Il Feticcio della Fine dell’Impero Romano (il 476 d.C.)

Il professor Galimberti, recensendo un manuale inglese di storia romana, verso la fine del suo saggio si  soffermava brevemente anche sul modo con cui gli autori avevano trattato il famoso 476 d.C., anno universalmente e tradizionalmente tramandato alla posterità tutta come il The End  dell’impero romano d’Occidente. Galimberti definisce l’anno fatidico con espressione felice: un feticcio, e scivola via veloce verso la conclusione senza particolari sottolineature (1). Siccome la faccenda del feticcio è parecchio interessante, ne riprendiamo qui sommariamente i termini. Intanto la parola feticcio, a quanto è dato sapere da esperti etimologisti, ha la sua radice nel verbo latino facere (fare). Ma esso, subdolamente,  tende a celare la sua origine latina:

“Il suo aspetto di latinità difficilmente è scoperto, poiché la tradizione ininterrotta ha oscurato le sembianze classiche (ad occhio nudo è impossibile scorgere in feticcio una traccia del latino facere)” (2). Insomma, il nostro feticcio è un qualcosa di  “fatto” e costruito da qualcuno per vari scopi, ma quello fondamentale è dato dalla volontà di far credere che il feticcio “fatto” (ad arte) possiede una sua consistenza “reale”, e che veicola significati più o meno reconditi, ma “veri”; anzi, assolutamente veri e fededegni.

Ora, se la plurisecolare persistenza del feticcio 476 d.C. ha funzionato a meraviglia, e se tutta la manualistica ha tramandato a ignare generazioni di studenti che il 476 segnò la fine dell’impero romano d’Occidente, ciò significa una cosa soltanto: che il feticcio fu costruito (fatto) veramente a regola d’arte da personaggi astuti e sapienti, che tenevano ben salde nelle loro  mani sapute tutte, o quasi tutte, le leve dell’ historia da iniettare alla contemporaneità e anche da tramandare alla posterità.

Chi potesse detenere tanta potestate fu d’indagini molto accurate, nonché infinite; e non è certo mia intenzione qui ripercorrere la lunga strada che ha portato alla costruzione del feticcio. L’impressione generale che si ricava dai suddetti studi è però il fatto che i funerali dell’impero romano d’Occidente fossero stati celebrati un po’ troppo in anticipo rispetto alla salute, certo molto cagionevole, ma non sfinita mortamente, del grande corpo dell’impero romano d’Occidente.

Vi fu chi, con buone ragioni, conclamò, urbi et orbi, che l’avvento dell’ondata barbarica che investì anche l’Italia, non segnò la crisi finale del detto corpo; e che, a pensarci bene, l’impero romano d’Occidente ebbe la sua continuazione nell’ impero romano  bizantino. Ordunque, l’impressione è che “qualcuno” avesse una notevole fretta di mettere la parola fine al “vecchio” impero romano, celebrandone alla svelta i funerali: ma in pompa magna, e con grande concerto di pubblico, contemporaneo (e postumo).

Ora, poiché, sempre a questo “qualcuno” interessava moltissimo dare il via a una nuova storia dopo l’inopinata fine dell’impero romano d’Occidente, è evidente che si premeva con sollecitudine estrema per stabilire rapidamente ed efficacemente la data della sua rovinosa e tutt’altro che silenziosa caduta. Di qui la costruzione di un feticcio che doveva saper parlare chiaro e con voce possente.  Si contò moltissimo, anzitutto,  sull’effetto psicologico creato dal puro legame nominale tra il fondatore di Roma, Romolo, e il Romoletto “Augustolo” che sedeva allora sul trono. L’accoppiata, stabilendo una stridente quanto irriverente antinomia,  creava e crea tuttora un effetto straniante, suscitando lo stupore incredulo e, al tempo stesso, stimolando la memoria a ricordare il luttuoso (?) evento.

Ma allorché si lesse in Marcellino che il 476 segnò la fine e di Romoletto e del grande impero romano (d’Occidente), tutti quanti (gli storici, intendo) si dettero da fare per rintracciare le supposte fonti di Marcellino. Si pensò a Simmaco. E infatti anche oggi quasi tutta la storiografia cita il nome di Simmaco come prestigioso “divulgatore” del fattaccio. Simmaco scrisse nel  518;  ma poi ci si   meravigliò del “come” Marcellino, scrivendo nel 519, fosse riuscito ad entrare in contatto in sì rapida maniera con la sua supposta fonte.  Ma si ritenne infine che l’incredibile velocitas fosse stata più che possibile, poiché Simmaco s’era recato in quell’anno a Bisanzio per incontrare il gran grammatico Prisciano, e, pare,  Marcellino, da questo viaggio di Simmaco, riuscì a impadronirsi di certe “news” (fake news?) d’Occidente. Ma su tutta l’intricata questione delle derivazioni e dell’intersecarsi delle fonti rinvio agli ottimi lavori di Giuseppe Zecchini et alii.

