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Croci e Crucci filologici su Orazio

aprile 9, 2015

Filologia Latina

Orazio

Sat.I, X, 65 sgg.

La storia delle Satire di Orazio non è andata esente da discussioni, e sicuramente una delle più note è quella scaturita dall’interpretazione del verso 65 della decima satira del primo libro.

“Fuerit Lucilius, inquam,/ Comis et urbanus, fuerit limatior idem /quam rudis et Graecis intacti carminis auctor/ quamque poetarum seniorum turba; sed ille,/si foret hoc nostrum fato delapsus in aevum,/ detereret sibi multa…”.(1)

Il problema nasce praticamente dal seguente argomento: l’ “auctor” “rudis” è riferito allo stesso Lucilio, oppure a un “auctor” non nominato direttamente ma che sottintende la figura di Ennio, “rudis” per eccellenza, non solo per lo stile, ma anche perché “Rudius”, ovvero di Rudie.

La “crux” interpretativa, vero e proprio “topos” critico, si trascina senza trovare una soluzione convincente. Fra i critici contemporanei sostenitori dell’ “auctor” riferito allo stesso Lucilio è Concetto Marchesi: “… Il passo – osserva Marchesi – ha suscitato diverse interpretazioni: quella più diffusa è che siano indicate due persone: Lucilio, “limatior”, e un altro, l’ “auctor”, il creatore del genere satirico, che non si sa bene chi sia: ma i più stanno per Ennio che Orazio non conosce come “auctor” della satira… L’ “auctor” è Lucilio stesso”.(2)

Traducendo modernamente, la frase suona più o meno così:

“Concedo a Lucilio di essere stato tutto sommato un autore elegante, e anche più pulito di quanto uno scrittore potesse mai sperare di diventare in un periodo in cui non s’era ancora sentito l’influsso greco; riconosco altresì che egli certo fu molto più brillante di tutta quella turba di autori antichi a lui contemporanei. Però, se Lucilio vivesse ai tempi nostri, sono certo che nella sua opera troverebbe di sicuro qualcosa da emendare…”.

Come si vede, in una simile interpretazione, “auctor” è riferito allo stesso Lucilio. Marchesi, a sostegno della propria tesi, sottolineava in nota il fatto che anche gli scoliasti intendevano “auctor” riferito allo stesso Lucilio. (3) E in ciò aveva perfettamente ragione; infatti un editore ottocentesco, il Weichert, scriveva:

“ …Controversum est hodieque, utrum “Lucilius” an “Ennius” ab Horatio v. 66 dicatur “auctor”… Scholiastae … unanimi consensu intelligunt Lucilium, quia, ut Acron dicit, ‘primus Satyram greci intactam versibus Hesametris scripsit’”. (4)

C’è però un qualche dato importante da considerare. Prima di tutto c’è la tradizione contraria, per gran parte propensa a considerare “auctor” riferito a Ennio. Lo stesso Weichert, più sotto, osserva:

“Poeta quem designat, non nominat, Ennius est. Ac fortasse scripserat poeta “Quam Rudius”.(5)

Alcuni codici, infatti, portano “Rudius”, cosa che rimanda immediatamente a Ennio.

Se fosse vero che “rudis…auctor” si riferisce allo stesso Lucilio, Orazio, nel giro di un paio di versi, avrebbe detto una cosa e contemporaneamente il suo contrario, il che è difficile da accettarsi.

E’ pertanto poco credibile che Orazio definisca Lucilio “urbanus”, poi “limatior” (più elegante) della “turba” dei poeti che lo avevano preceduto, e subito di seguito anche “rudis”.

O Lucilio è “urbanus” e “limatior” oppure è “rudis”. Di qui non si scappa.

Se si ripercorre un po’ la storia del termine “urbanus” presso i classici, il fatto salta immediatamente agli occhi. Ora, poiché siamo in possesso di giudizi interessanti relativi proprio alla figura di Lucilio, il risultato dell’indagine è significativo.

Cicerone definisce infatti Lucilio non solo “urbanus”, ma addirittura “perurbanus”. Lucilio, “ … homo doctus et perurbanus” ( Cicerone, “De Oratore”, II, 25). Cicerone, quasi parafrasando Orazio, nel “De Finibus” (I, 7), osserva ancora su Lucilio che “…et sunt illius scripta leviora, ut urbanitas summa appareat”.(6)

Cicerone metteva quindi a confronto l’ “urbanitas” con l’ “asperitas” di certi scrittori.

