Gneo Nevio e la teoria delle sfortune (di Roma)

Premetto che quanto si andrà dicendo (e quanto si è detto nell’articolo Gneo Nevio, i Metelli e gli scherzi del caso),   presuppone che il verso Fato Metelli l’abbia effettivamente vergato Gneo Nevio. Contra, esiste infatti tutta una laboriosa quanto gloriosa storiografia che però, allo stato attuale degli studi, non pare così graffiante da poter infirmare (del tutto) sia la paternità di Fato Metelli, attribuita a Nevio,  sia che il verso fosse diretto ai Metelli, “tutti” i Metelli, come vedremo di dimostrare, e non soltanto a Quinto Cecilio Metello. Ciò detto, si è visto nell’articolo sopra citato come Fato sia da interpretarsi come “caso” o pura casualità, in quanto, come si dice, il termine era riferito solamente a Quinto Cecilio Metello. Abbiamo anche visto però che Fato non ha un significato univoco, rinviando anche al concetto di  “mala sorte” (per sfortuna di Roma …), cosicché il saturnio di Nevio potrebbe essere così inteso:

“I Metelli son diventati consoli per un caso  (molto) sfortunato di Roma”.

Se Quinto Cecilio Metello era diventato console per un puro “colpo di fortuna” (per sorteggio fortunato), ora si tratterebbe di vedere se, per caso, egli non avesse fatto subire “anche” un qualche infortunio a Roma, magari insieme ad altri esponenti della sua illustre famiglia “da quando furon fatti consoli”. Si vuole pertanto  verificare se la supposta mala sorte di Roma,  cui le nuances di Fato si riferiscono, non si  fosse bravamente abbarbicata alle tuniche dei   Metelli dei tempi di Nevio; nell’ordine: Quinto,  Lucio (pater), Marco ( Quinti frater) e Lucius (il primogenito).

La Roma dei tempi di  Gneo Nevio assistette a una potente lotta tra le famiglie della nobilitas, e in politica interna (il rapporto conflittuale con la cultura greca), e in politica estera. Ai tempi della guerra annibalica, per esempio, un dato su cui si può lavorare in modo molto proficuo è costituito dal fatto che  la nobiltà era profondamente scissa tra quanti volevano “distruggere” Annibale “con un potente colpo ben assestato o logorarlo lentamente” (1). Un terzo aspetto molto interessante riguardò anche il dissidio, apertosi nella classe dirigente dell’epoca,  circa i modi di trattare i nemici vinti: se cioè usare la clementia, o se passarli tutti a fil di spada. Nevio, in mezzo ai grandi temi della politica romana dei suoi tempi, ebbe sempre l’occhio rivolto verso la tradizione e l’antico.

Ma veniamo subito  a Quinto Cecilio Metello.

A parte il famoso “tumultus” ( termine da me vulgiter tradotto con il popolare “casino”)  in cui andò a cacciarsi Quinto Cecilio Metello in Consentinum agrum (vedi articolo precedente), rischiando di perdere soldati e bottino, ci sarebbero alcuni altri aspetti da tenere in considerazione. Dustin Wade Simmons sottolineò, teste Livio,  infatti che l’ anno di consolato di Quinto Cecilio Metello (206 a.C.) sembrerebbe essere stato costellato da vari prodigia,  e tutti di cattivo segno; per cui il Senato decretò che gli ambasciatori dovessero recarsi in tutta fretta a Pergamo alla corte  del re Attalo, per recuperare la statua di Cibele e riportarla a Roma al fine di “garantire”  la cacciata  dei Cartaginesi dall’Italia (2).  A voler essere maligni,  accadde poi  un evento che toccò, più che i Romani,  molto da vicino proprio Nevio (prima ancora della prigione e dell’esilio), anche se, a  esser equi, ciò di cui si andrà qui di seguito discorrendo  sarebbe imputabile se non tangenzialmente a Quinto Cecilio Metello.

Quinto Cecilio Metello era legato alla corrente più estremista degli Scipioni, il gruppo cioè che faceva capo a Publio Scipione, che era il più deciso allo sterminio del nemico. Càssola osservò che “si ammette quasi universalmente che gli Scipioni ( e in particolare Publio e Cneo figli di Lucio, fino al 211; Publio e Lucio figli di Publio dal 210 in poi) furono tra i principali sostenitori dell’imperialismo romano mediterraneo” (3). Publio e Cneo furono dunque a capo della corrente oltranzista fino al 211 a.C.

