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Giovannino Guareschi e gli “epiphonema” dell’autista

novembre 16, 2016

Schegge di italianistica

lo-zibaldino

 

H. Lausberg, nel suo serio e ponderoso volume di retorica, così definiva un particolare tipo di “sentenza”:

 

“ Una sentenza posta alla fine di un pensiero che abbia l’intento di argomentare o di narrare, si chiama epiphonema (epifònema)”.

 

Tra i più grandi mastri dell’ “umorismo” è citato spesso e volentieri Luigi Pirandello (che ci scrisse sopra un saggio dal titolo, appunto,  L’Umorismo). Ma noi in Italia possiamo contare su qualche altro maestro d’umorismo non spregevole, e tra questi ci infilerei il dimenticato Giovannino Guareschi. Nato a Parma nel 1908 e morto nel ’68, Guareschi rimase famoso per il suo Don Camillo, e anche per le sue avventure e disavventure come direttore del Candido. Tuttavia, Guareschi profuse  umorismo a piene mani in certi suoi racconti raccolti nello Zibaldino, dove, nell’ Avvertenza, leggiamo:

 

“Il titolo originale di questo libro era Zibaldone: ma poi qualcuno  informò cortesemente l’autore che un tal Giacomo Leopardi gli aveva rubato l’idea, e così il libro fu chiamato Zibaldino. Nella sostanza rimane sempre uno zibaldone: vale a dire un gran fritto misto di roba che l’autore ha scribacchiato un po’ dappertutto tra il 1938 e il 1948 […] Con questo suo volume, l’autore non pretende né di migliorare i costumi, né di peggiorarli […] Non pretende di far pensare, né mettere dei tarli morali nell’animo del lettore. Questo è uno di quei libri che uno legge e poi butta via come si fa con la sigaretta quando è arrivata alla fine. L’unica qualità positiva dello Zibaldino risiede nella estrema facilità con la quale ogni sua pagina può essere letta e dimenticata”.

 

Bene, allora andiamo a leggerci una mezza pagina tratta da un racconto che tratta delle fittissime nebbie notturne di Milano, dal titolo l’ Oscuramento:

 

“Sono andato a teatro e, quando sono uscito, la nebbia, che il buon Dio ha creato per nascondere agli occhi dei mortali la nuova architettura, era scesa copiosa a rendere impenetrabile il buio antiaereo.

 

Sono riuscito a infilarmi in un tassì e ho comunicato all’autista il nome della mia strada e il numero della mia casa.

 

Poi ho cominciato a stupirmi.

 

Quando in questa straordinaria città c’è nebbia, c’è nebbia sul serio e i veicoli, per incunearvisi, hanno bisogno dello spartineve. Aggiungendo alla nebbia un buio assoluto, si può facilmente comprendere come un uomo si meravigli vedendo la sicurezza con la quale un guidatore di macchine proceda lungo strade completamente invisibili.

 

“Voi, più che uomini, siete dei fenomeni”, ho osservato a un certo punto, pieno di ammirazione.

 

“Non c’è niente di straordinario”, ha risposto con semplicità l’autista. “E’ la enorme pratica che abbiamo delle strade. Voi vi stupite forse se una dattilografa vi batte una lettera tenendo gli occhi bendati?” (Primo epiphonema).

 

“No”, ho convenuto io: “però fra una macchina da scrivere e una macchina automobile c’è una notevole differenza”.

 

“Non mi pare”, ha dichiarato l’autista. “Se la macchina da scrivere avesse quattro ruote, e al posto dei tasti un volante, che cosa ci trovereste di diverso  da una automobile?” (Secondo epiphonema).

 

Ho ammesso che il ragionamento filava in modo singolare, ma non ho potuto trattenermi dal rinnovare la mia meraviglia.

 

“Noi conosciamo Milano come voi conoscete le vostre tasche”, ha concluso l’autista” (Terzo epiphonema).

 

—–

 

Sono sceso, ho pagato la corsa e ho aggiunto una generosa mancia. La macchina si è rituffata nella nebbia e io, accostatomi al portone, ho infilato la chiave nella toppa.

 

Poi mi sono seduto sullo scalino di un negozio, ho alzato il bavero e ho atteso la luce del giorno.

 

Perché, voi capite: quando uno abita a Lambrate e invece si trova in piena notte nei paraggi di porta Ticinese dove non passa un tassì neppure a pagare la corsa una lira al centimetro, è perfettamente inutile tentare di ribellarsi al destino”.

 

Grande Guareschi.

 

Fonti:

 

Guareschi, Lo Zibaldino, Milano, Rizzoli, 1948 (Prima Edizione), Avvertenza, pp. V-VII, e Oscuramento, pp. 9-11.

 

H. Lausberg, Elementi di retorica, Bologna, Il Mulino, 1973, p. 221.

 

 

 

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