Come Sisenna “vortit barbare” le “Historiae” di Aristide

Ovidio, nei suoi sempre lamentevoli quanto infruttuosi Tristia, ci ha tramandato un paio di versi che hanno fatto discutere, non dico “come”, ma “quasi come” le ragioni del sempiterno “confino” comminatogli da Augusto a Tomi. I versi, notissimi, sono i seguenti:

Vertit Aristiden Sisenna, nec obfuit illi

Historiae turpes inseruisse iocos (Tristia II, vv. 443-4).

Ora, il tema  del contendere nasce dalle historiae, per cui sembrò a qualcuno che, il bravo e serio storico delle Historiae, Sisenna, avesse inserito nel corpus della sua opera di “serio” studioso di storia, “anche” qualche salace episodio di sapore fortemente libertino e milesio. Cosa “impossibile”, secondo i più, e a giusta ragione, poiché, secondo Luigi Pepe,  “è inammissibile ammettere la presenza [di turpes ioci] in un’opera seria e di alto valore storiografico, quali erano appunto le Historiae di Sisenna” (1).

Tornando ora al testo di Ovidio,

Vertit Aristiden Sisenna, nec obfuit illi

Historiae turpes inseruisse iocos;

ne uscirebbe che

“Sisenna aveva tradotto Aristide, ma non gli nocque per nulla l’aver  egli aggiunto “alla” Historia (ma quale?)  qualche facezia piuttosto piccante”.

Il problema nasce tutto, come si vede,  dal  termine  Historiae, che, nel caso specifico, assume un’ambiguità assoluta,  perché esso potrebbe riferirsi sia alle Historiae Milesiae di Aristide,  sia alle Historiae “serie” di Sisenna,  sia, ancora,  alle di lui Historiae Milesiae. Si ricorda, a proposito di queste ultime, che Edward  Norden “battezzò” i salaci racconti di Sisenna come historiae Milesiae : “Le ‘Historiae’ di Sisenna erano Milesiae, ma tuttavia pseudo storie, un ‘romanzo’ secondo la nostra terminologia] (2). Poi, soffermandosi su Apuleio, Norden aggiunse:

“Lo stesso Apuleio descrive il suo lavoro come Milesius sermo o Milesia (scil. historia) (I, 1, IV, 32), cioè come eco della novella ionica, che fu ben tratteggiata nelle Milesiae di Aristide e nella loro traduzione da parte di Sisenna (historiae milesiae)” (3).

E allora ci si chiede: “Ma  le Historiae cui si riferiva Ovidio erano  le historiae (serie)  di Sisenna; le historiae milesiae di Aristide, oppure le historiae (sempre milesiae) dello stesso Sisenna?

Sul primo punto il Pepe ha fatto giustizia: impossibile che Sisenna avesse inserito turpes ioci in un’opera storiografica di alto livello come la sua. La posizione di Pepe è corroborata dalla stragrande maggioranza della critica.  Poiché, dice Elettra Candiloro,  “lo storico di Silla era pur stato il traduttore delle famose novelle milesie di Aristide, ed anche se, fortunatamente, l’ipotesi moderna di attribuirgli la paternità dello ‘spurcum additamentum’, ad Apuleium (Met., X, 21) si è rivelata senza base, appare sempre piuttosto sconcertante questo tipo di attività in un grave senatore romano. Ad ogni modo sembra assolutamente improbabile l’ipotesi di coloro che ritengono di dover interpretare il noto passo di Ovidio (Tristia II, vv. 443-4) […] nel senso che Sisenna avesse abbassato la dignità della storia inserendovi turpes … iocos ” (4) [Sottolineatura mia].

Non sarà allora che Sisenna si fosse preso la libertà d’inserire farina del suo sacco, innestandola nelle historiae milesiae di Aristide?