Il 211 a. C. non fu un anno qualunque nella storia di Roma: quell’anno fu infatti fatidico per Capua, che fu presa e durissimamente punita. A Roma, il gruppo oltranzista che faceva capo a Publio e Cneo stava assumendo in quegli anni una “certa consistenza”, scrive Càssola; di esso ne facevano sicuramente parte   “Gn. Servilio Cepione, M. Valerio Levino, Ti. Claudio Nerone, i due cugini Gn. e Publio Cornelii Lentuli, L. Furio Purpurione. E’ dunque possibile affermare che nell’ambito dell’imperialismo romano esisteva una corrente estremista, orientata verso la distruzione o il soggiogamento del nemico”  (4).

Ma, a proposito della perfetta “consonanza” fra Quinto Cecilio Metello e Publio, Càssola fa un’altra importante osservazione:

“E’ certo comunque che Nevio si batté contro i Metelli,  e ciò proprio nell’anno in cui Quinto Cecilio Metello cos. 206 era vicinissimo a Publio” [corsivo mio]; e  “mentre Publio era assente da Roma per la campagna d’Africa, il difensore ufficiale della sua politica fu Quinto Cecilio Metello, cos. 206” (5).

Il fatto, dunque,  che Quinto Cecilio Metello fosse molto vicino al gruppo di Publio, e quindi al gruppo “estremista”, era già più che sufficiente per farne un avversario da combattere senza esclusione di colpi, in quanto ritenuto “corresponsabile” della presa impietosa della città natale di Nevio,  il “campano” Gneo Nevio.  Il termine “campano”, ci erudiscono Antonio Traglia et alii, dev’essere inteso alla stregua di  “Capuanus”, perché Nevio era nativo di Capua  (6). La città, che si era data alleata di Annibale contro i Romani, sperando addirittura di sostituire Roma nel governo dell’Italia (di qui la leggendaria  superbia campana, cioè capuana, chiosò F. Leo, “che [era] di casa a Capua e non a Cales o a Suessa”  (7), subì, alla fine, una disfatta terrificante e devastatrice, che vide la strage dei suoi cittadini: uccisi e decapitati, venduti come schiavi, dispersi. L’antica e ricca Capua scomparve: “urbs trunca sine senato, sine plebe, sine magistratibus”, sentenzio  Livio (31, XXIX).

Responsabile in prima persona della strage fu il console Quinto Fulvio Flacco, il quale, si dice, agì motu proprio ignorando letteralmente le direttive  del Senato. Ma in realtà parrebbe fosse stata una parte cospicua del Senato ad avallare il massacro dei Capuani. Già il De Sanctis ritenne “sospetta” la narrazione liviana tesa ad addossare “alla ferocia del solo Fulvio gli eccidi”, senza coinvolgimento del Senato, che addirittura si sarebbe mostrato ( ma probabilmente solo in parte)  fieramente avverso al comportamento “feroce” di Fulvio; ma la cosa, asserì De Sanctis, fu poi smentita dalla “severità stessa del susseguente senatus consultum” (8), che previde la  deportazione in schiavitù di parte degli abitanti e la trasformazione del territorio in ager publicus populi Romani. Anche se poi i severi provvedimenti del senatusconsultum del 211 a. C. furono mitigati, resta però il fatto che  Capua fu ridotta a una “colonia di sfruttamento”, con cittadini (quelli che se la cavarono) assolutamente intimiditi per la presenza incombente di presidi d’occupazione in città  (9).

I fatti di Capua rispecchiano  un tipo di  comportamento largamente invalso nel mondo antico. Talvolta veniva usata la clementia,  come accadde nel caso della ribellione di Priverno (329 a.C.); ma tale eccezione “non poteva certo nascondere, scriveva A. La Penna,  tante repressioni feroci, finite solo nel sangue” (10).  Su questo particolare aspetto, concludeva La Penna, “è già molto” se i Romani si posero il problema. E’ al contrario più che possibile che il Capuano Nevio (altrimenti abituato a considerare ciò che era “virtù” nell’esercito romano: ossia, essenzialmente, il valore in battaglia),  il problema se lo fosse posto eccome! Il modo con cui Capua fu annientata dovette fare una pessima impressione al “Capuano” Gneo Nevio, il quale, con lo sguardo rivolto verso l’antico non poteva non ricordare esempi di clementia dei Romani verso i popoli vinti. Anche perché i presupposti per la clementia verso Capua c’erano tutti, specie se si guarda ai legami di sangue di molte famiglie romane con quelle capuane.