Chi, ordunque,  giocò col feticcio, e  perché cotanta fretta?

Si scova  che Eugezio, nel 511, scrisse una Vita Sancti Severini (un  santo che  era stato molto vicino agli Anicii, e di cui essi adottarono persino il nome),  in cui si adombrava il fatal anno del 476, e in cui è concesso di riscontrare “la più antica enunciazione della finis Romae”. E con gli Anicii siamo forse arrivati a scoprire chi aveva tanta fretta di sbarazzarsi velociter dell’impero romano.  Giuseppe Zecchini al proposito è perentorio:

 

“La data ‘epocale’ del 476 fu comunque fissata dagli Anicii, non da Eustazio, né da altri autori orientali” (3).

 

E continua:

 

“In conclusione, il capitolo XX della Vita S. Severini contiene quella che e per noi la più antica enunciazione della finis Romae; la coscienza del 476 non nacque nel 518/519, come voleva il Wes, ma era un dato già acquisito nel 511, quando Eugippio vi accennava in apertura di capitolo, sicuro di non essere frainteso dai suoi lettori; l’ambiente, in cui egli scrisse la Vita S. Severini, riporta però la genesi dell’idea occidentale del 476 a quei medesimi circoli degli Anicii e dei fedeli di Romolo Augustolo, in cui era ben naturale che essa si formasse e laddove l’aveva già individuata il Wes; quando più precisamente essa si formò tra il 476 e il 511 non è dato sapere in mancanza di ulteriore documentazione, anche se dovette costituire una reazione abbastanza immediata agli eventi; ci voile comunque l’Historia Romana di Simmaco per darle risonanza universale sia in Occidente che in Oriente” (4).

Ciò stabilito, bisogna adesso vedere un po’ cosa avevano da guadagnarci gli Anicii dalla costruzione del sunnominato feticcio. Parecchio, moltissimo, potremmo dire. In quegli anni il papato stava costruendosi le basi per un dominio, spirituale e temporale, che sarebbe poi risultato tetragono ad ogni colpo di fortuna.

E gli Anicii furono fieri e avvertiti sostenitori del papato, che dopo la caduta di Romoletto, mostrava il chiaro intento di fondare un nuovo ordine di cose. Se il feticcio del 476 è di origine “occidentale”;  e con ciò concorda tutta la storiografia contemporanea, viene dunque spontaneo chiedersi perché gli Anicii ebbero tanta fretta di “sganciarsi” dall’Impero romano, e anche dal suo continuatore ideale, l’impero romano d’Oriente. La risposta è  nascosta nelle pieghe della storia italiana del IV-V secolo d. C. Irma Bitto individua con occhio linceo i termini del problema:

“Con gli Anicii e i Petronii ci troviamo do fronte a due grandi famiglie dell’aristocrazia cristiana di Roma […] La cristianizzazione delle grandi Gentes (gli Anicii, i Petronii, i Ceronii, i Furii, i Turcii, gli Arcadii, i Valeeii), dimostra che il cristianesimo aveva perso qualsiasi carica eversiva, diventando, secondo l’espressione di Peter Brown, ‘ rispettabile’, in quanto garantiva, insieme con l’accettazione dei valori ideologici e culturali della civilitas tradizionale, il mantenimento di funzioni e privilegi secolari”  (5). Inoltre, la storia degli  Anicii, “va ricostruita in stretto parallelo con quella dei loro avversari Ceionii-Decii, i capi della fazione orientaleggiante e, almeno fin verso alla metà del V secolo, paganeggiante dell’aristocrazia romana”.

 

Ma vediamo come si situava il papato nel gorgo delle invasioni barbariche d’Italia:

 

“I popoli latini, incapaci di difendersi dalla violenza degli invasori, si affidano alla protezione del Papa di Roma, dei Vescovi, dei monaci […] Ricadevano così sul papa le responsabilità del governo e dell’amministrazione, e Roma e i territori circostanti si trasformavano in un’entità politica a sé […] legata alle più gloriose famiglie patrizie italiche come i Decii e gli Anicii, e ricca di estese proprietà terriere nel Lazio e in Sicilia […] Ricchezza fondiaria e prestigio morale erano stati gli elementi determinanti nel gioco politico senatorio del V secolo […] Si pensi al ruolo di un Petronio Massimo – ancora una volta un Anicio – nell’eliminazione di Aezio e poi di Valentiniano III”  (6). La stessa elezione di Papa Damaso fu sostenuta dagli Anicii, e sembra che “probabilmente l’ordinazione damasiana dovesse molto della propria realizzazione all’ausilio della factio senatoria dei Probi-Anicii e dei loro alleati all’interno della Curia romana” (7). I sostenitori precipui del papato furono dunque gli Anicii; e alcuni papi dovettero la loro elezione al fatto di essere legati al “clan” degli Anicii, come nel caso, per esempio, di papa Felice III:

 

“Di fronte al pericolo di gravi modifiche al credo di Calcedonia la Chiesa di Roma reagì con fermezza, eleggendo al soglio pontificio nel 483 un intransigente difensore dell’ortodossia come papa Felice III, che da diacono era stato sposato con una Petronia e si era così imparentato con il ‘clan’ degli Anicii” (8).

