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Concezioni della storia tra Medioevo e Rinascimento

ottobre 8, 2016

Storia

Tra Medioevo e Rinascimento

Oggi, il compito assegnato alla storia è quello di “scoprire” o, meglio, di “avvicinarsi”, alla   verità sui fatti umani. Ma non è stato sempre così. Nel Medioevo alla storia erano assegnate funzioni molto diverse.  La ricerca storica non aveva il compito di mettere in luce Il “perché”  dei fatti, ma di trarre soltanto da essi un insegnamento morale. Di qui il concetto tipicamente medievale della storia come “ancella” della morale e della teologia: essa doveva rivelare semplicemente la potenza di Dio sui fatti umani. Si credeva, insomma, che attraverso di essa e attraverso gli esempi che essa offriva, fosse possibile rendersi conto dell’onnipotenza che Dio aveva sulla vita degli uomini, e che si potesse ricavare da tali esempi un continuo “ammonimento”. La storia in questo senso – si diceva  nel Medioevo – è “Magistra Vitae”.

 

Già nell’antichità Cicerone aveva asserito che la storia è “maestra di vita”, ma con ciò egli aveva voluto dire molto semplicemente che essa offriva agli uomini degli esempi di comportamento, senza vedere in essa la continua presenza di un Dio.  Nel Medioevo invece la storia diventa addirittura “Vox Dei” (la voce di Dio) ” ,con la quale egli innalza o deprime uomini e regni. Questi concetti erano ben presenti nelle menti dei pensatori medievali: da San Agostino, a Paolo Orosio, a Ottone di Frisinga. Quindi, nel Medioevo  la storia possedeva essenzialmente una funzione “morale”.

 

Accanto al concetto della storia come  “maestra di vita”,  il Medioevo, sulla scia della tradizione classica, accettava anche il concetto  della storia come “favola”, la cui funzione non era quella di raccontare il vero, ma solamente quella di “dilettare” e di “divertire”  l’animo,  assumendo in tal modo la medesima funzione della poesia:  proprio per questa ragione, la storia doveva  essere scritta in “bello stile”, secondo  i canoni già stabiliti da Cicerone nel “De Oratore”, ove egli  aveva criticato il modo di scrivere gli “Annales”, che, a parere del facondo oratore, erano del tutto privi di bellezza formale.  Tuttavia, nel Medioevo,  questo aspetto rimase del tutto subordinato al concetto di base che doveva guidare lo storico: la morale.

 

 

Rinascimento

 

Nel corso del  Rinascimento le concezioni intorno alla storia mutano radicalmente. I pensatori di quest’epoca rivendicano alla storia la sua autonomia  sia dalla religione sia dalla morale. Essi affermano che la funzione primaria della storia non è quella di rivelare la potenza di Dio nelle cose umane, ma quella,  ben più importante, di “conoscere il vero”, di scoprire come andarono le cose nel passato,  con l’occhio sempre  rivolto alle “azioni” degli uomini, alle guerre, e alla politica dei prìncipi.

 

Gli storici del Rinascimento rifiutano insomma di vedere nelle cose umane la continua presenza li Dio, asserendo che la storia, essendo fatta dagli uomini,  deve essere studiata con criteri umani e non divini. Parecchi furono i trattatisti che si occuparono  dei problema della storia e dei suoi metodi: molti di essi vollero anche por fine all’altro concetto medievale secondo cui la storia era, oltre che ancella della morale, anche della poesia: negarono  che il vero fine della storia dovesse consistere nel dilettare l’animo e nello scrivere in bello stile.

 

La poesia infatti, a parere di Guarino Veronese,  narra spesso cose “inverosimili”, mentre il compito assoluto della storia è quello di narrare il vero. Lo storico, pertanto, deve preoccuparsi soprattutto di narrare la verità e non di scrivere in bello stile. Infatti, continuava il Guarino,  solamente  “narrando il vero” la storia può diventare qualcosa di utile e di  prezioso per gli uomini: se non narra il vero, essa ha fallito il suo mandato.

 

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