Ma vi si frapposero gli “oltranzisti”, da Publio Scipione (e i Metelli, a lui legati) a Fulvio Flacco. Che nel Senato romano vi fossero due linee di tendenza è altresì dimostrato dal fatto che “Ap. Claudio Pulcro, console nel 212 e proconsole nel 211 con Quinto Flavio Flacco, tentò (inutilmente) d’impedire la feroce repressione organizzata dal collega dopo la presa di Capua. Ciò fa supporre che egli appartenesse a quegli ambienti della nobilitas che sentivano l’influenza di vincoli familiari o clientelistici con l’aristocrazia campana” (11).

In sostanza, in quell’anno fatidico per Capua, il 211 a.C.,  a capo degli estremisti c’era, da un lato,  il potente e influente gruppo di Publio (e a rimorchio, sia pure un po’ più tardi [206 a.C.] Quinto Cecilio Metello) , e dall’altro,  a dirigere le operazioni militari a Capua,  Fulvio Flacco, che apparteneva a un gruppo non meno potente ed estremista di  quello guidato da Publio: quello cioè dei Claudii-Fulvii:

“Fulvio [già dal 230 a.C. per questioni personali con i Flavii]  avrebbe aderito a un gruppo avverso, quello dei Claudii patrizi (cioè quello dei Claudii-Pulcri). In tal modo si sarebbe formata una nuova consorteria, quella dei Claudii-Fulvii” (12).

Stretta nella morsa  dei due potenti gruppi  estremisti di Roma, per Capua non vi fu scampo, e pagò un prezzo durissimo per essersi ribellata a Roma. Quando, un anno dopo (210 a.C.) Fulvio fu messo sotto processo per l’eccidio perpetrato a Capua, a difenderlo in Senato c’era M. Atilius Regulus,  il quale asserì che Fulvio aveva agito nel pieno diritto delle sue prerogative. Quinto Fulvio Flacco giocò in casa, nel senso che il suo ottimo difensore era stato “ uno dei luogotenenti del proconsole Quinto Fulvio Flacco durante l’assedio di Capua” (13). E « Dans le débat provoqu par les plaintes des Campaniens contre Fulvius en 210, Tite-Live fait précéder l’énoncé de la sententia du praetorius M. Atilius Regulus de cette précision : ‘Parce que, parmi ceux qui avaient participé au siège de Capoue, c’était lui dont l’autorité était la plus grande’» [perché, tra tutti quelli che avevano preso parte all’assedio di Capua, l’autorità massima era la sua) (14)  .

A parere di Arturo De Vivo, Nevio fu un “intellettuale impegnato in una politica di opposizione alla nobiltà imperialista” (15). Ora, uno dei caratteri precipui del nascente imperialismo romano era ciò che Polibio definiva la philarchia, ossia quella sorta di “avidità di dominio dei Romani”,  a cui Nevio si mostrò contrario, anche perché “culminante nella distruzione degli stati nemici” (16).

La terribile punizione inferta alla sua città natale dovette  impressionare molto sfavorevolmente Nevio, memore d’essere stato soldato, e d’aver combattuto e rischiato la pelle per Roma nel corso della prima guerra punica, e specialmente quando seppe “come” i suoi concittadini erano stati trattati dai Romani. Da quel momento qualcosa s’incrinò profondamente nei rapporti fra Nevio e la “nuova” nobiltà romana dei suoi tempi, di cui i Metelli erano massima espressione.  Si potrebbe maliziosamente rilevare che Nevio avrebbe dovuto prendersela, senza equivoci, forse più che con Publio e compagnia (leggi Quinto Cecilio Metello) con Quinto Fulvio Flacco: ma quello era un osso troppo duro da masticare ( “orgoglio” e “violenza” erano i caratteri precipui della di lui famiglia, scrisse Ronald Syme)  (17), per cui Nevio optò opportunamente per i Metelli, che, essendo “novi homines” sulla scena politica, furono ritenuti dal poeta (ma molto a torto, considerando gli sviluppi successivi) più malleabili del sopra citato Quinto Fulvio Flacco o dello stesso Publio Scipione.

Alcuni fragmenta del Bellum Poenicum, scritto da Nevio negli ultimi anni della sua vita,  potrebbero addirittura essere letti (ma con la massima cautela, trattandosi appunto di fragmenta privi di contesto) come la spia dell’incrinatura apertasi definitivamente tra Nevio e la nova nobilitas. La philarchia diventò, dai tempi di Nevio, un bersaglio della pubblicistica anti-romana, da cui Nevio non fu immune.   Così, per esempio, quando nel frammento 21 M. parla degli antichi abitatori del Lazio, Nevio li descrive come

“Silvicolae homines bellique inertes” [uomini selvatici e inesperti nel combattimento]”  (18). La qualifica degli antichi progenitori dei Romani come uomini selvaggi, faceva parte, scrisse A.R. Marotta D’Agata, della più nota “propaganda antiromana del III-II sec. A. C” (19). Ciò faceva il verso a Demetrio di Skepsis e Apollodoro,  i quali  asserirono che l’origine dei Romani nulla aveva a che fare con Enea, e che niente di sicuro si poteva asserire intorno all’origine di quella “accozzaglia di vagabondi” (20).

