Fine della Storia, ma “immortalità” del Mercato?

Una ventina d’anni fa Karl Polanyi, discorrendo intorno alle leggi che governano il  mercato contemporaneo, si meravigliava del fatto che, nelle  società attuali,  anziché seguire il modello storicamente normale di subordinare l’economia alla società, il mercato, modernamente inteso,  schiaccia la società sulla sua logica. Di conseguenza, invece di un’ economia che venga incorporata nei rapporti sociali, le relazioni sociali sono interamente assorbite nel sistema economico, cioè nelle leggi del Mercato. Per Francis Fukuyama, addirittura, il mercato segnerebbe la fine della storia:

Is Market Society the Fin (End) of History?,  si chiedeva preoccupato Fukuyama . Con il trionfo del liberalismo economico e politico occidentale stiamo assistendo alla fine della storia come tale, e alla fine della democrazia liberale occidentale come  forma finale dei metodi di  governo dell’umanità. Secondo  Francis Fukuyama il liberalismo politico è ormai completamente assoggettato al liberalismo economico: e la cosa sembrerebbe ormai non soltanto inevitabile ma anche definitiva. Tutto ciò accadrebbe per the Insatiability of Human Wants (Regenia Gagnier). Quindi si suggerirebbe di correggere questo squilibrio, prima che sia troppo tardi.

Tornando per un attimo a Polany, sarà poi vero che è esistito un modello normale per cui l’economia e il mercato erano effettivamente subordinati alla società? A prima vista, l’ipotesi di Polany sembrerebbe un po’ campata per aria. Ma approfondendo, ci accorgiamo che  forse non aveva poi tutti i torti. Mentre oggi il mercato è libero, in epoca  medievale e moderna le cose erano molto diverse. Come già fece notare M. Bloch, sul mercato il commerciante traeva “la sua sussistenza dalla differenza tra il prezzo di acquisto ed il prezzo di vendita, oppure dalla differenza tra il capitale prestato e il capitale che gli era restituito gravato dall’interesse”. In epoca medievale e moderna questo tipo di transazione era considerato come usura e era perciò ritenuto immorale dai teologi.

Con il tempo le cose cambiarono leggermente, nel senso che la Teologia (in particolare Sant’Antonino) ritenne cosa giusta che chi aveva rischiato il proprio capitale fosse in qualche modo ricompensato del rischio con una somma leggermente superiore a quella che aveva prestato, ma senza esagerazioni. Proprio perché il commercio in generale e il prestito ad interesse erano ritenuti elementi immorali, il mercato era un luogo estremamente controllato dagli Stati.

Per esempio, il luogo preciso del mercato e la regolamentazione dei giorni e delle ore in cui il mercato era aperto erano stabiliti con estrema precisione. Tutto ciò perché il mercato era considerato un luogo separato con leggi sue proprie non moralmente condivise, perché esso aveva a che fare essenzialmente con i rapporti privati che sostanzialmente andavano oltre la morale. Esso pertanto era fisicamente separato dalla Società e dallo Stato, in cui l’interesse non poteva essere “privato”. Lo Stato coincideva con la Nazione, e quindi gli interessi privati non potevano interferire con quelli della Nazione.

In fatto di analisi storica del mercato, sembrerebbe pertanto che il punto di vista di Karl Polany non fosse poi così sbagliato. Quanto poi all’ipotesi di Francis Fukuyama, secondo cui il mercato segnerebbe la fine della storia, essa non pare verificabile “scientificamente” da chicchessia. D’altra parte, poiché l’esperienza insegna che il mondo dell’uomo è stato sempre soggetto a cambiamenti, anche radicali, non è scritto da nessuna parte che anche il mercato, così come s’è attivato oggi, debba per forza durare in eterno. Per questo ritengo che la parola fine riguardo alla storia potrà eventualmente essere scritta secondo tempi che soltanto la geologia conosce. Non so se ciò possa costituire una consolazione per taluni, ma, insomma, è sempre meglio di niente.

 

Note

Karl Polanyi, The Great transformation, Edited  by J. E. Stiglitz & F. Block,  Beacon Press, 2001, p. XXIV.

Francis Fukuyama, “Is Market Society the Fin  of History?”,  in Cultural Politics at the Fin de siécle, Edited by Sally Ladger & Scot McCracken, Cambridge, Cambridge University Press, 1995, pp. 290-310.

Marc Bloch, La società feudale, Einaudi, Torino 1971.

Regenia Gagnier, “Is Market Society the ‘Fin’ of History?”, in  The Insatiability of Human Wants: Economics and Aesthetics in Market Society, Chicago & London, The University of Chicago Press, 2000, p. 61.

Amleto Spicciani, “Note su Sant’ Antonino economista”, in Economia e Storia, aprile-giugno 1975, n. 2, pp. 171-192, e p. 175, 186. Cfr. inoltre Georgina Blakeley, Valerie Bryson, Contemporary Political Concepts: A Critical Introduction, Pluto Press, 2002, p. 101, in cui si sottolinea che sfera pubblica e sfera privata erano tenute ben distinte, e che quest’ultima non era ritenuta di pertinenza dello Stato. Sul mercato come luogo fisico, cfr. John Kenneth Galbraith, Almost Everyone’s Guide to Economics (Una guida all’economia quasi per tutti) Londra, Penguin Books, 1981.

 

 

 

 

 

 

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