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Gli studi di E. Kantorovicz su Federico II di Svevia

febbraio 1, 2017

Storia

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Alcuni anni or sono ebbi modo di interessarmi di Federico II pubblicando  una Nota storiografica sull’ipotesi del potere assoluto di Federico II nel Regnum Siciliae, ripreso altresì  dalla Treccani Scuola. In quell’occasione però, pur riferendomi in qualche punto agli studi di E. Kantorovicz sull’argomento, non ebbi modo di approfondirne l’ampiezza della visione storiografica; cosa che vorrei invece fare in questo articolo.

 

Federico II era uomo di eccezionale temperamento politico, con le idee molto chiare in testa, e il cui obiettivo era la “restaurazione” del potere sovrano in Sicilia stroncando la feudalità. In questo senso, egli avviò la sua azione accentratrice puntando dapprima sull’avocazione alla Corona dei beni demaniali. A tal scopo, egli emanò una legge ad hoc, la  De regnantis privilegiis, con cui, a detta di Kantorovicz, egli pretese dichiarare assolutamente nulli e privi d’ogni valore giuridico tutti i privilegi sui beni demaniali concessi a privati ed emanati nel corso dei trent’anni precedenti la sua incoronazione.

 

E per essere ben certo che tutti ottemperassero all’ordine imperiale, egli “ordinò” come sapeva fare soltanto lui (e tutti sapevano cosa significasse non obbedire ad un ordine di Federico II); egli dunque ordinò d’imperio che tutti, nessuno escluso, dovessero presentare i documenti comprovanti tali privilegi sul demanio imperiale alla Cancelleria Imperiale, che ne avrebbe vagliato la validità o meno. L’ ordine di Federico II coinvolgeva tutti i sudditi, fossero essi stati nobili, chiese, monasteri (e conventi). Il controllo della documentazione fu pertanto il primo passo di Federico II per riaffermare la propria sovranità sul demanio.

 

Il secondo passo compiuto da Federico II fu quello di riappropriarsi di castelli o rocche che avessero un evidente valore strategico-difensivo sul territorio siciliano. Pertanto, per evitare che nobili castellani potessero usare le loro rocche contro di lui, facendogli “resistenza”, Federico II emanò un nuovo ordine in funzione del quale, senza fare distinzione tra nobili più o meno potenti, chiese e monasteri anche prestigiosi, un certo numero di rocche “strategiche” dovevano essere riconsegnate all’imperatore.

 

Quasi tutti ottemperarono: per cui le rocche di confine di Evandro e Atina (appartenenti all’abate di Montecassino), nonché le piazzeforti di Suessa, Teano e Mondragone furono trasferite dalle mani del conte Ruggero d’Aquila a quelle di Federico II.  Stessa sorte toccò ai castelli di Sora e di Caiazzo. Ho detto che quasi tutti obbedirono; ma ci fu qualcuno che recalcitrò, come per esempio il conte di Molise, cui appartenevano i castelli, “quasi inespugnabili”, secondo Kantorovicz, di Baiano, Roccamandolfi e Ovindoli.

 

Dopo un paio d’anni di assedio serrato e senza respiro, i suddetti castelli rientrarono nel dominio imperiale, mentre il conte di Molise, con  fortuna inconsueta, se la cavò semplicemente con l’esilio. Meno bene andarono però le cose per la città di Ovindoli, che fu letteralmente rasa al suolo; gli abitanti che riuscirono a sfuggire alla strage furono “ricercati”, anche fuori della Sicilia, e riportati nell’isola per essere puniti per essersi ribellati all’imperatore.

 

Con siffatti sistemi, Federico II, a detta di Kantorovicz, rientrò in possesso di circa duecento castelli; un numero piuttosto consistente, tanto che “egli dovette creare uno speciale organismo di funzionari statali per vigilarne la manutenzione e l’amministrazione”.

 

Già codesti primi atti, così come li descrive Kantorovicz , dimostrerebbero in pieno la potenza di Federico e la sua assoluta  volontà di governare senza intralci di nessuna sorta. Ma, come si dice, tra il dire, il volere e il fare, c’è sempre di mezzo il “mare”. Il “mare”, come già dicevo nella Nota, era costituito dal fatto che, sia la Chiesa, con tutti i suoi enti, vescovadi e monasteri,  sia la nobiltà siciliana erano troppo potenti “anche” per un imperatore intraprendente e volitivo come Federico II, che, a dispetto di una voluntas ferrea a tutto dominare, non aveva compreso che “anche” la “sua” monarchia era una monarchia feudale, che, per sussistere, aveva comunque bisogno dell’appoggio e della chiesa e della nobiltà.

 

Per cui il grande sogno egemonico di Federico II si scontrò con la dura realtà di forze che lo misero di fronte a mille grovigli giurisdizionali, risultando, alla fine, vincenti; e  ribaltando l’impressione che gli studi di Kantorovicz possono dare al lettore: ossia l’idea che l’inflessibilità di Federico II fosse riuscita vincente in virtù della sua implacabile durezza.

 

Fonti:

E. Katorovicz, Federico II di Svevia, Milano, Garzanti, 1939, Vol. I, pp. 86-88.

Per il concetto di “monarchia feudale” nonché su tutte le sue limitazioni,  si rinvia agli studi di Giovanni Tabacco, Egemonie sociali e strutture di potere nel Medioevo italiano, Torino, Einaudi, 1979, p. 186 e 210.

E. Sardellaro, Nota storiografica sull’ipotesi del potere assoluto di Federico II nel Regnum Siciliae, (http://www.italiamedievale.org/)

Treccani Scuola (http://www.treccani.it/scuola/).

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