Anche quest’ipotesi è stata cassata: chiunque sostenga, dice Luigi Pepe, che l’ “ Historia nel senso di romanzo  o di racconto cornice si [riferisca] ad Aristide, e [che] inserere [alluda] all’inserzione nell’opera di Aristide di turpes ioci, scherzi e facezie indecenti di Sisenna”, asserisce qualcosa di assolutamente  “inammissibile” (5).

Le Historiae menzionate da Ovidio non sono nemmeno  le historiae milesiae di Sisenna, ma proprio le historiae (serie) dello stesso, dice Luigi Pepe.

Ma allora? Non s’era detto che è “inammissibile” che ciò fosse accaduto? Per Luigi Pepe bisogna “entrare in un altro ordine di idee”.

“L’historia [ menzionata da Ovidio], dice il Pepe, invece, è proprio l’opera storica di Sisenna”; “ma”, prosegue Pepe, “ma i turpes ioci non sono le obscaenae narrationes che lo storico vi avrebbe inserito”. Bisogna focalizzarsi, dice Pepe, sul verbo inseruisse, perché “il verbo inserere  andrà inteso nel senso di alternare o intramezzare la composizione delle Historiae con la traduzione delle Milesiae di Aristide. Ovidio, dunque, vuol mettere in rilievo che in Sisenna convissero due attività in antitesi fra loro, quella seria dello storiografo e l’altra del traduttore delle lascivie milesie”  (6) [Sottolineatura mia]. La soluzione di Luigi Pepe è raffinata, e si rifà a quella, altrettanto acuta del Rohde:

“Se i versi di Ovidio, il pentametro in particolare, si prestano a diverse interpretazioni, tuttavia sembra pienamente accettabile l’ipotesi di Rohde, Zum Grieschischen Roman “Rh. Mus.”, n. 48, 1893, p. 130 (=Kleine Schriften, II, p. 30 ss.), secondo il quale Ovidio avrebbe inteso dire semplicemente che Sisenna aveva potuto alternare senza danno le sue attività di storico serio e di traduttore di milesie” (7).

Allora, la traduzione dei due versi di Ovidio (Vertit Aristiden Sisenna, nec obfuit illi/Historiae turpes inseruisse iocos) sarebbe la seguente:

“Sisenna tradusse Aristide e non gli fu di danno aver alternato con la storia scherzi licenziosi”  (8). Cioè, se ho capito bene,  l’aver alternato alla Historia “seria” anche la composizione di quelle historiae Milesiae (poco serie, perché licenziose) di cui aveva parlato Norden.

Accettata come  storicamente ineccepibile  l’“inammissibilità” della pretesa di taluni che avrebbero voluto che nelle “di lui” serie Historiae Sisenna vi avesse inserito le facezie milesie, non  mi riesce d’intendere altrettanto bene (ma il difetto è mio) però  perché sarebbe anche “inammissibile” che “nelle” Historiae del disinvolto Aristide (dette appunto Historiae Milesiae), Sisenna non vi avesse potuto inserire, o “aggiungere” anche qualcosa di suo.

Nulla mi vieterebbe di pensare, per esempio, che la traduzione di Sisenna fosse stata un po’ “traditrice”, nel senso che Sisenna, tra le molte “facezie” di Aristide, magari ne avesse aggiunto anche una qualche sua propria di “facezia” licenziosa; e ciò senza andare neppure  a scomodare i Milesiarum Libri di Sisenna.  Se è poi vero che, a sentir l’Avvocato  Cicerone (Brutus, 64, 228), Sisenna “amava i discorsi non sine facetiis”  (9), è probabile che, “ispirato” da Aristide (mentre lo stava traducendo), egli vi avesse potuto “innestare” (inserere) qualche sua “milesia” invenzione.

