Sensi e “senso” nel San Martino di Carducci

San Martino

 

La nebbia a gl’irti colli

Piovigginando sale,

E sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar;

 

Ma per le vie del borgo

Dal ribollir de’ tini

Va l’aspro odor de i vini

L’anime a rallegrar.

 

Gira su’ ceppi accesi

Lo spiedo scoppiettando:

Sta il cacciator fischiando

Su l’uscio a rimirar

 

Tra le rossastre nubi

Stormi d’uccelli neri,

Com’esuli pensieri,

Nel vespero migrar.

Qualcuno potrebbe chiedersi il perché della rivisitazione d’una lirica di Carducci che ha conosciuto una stampa secolare, correndo veloce e leggera in tutte le antologie scolastiche, dalle elementari fino all’Università. La ragione è ad un tempo aneddotica e  critica. Uomo di “forte sentire”, il Vate Italico era viepiù dotato di rubestissima (arcaismo per “robustissima”, noblesse oblige)  complessione fisica,  cui si accompagnava un funzionamento pressoché perfetto dei quattro sensi:  vista, udito, olfatto e  tatto. Sì, va bene tutto, qualcun altro potrebbe obiettare, ma a noi, eventualmente, interessa la “poesia” di Carducci, non tanto l’esito finale della visita medica cui il Suddetto fu sottoposto or son molt’anni.

E allora cominciamo con alcuni dati tecnici. Trattasi di breve ode di quattro quartine di versi settenari. I primi tre versi sono piani, l’ultimo verso è tronco. Passiamo ora alla rima: essa consta di rima baciata nei due versi interni alla quartina; mentre il primo verso è assolutamente “libero”, l’ultimo (vedi ingegno) presenta rima uguale in tutte e quattro le quartine, e secondo il seguente schema metrico: ABB-C, DEE-C, FGG-C,HII-C. Come si può notare sin dall’avvio di questa breve nota sul “San Martino”, il Carducci fu poeta “classico” e di per sé “difficile” anche in produzioni poetiche apparentemente facili e rivolte, come s’è sempre un po’ creduto, alla fanciullezza.

Ma la perizia notomica del Vate s’espresse al massimo del diapason allorché entrano in scena i protagonisti della breve ode: la vista, l’udito, il tatto e l’olfatto. Sarà da evidenziate intanto in sede di commento proemiale come la nebbia, che “sale agl’irti colli”, non soltanto colpisca la vista del poeta per la sua bianchezza, ma anche come essa provochi all’apparato auricolare dello stesso Vate uno sgradito quanto fastidioso  suono, perché essa nebbia si leva verso l’alto “piovigginando”: le due “g-g”, ravvicinate, provocano in Lui lo stesso effetto sonoro delle unghie graffianti una lavagna (cosa che potrà, eventualmente, esser capitata al pargolo invitato dalla maestra a recitare “San Martino” vicino alla lavagna).

Ma andiamo oltre.

“Oltre” al “graffiare” della nebbia risalente i colli “irti”, le Trombe di Eustachio del Poeta  sono urtate da ben più “aspro romore”, ovverossia dalle “urla” scomposte d’un mare per di più  “biancheggiante”, tale, cioè,  da infastidire anche l’occhio acuto, e perciò sensibilissimo, del Vate di Maremma.

Ma le sofferenze di Giosue (senza l’accento) Carducci non sono finite qui. Anche l’olfatto è penosamente punito dall’ “aspro odor de i vini”, ovverossia dagli esuberanti effluvii del mosto, che sgradevolmente vanno a colpire le auguste narici del Poeta della Nuova Italia.

Ma è ancora la vista a dare pessima prova di sé, allorquando un cacciatore, “fischiando” (si spera armonicamente, ma dal contesto non si evince alcunché) “vede” tra le “nubi rossastre”, “stormi d’uccelli neri” (che non dicono niente di buono).

