Inghilterra, codici del “Decameron” erano presenti nella “Library of Lord Mostyn” , e nella “Library of the Earl of Leicester” [H Cod. 531. Membr., sec. XV, 1467], e un altro era a Vienna, in una Biblioteca “pubblica o privata” (2). Come si può vedere, l’interesse per il “Decameron” fu veramente di portata europea, coinvolgendo lettori e scrittori, come Chaucer, in Inghilterra, e molti altri in Francia, Spagna, e Germania. La vitalità del “Decameron” sembra non esaurirsi con il tempo, arrivando fino a noi, a Moravia e a Pasolini, con il cinema. Tra l’altro Moravia scrisse anche un saggio di notevole interesse, in cui Boccaccio è sentito dallo scrittore romano molto vicino alla sua visione della vita e dell’arte, e direi quasi che egli “riversò” sul grande certaldese molto di se stesso:

 

“Il Boccaccio non vuole né giudicarsi né conoscersi: e tanto meno vuol condannare e riformare. La corruttela e la decadenza dei costumi, d’altra parte, lo lasciano indifferente non perché egli ne fosse partecipe ma perché erano, questi, fatti che non gli servivano. Si fa troppo spesso un merito ai moralisti di aver messo alla gogna certi vizi. Ma ove si rifletta che dato il loro temperamento, essi hanno disperatamente bisogno di quei vizi, si vedrà che il merito non è poi tanto grande. Il Boccaccio invece, per la sua sete di avventura, aveva bisogno di tutt’altre cose.

 

Prima di tutto di non essere appesantito e intralciato da alcun grave e severo concetto morale: di non dovere continuamente stabilire rapporti di giudizio morale tra sé e i personaggi, tra sé e il mondo. Questo era il lato negativo: per quello positivo, il Boccaccio aveva bisogno puramente e semplicemente di azione. Di una azione purchessia: visto che l’azione valeva in quanto azione e non in quanto era buona o cattiva, triste o allegra, fantastica o reale. Occorre pensare a questo punto che il mondo doveva apparire all’invaghito Boccaccio infinitamente bello e vario, tutto godibile e desiderabile; e che doveva sembrargli un gran peccato scegliere in questa varietà e ricchezza un cantuccio in cui porre radici profonde, sacrificare tante possibilità a quella sola che gli spettava” (3).

 

Bene. Parlando di Boccaccio, Moravia, involontariamente, ci ha “svelato” anche un po’ le radici della sua poetica.

Note

1) Vittore Branca, “Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio”, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1958, p. 203.

2) Ivi, pp. XLI-XLII; pp. 3-12.

3) A. Moravia, “Giovanni Boccaccio poeta dell’azione”, in “Il Trecento”, “Libera cattedra di storia della civiltà fiorentina”, Firenze, Sansoni, 1953, pp. 126-127.

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