Se non accettiamo questa soluzione, che nel complesso si muove su un piano  (per taluni) di forse eccessiva semplicità,  dobbiamo, giocoforza, fare tutte le piroette intellettuali fatteci eseguire a suo tempo da Rohde e proseguite con Luigi Pepe. E qui mi si permetta d’inserire (inserere) una pezza d’appoggio ragguardevole, che porta il nome di Henry Bardon.  Come diceva l’illustre studioso,

“accettando l’opinione del Rohde si dovrebbero postulare ben tre attività letterarie di Sisenna: una di traduttore di Aristide, l’altra di storico e infine quella di autore di narrazioni di dubbio gusto alternate appunto all’opera storiografica”  (10).  L’ipotesi prospettata prima da Rohde e poi da Pepe è senza dubbio ingegnosa e molto convincente; ma  insisterei sul dato, tramandatoci da Cicerone, secondo cui Sisenna era un tipo con la chiara tendenza a far discorsi “non sine facetiis”.

Mi si insegna che vertere, nel mondo latino, possedeva anche il significato di rielaborare:

Vertere era il verbo con cui i latini indicavano il tradurre, che era nello stesso tempo un rielaborare, e si opponeva per il suo significato a scribere,  che significava ‘comporre’ ex novo. Per esempio,  Plauto dice nel prologo del Trinummus (v. 19), riferendosi appunto alla composizione di questa commedia:

Philemo scripsit, Plautus vortit barbare.

Filemone l’ha scritta, Plauto l’ha adattata in lingua barbarica.

Tradurre alla lettera si diceva invece exprimere, ma in linea di massima gli scrittori latini praticarono piuttosto il vertere” (11).

“Se guardiamo al contenuto, scriveva Alfonso Traina,  si intravede una grande libertà di traduzione, che sembra talvolta chiedere al modello solo lo spunto iniziale” [corsivo mio] (12)

In vertere, continuava Traina,  “s’annida il più disperante problema della letteratura arcaica latina: il rapporto fra gli originali greci, perduti, e le superstiti imitazioni romane. E’ certo che questo vertere doveva variamente atteggiarsi secondo i poeti ed i generi ; ma è altrettanto certo che doveva avere una direzione comune , riflesso di una teoria e di una prassi in cui i Romani non poterono seguire il modello di nessuno” (13).

E ancora:

“Ma sul concetto di vertere decisiva ci sembra la testimonianza di Gellio, che usa questa parola, per esempio, nella famosa súgxpisis fra Cecilio e Menandro, dandoci finalmente la possibilità di controllare sui testi la libera riduzione del poeta latino. Qui la traduzione sfuma nel rifacimento” [corsivo mio] (14).

Se quindi il vertit ovidiano acquista il sapore di una rielaborazione e di un rifacimento, va da sé che anche le “incerte” Historiae propinateci da Ovidio, da cui siamo partiti, assumono i contorni delle historiae milesiae “di” Aristide, “rielaborate” e, addirittura, “rifatte” da Sisenna, che vi innestò, dunque, “anche” qualcosa di suo.

La traduzione dei versi di Ovidio [Vertit Aristiden Sisenna, nec obfuit illi/Historiae turpes inseruisse iocos ], alla luce di quanto sopra s’è detto, diventa la seguente:

“Sisenna rielaborò [eseguì un rifacimento di] Aristide, ma non gli nocque per nulla l’aver  egli innestato (inserere) “nella” Historia (sott. Milesia di Aristide) qualche altra “sua” facezia piccante.

Qui, come si vede, la tanto discussa historia[ae] del verso di Ovidio sarebbe quella di Aristide, tradotta sì, ma “rielaborata” barbare, “liberamente” ( una “libera riduzione”, dice Traina) da Sisenna, senatore e “serio” historico, sì; ma anche traduttore tanto “disinvolto” quanto erano disinvolti i suoi gusti letterari “al di fuori” della Historia “seria”.

Allora la conclusione è scontata: Sisenna fu, come si suol dire, un traduttore “traditore” (15); né si può dare, al contrario, per scontata l’asserzione di Luigi Pepe secondo cui “il concetto espresso da vertere è chiaramente definito e in sé concluso nella espressione vertit Aristiden Sisenna” [corsivi miei], non avendo quindi altri rapporti con il “resto” dei versi di Ovidio.

Vertere mi sembrerebbe, invece, molto “aperto” verso le historiae (milesiae) di Aristide (16).