In sostanza Cicerone parlava di “urbanitas” riferendosi a scrittori non solo di raffinato umorismo, ma che sapevano anche usare “la lingua della città”, mentre erano “aspri” quelli che venivano da fuori, ovvero i “peregrini”. Si è sottolineato come per Cicerone l’“urbanitas” stesse essenzialmente “…nella scelta e nell’uso delle parole, … che rivela quel certo ‘gustus urbis’”. (7)

La conseguenza che se ne trae nell’esegesi del famoso passo graziano è importante. Poiché Lucilio è “urbanus”, non può essere definito al tempo stesso anche “rudis”, ed è quindi evidente che “rudis” si attaglia invece perfettamente a quello scrittore che Orazio nomina solo attraverso una “fumosa” perifrasi, ossia a Ennio.

E’ infatti presumibile che Orazio, proprio per l’evidente rispetto che portava a Ennio, da lui stesso definito “pater” (“Ennius…pater”), nel sottolinearne qualche difetto di lingua usasse tutte le cautele possibili, proprio per non entrare in rotta di collisione con un “mostro sacro” della tradizione poetica romana, autore degli “Annales”, a suo tempo soldato di valore, di cui nessuno a Roma osava dire men che bene, specie in un momento in cui la politica augustea era tutta protesa all’esaltazione delle origini proprio attraverso l’ “Eneide” di Virgilio, che, ricordiamo, fu salvata proprio per volere di Augusto, e nonostante Virgilio avesse espresso la volontà che la sua opera maggiore fosse distrutta.(8)

Ennio è visto da Silio Italico come un eroe leggendario: “…Sacer hic ac magna sororum/ Aonidum cura est et dignus Apolline vates”. E Antonio Traglia traduce:

“ La persona di costui è sacra ed egli è oggetto di cura da parte delle sorelle aonie ed è un vate degno di Apollo”.(8)
L’unico che non usò perifrasi e che definì Ennio “rudis” fu Ovidio, il quale nei “Tristia” (2, 423), usando la stessa terminologia oraziana, scrisse, senza velo alcuno:

“ … Ennius ingenio maximo, arte rudis”. (9)

Che è quello che aveva detto Orazio, ma con maggiore prudenza.(10)

Note

1)Orazio, “Satire ed epistole”, a c. di Concetto Marchesi, Milano-Messina, Principato, 1955, p. 118.

2) Ivi, nota 66.

3) Ivi, nota 66: “Così pure intendevano gli antichi scoliasti. Porfirione … e lo ps. Acrone. Orazio vuol dire: ‘per essere un creatore del genere egli fu anche troppo limato’”.

4) “Poetarum Latinorum…”, edidit M. Augustus Weichert, Lipsiae, B.G. Teubneri, MDCCCXXX, p. 279, nota 7.

5) Ivi, nota 7.

6) per tutta la questione del termine “urbanus” di rimanda all’articolo di A. Pasquazi Bagnolini, “Sull’oratoria di Celio Rufo”, in “Cultura e scuola”, 1980, n. 76, pp. 71-80. Per la bibliografia sull’argomento V. p. 71, nota 4. Le citazioni nel testo, V. pp.73-74.

7) Ivi, p. 79, nota 41.

8) “ Nessuna presa di posizione diretta contro Ennio in Catullo…E così nulla contro Ennio si legge nei frammenti dei ‘poetae novi’. Anche Orazio, che detesta tutti i poeti arcaici, non meno che i loro imitatori e sostenitori, mostra un certo rispetto per Ennio; si veda soprattutto “Epist.” I, 19,7, dove chiama il nostro poeta ‘Ennius…pater’, senza nessuna punta di ironia, almeno come sembra…Ne considera l’estro poetico accostandolo ad Omero, e attribuendogli così… un riconoscimento di grandezza…”. A. Traglia, “Problemi di letteratura latina arcaica”, “Quinto Ennio”, in “Cultura e Scuola”, 1980, n. 76, pp. 60-70, in particolare le pp. 61 e 69, nota 33.

9)Cfr. l’articolo di G. D’Anna, “La ‘Fortuna’ di Ennio”, II, l’età augustea, in “Cultura e scuola”, 1983, n. 88, p. 35 e nota 21. Ovidio considerò gli “Annali” di Ennio “l’opera più rozza della poesia latina arcaica”.

10) Sul passo in questione, che si lega alle origini della satira, si rimanda al capitolo “Lucilio e l’origine della satira”, in V. Paladini-E. Castorina, “Storia della letteratura latina”, Bologna, Patron, 1972, pp. 353-357.

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