Ma, insomma, qualche terzo potrebbe concludere: “Dunque,   il tanto lodato e letto e recitato da nugoli di scolaretti “San Martino” si rivela, a siffatta esegesi critica, un vero e proprio “tormento” dei sensi: altro che la super-menzionata “vivezza e levità d’immagini”.

Al tempo.

Il Vate, in qualche modo, s’è voluto a suo modo “rifare” di tutti i disgusti patiti: infatti, dopo le urla del mare, le “g” graffianti della pioggia,  l’odor del mosto  e quegli uccellacci che vanno a “migrar” nel “vespero” (e che il diavolo se li porti!), Egli s’è voluto gratificare d’ogni sofferenza patita con un “classico” pasto alla maniera degli antichi. Infatti, nella penultima strofe compare, quasi magicamente, ad allietare (finalmente) e vista e udito e “gusto tattile” un magnifico (ed insperato) “spiedo scoppiettante”, che fa pregustare al dotto quanto rubesto Giosue arrosti alla maremmana, gustosi e succosi da leccarsi gli augusti baffi.

Indi, dopo sì estenuante esegesi, che apparentemente  stravolgerebbe completamente esiti critici ormai consolidati, si ritorna, infine, a rinsaldare le risultanze acquisite: l’arrosto allo spiedo appiana  ogni angoscia, e il Vate può così, classicamente, sentirsi appagato, e contubernale degli eroi della classicità, come Ulisse, per esempio,  che in fatto di banchetti e arrosti allo spiedo fu eccelso manipolatore nonché degustatore. Così Omero, nell’Iliade nella traduzione del Cavalier Vincenzo Monti:

Cuocean le carni negli spiedi infisse.

Cotte le prime e di lor fatto il saggio,

Minuzzar le restanti e queste pure,

Negli  schidon confissero, ed acconcia-

mente arrostite le levar dal foco.

Ciò tutto fatto apparecchiar le mense,

E a suo talento vivandò ciascuno.

 

Così come Ulisse e i compagni, dopo tanti e tanti travagli, infissero le carni nello “schidon”, “e a suo talento vivandò ciascuno”, il Vate maremmano si rifocilla allo spiedo scoppiettante, totalmente dimentico dei colli (sempre “irti”), del “g-g” snervante della nebbia che “piovi-g-g-inando sale”,  dell’acre odore del mosto in quei dannati tini ribollenti, e infine di quel menagramo di cacciatore che sta mirando  “uccelli neri” sul far della sera (nel vespero).

D’altra parte, le antiche Cronache (si dice però avverse al Vate) narrano d’un Carducci di fortissima esuberanza fisica: sportivo (alpinista) e gran mangiatore, e forse, anche “eccessivamente amante del buon vino” (il mosto, però, gli dava fastidio: è acclarato!); tanto che, un gazzettiere, nel marzo del 1895, ebbe a scrivere che “Carducci, Panzacchi e Pesci mangiarono sempre di buon appetito”.

Questo, anziché di biasimo, torna a lode di Carducci, il quale, tra l’altro era solito innaffiare il tutto con del buon vino.  Enòtrio (così definiva il Maestro l’ancora imberbe D’Annunzio, [dal greco òinos, vino]),  fece sempre della classicità il suo abito.

Non è forse egli  passato alla storia come lo Scudiero dei Classici? E, insomma, fare lo scudiero è una faticaccia, e fa venire non soltanto fame, ma anche  un gran sete.

Note

Iliade di Omero, Traduzione del Cav. Monti, Napoli, Per Antonio Garruccio, MDCCCXV (1815), A Spese di Francesco D’Amico, Vol. I, Libro II,  p. 45.

Alessandro Cervellati, Piccole storie bolognesi, Tamari, 1963, p. 90.

Manlio Lo Vecchio Musti, L’Opera di Gabriele D’Annunzio, Paravia, 1936, p. 241.

Precedente Fine della Storia, ma “immortalità” del Mercato? Successivo Il Feticcio della Fine dell’Impero Romano (il 476 d.C.)