Dietro gli Anicii, e fuori della Curia,  ma sempre ben in vista, c’erano poi altri  importanti “followers”: ovverossia quei barbari che tutto avevano da guadagnare con la fine dell’impero romano d’Occidente:

E la Cracco Ruggini aggiunge:

“Ma la peculiare valutazione del 476 come cesura istituzionale ci pone di fronte a un’ideologia ben più caratterizzata, e socialmente e geograficamente: il vagheggiamento cioè – tipico di alcuni circoli aristocraticidi Roma– di un’autogestione italica, pilotata dal senato e tutelata dalla forza militar e barbarica. Le affinità ideologiche qualificanti tra Marcellino comes, Giordane e l’Anonimo Valesiano sulla vicenda di Odoacre e di Romolo Augustolo sembrano pertanto ricondurre tutte a unambiente assai prossimo a quello degli Anici”  (9).

Dunque: celebrandosi le fastose esequie dell’impero romano d’Occidente (per vari versi morto-vivente), troviamo in prima fila dietro il feretro, perfettamente allineati,  gli Anicii e il papato; e un po’ più indietro i barbari.

Ma anche senza andare a scovare la sia pur interessantissima storiografia sull’argomento, basta anche stabilirsi sulla nostra storiografia ormai consolidata, come gli “appunti” (si fa per dire) di Armando Saitta, per rendersi conto della potenza emergente che si stava avviando a imperituri fasti:

“Quando l’impero d’Occidente cadde davanti ai barbari, la Chiesa non venne coinvolta nella sua rovina. Era diventata una istituzione autonoma che possedeva il suo principio d’unità e i suoi propri organi d’autorità sociale. Era in grado di diventare contemporaneamente l’erede e rappresentante dell’antica cultura romana, e la maestra e la guida dei nuovi popoli barbarici” (10).

 

Il papato “attirava”, dunque,  magneticamente a sé le forze non soltanto politiche ma anche culturali del tempo. Gli Anicii controllavano, da una privilegiata posizione curiale, e  nella solitudine più assoluta,  l’intera produzione storiografica di quegli anni, ed erano pertanto in grado di “fare” o costruire un feticcio inossidabile, che, de facto,  percorse indisturbato le strade contorte e molto accidentate della storia arrivando gloriosamente, e “quasi” indenne, fino a noi, grazie al duplice e incontestabile charisma dei due protagonisti culturalmente più “armati” (i barbari erano sì armati, ma di tutt’altre armi): gli Anicii e il papato, di cui essi furono spesso espressione. I presupposti perché la Chiesa riuscisse a fondare un nuovo ordo, “oltre” l’ingombrante presenza nominale d’un impero romano di cui bisognava sbarazzarsi molto alla svelta,  c’erano per davvero proprio tutti.

 

 

Note

 

1)      Alessandro Galimberti, Recensione a  M.T. Boatwright – D.J. Gargola – N. Lenski – R.J.A. Talbert (eds.), “The Romans.From Village to Empire. A History of Rome from Earliest Times to the End of the Western Empire”. Second Edition, New York 2012, in Erga Logoi – 2/2013, p. 151.

2)      “Latinismi”, in Linee di storia linguistica dell’Europa, a cura di Antonino Pagliaro & Walter Belardi, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1963, Vol. II, p. 213.

3)      Giuseppe Zecchini, Aezio: l’ultima difesa dell’Occidente romano, Roma, L’Erma di Bretschneider, 1983, p. 52.

4)      Giuseppe Zecchini, “Il 476 nella storiografia tardoantica”, in Aevum, Anno 59, Fasc. 1 (gennaio-aprile 1985),  p.23.

5)      Irma Bitto, Storia della società italiana, Teti, 1998, p. 586 e  p. 658.

6)      Lellia Cracco Ruggini, “Nobiltà romana e potere nell’età di Boezio”, In Atti del Congresso Internazionale di Studi Boeziani, a cura di Luca Orbetello, Herder 1981, p. 121.

7)      Federico Alberto Poglio, Gruppi di potere nella Roma tardoantica (350-395 d. C.), Torino, Celid, 2007,  p. 63.

8)      Giuseppe Zecchini, “La politica degli Anicii”, in  Atti del Congresso Internazionale di Studi Boeziani, a cura di Luca Orbetello, Herder 1981,  p. 133.

9)      Lellia Cracco Ruggini, Nobiltà romana e potere nell’età di Boezio, cit., pp. 110-111.

10)    Armando Saitta, “La Chiesa di fronte ai barbari e a Costantinopoli”, in Guida critica alla storia medievale, Bari, Laterza, 1983, p. 47.

 

 

 

 

 

 

 

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