 

Note

 

1)         Luigi Pepe, “Le origini della novella latina”, in Cultura e Scuola, aprile-giugno 1987, p. 45.

2)         Eduard Norden, Die römische Literatur, B. G. Teubner, 1954,  p. 43: “‘Historien’ waren Sisennas Milesiae, aber eben pseudeis istorìai, also ein  Roman nach unserer Terminologie”.

3)         Ivi, p. 89: “Apuleius selbst bezeichnet sein eignes Werk as Milesius sermo oder Milesia (scil. historia) (I, 1, IV, 32), also als zugehorig zur ionischen Novellistik, die in den Milesiakà des Aristeides und deren Ubersetzung durch Sisenna (historiae milesiae)”.

4)         Elettra Candiloro, “Sulle Historiae di Cornelio Sisenna”, in Studi classici e orientali, 1963, n. 12,  p. 213.

5)         Luigi Pepe, Le origini della novella latina, cit., p. 45.

6)         Ibidem.

7)         Elettra Candiloro, Sulle ‘Historiae’ di Cornelio Sisenna, cit.,  pp. 212-213 e nota 4.

8)         Luigi Pepe, Le origini della novella latina, cit.,  p. 43.

9)         Ivi, p. 45.

10)       Elettra Candiloro, Sulle ‘Historiae’ di Cornelio Sisenna, cit.,  p. 213 nota 4.

11)       Bruno Gentili, L. Stupazzini, Manlio Simonetti, Storia della letteratura latina, Bari,  Laterza, 1987, p. 34. Il rinvio canonico per il vortit barbare è a Alfonso Traina, Vortit barbare. Le traduzioni poetiche da Livio Andronico a Cicerone, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1970. “Wertere, riferito ad opere d’arte, indica la traduzione artistica, che non ha fini pratici, ma estetici; è il tradurre in gara col modello, lo Zelos greco applicato al bilinguismo romano” (p. 64) E ancora: “M. Terenzio, quando vuole sottolineare la sua assoluta fedeltà al modello nel tradurre […] usa ‘verbum de verbo exprimere’” (p. 62).

12)       Cfr. Alfonso Traina, Vortit barbare, cit., p. 42.

13)       Ivi, p. 40.

14)       Ivi, p. 63.

15)       Sul concetto di traduttore-traditore cfr. Sandro Sticca , “Traduttore/Traditore: Convertere, vertere, transferre, interpretari …”, in Mediaevalia, 2005, n. 2, pp. 7-36.

16)       Ora, a proposito del tormentatissimo spurcum additamentum o pornografica addizioneAd Apuleium citato dalla Candiloro,  si disse che il  frammento fosse da attribuirsi  a Sisenna. Infine s’è scoperto che il suddetto spurcum additamentum non apparteneva né a Sisenna né ad Apuleio, ma  a un qualche ignoto medievale: (“Non possono sussistere dubbi, scriveva Scevola Mariotti, l’additamentum è opera del medio evo” (Scevola Mariotti, “Lo Spurcum Additamentum Ad Apul. Met., 10, 21”, in Scritti medievali e umanistici, Roma, Ediz. di storia e letteratura, 1976,  p. 65).  Il frammento dice ancora Maurizio Pizzica , fu “dirottato” “da Sisenna e da Apuleio, ad un tardo imitatore di quest’ultimo, anche se non necessariamente medievale” (Maurizio Pizzica, “Ancora sull’addimentum ad Apul. Met. X, 21”, in Letterature comparate, problemi e metodo. Studi in onore di Ettore Paratore, Bologna,  Pàtron, 1981, Vol. II, p. 771). Oggi dunque si sa che la vexata quaestio dello spurcum additamentum non c’entra un bel niente col Sisenna;  ma credo e penso che non sia del tutto “inammissibile” che Sisenna, nel vertere quello spurcum-osceno di Aristide, una qualche “pornografica addizione”  gli fosse uscita naturaliter fuor di calamus et penna.

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