Il frammento 39 M narra il passaggio devastante delle legioni romane a Malta, in cui si evidenziano i peggiori comportamenti dei Romani:

“Transit Melitam/Romanus exercitus, insulam integram urit,/populatur, vastat, rem hostium concinnat” [L’esercito romano passa per Malta, brucia, saccheggia, devasta tutta quanta l’isola intatta, s’impadronisce delle ricchezze del nemico]  (21).

Poi Antonio Traglia cita un altro frammento (42), in cui “una guarnigione romana assediata si rifiuta di arrendersi e preferisce morire con le armi in pugno piuttosto che ritornare con disonore in patria”:

“Seseque ei perire mavolunt ibidem/ quam cum stupro redire ad suos populares”.

Questo frammento, esaltante le virtù militari romane, sembrerebbe essere in contraddizione con i primi due, essenzialmente dispregiativi. Ma la realtà è che Nevio sapeva distinguere perfettamente nei Romani il “vero valore” , di cui i padri avevano dato prova, dai comportamenti degni di biasimo dei “moderni”. L’azione di abbandonare le armi e di arrendersi al nemico è connotata con un termine forte, stuprum, cioè l’azione disonorevole, variante di turpitudo. La scelta stilistica,  stuprum, spiega Arturo De Vivo ,  è termine del linguaggio popolare. Il poeta recupera nel segno linguistico la sua autonomia rispetto alla cultura filellenica  del gruppo egemone, prendendo da essa le distanze” (22).

Né è da scordare che il Clastidium fu scritto in tarda età da Nevio, nel 208 a. C.,  per commemorare le gesta e la “vittoriosa impresa di M. Claudio Marcello contro i Galli Insubri, culminata con la morte del loro re Virdumaro, ucciso dallo stesso Marcello, nel 222 a. C. a Casteggio (Clastidium)”  (23). Tutto ciò a riprova che Nevio, anche dopo gli “eccidi” di Capua, non ce l’aveva con la nobiltà romana “in generale”, ma soltanto con quella nobiltà che dava segni evidenti di ambire soltanto agli onori,  dando altresì prova sia di inutili crudeltà sui nemici vinti sia, in qualche caso,  di non elevate eccellenze militari. Il caso di Quinto Cecilio Metello, contro cui si scaglierebbe  il famoso verso del Fato,  è emblematico in questo senso, perché Quinto Metello si distinse più che altro come oratore, piuttosto che sui campi di battaglia; né da fonte alcuna è dato sapere ch’egli avesse fatto palpitare di passione il cuore dei Romani per  virtù militari, e il “tumultus” in Consentinum agrum  risulta esemplare in questo senso. Quinto Cecilio Metello era semplicemente uno di quegli “oratores novi” (24), per di più vicino alle correnti più estremiste dell’imperialismo romano, che tanto davano fastidio al vecchio Nevio.

Lucio Cecilio Metello (pater)

Sembrerebbe davvero una bizzarria che Nevio, a proposito delle nuances di Fato,  potesse aver pensato anche a  Lucio Cecilio Metello, protagonista pluridecorato della prima guerra punica ( a cui Nevio stesso aveva partecipato), che aveva avuto un trionfo come pochi a Roma per la sua vittoria sugli elefanti di Annibale. Per di più Lucio poteva contare, secondo la laudatio del figlio Quinto,  su un curriculum onorifico da far paura:  “Pontificis, bis consulis, dictatoris, magistris equitum, quindecimviri agris dandi, qui primus elephantos ex primo Punico bello duxit in triumpho” (25).

“Sembrerebbe” (le virgolette sono d’obbligo, e fra poco vedremo perché) però che Lucio Metello fosse stato un uomo il quale, alla lunga, avrebbe potuto portare una “gran sfortuna”  a Roma, in quanto nell’anno in cui egli fu Pontifex Maximus s’incendiò, narra la leggenda a cui tutti a Roma prestavano fede,   il tempio di Vesta. Per l’occasione, e per sovrapprezzo, Lucio Cecilio Metello sarebbe stato, suo malgrado,  protagonista di un sacrilegium di non poco momento, e ‘punibile’ nel tempo dagli dèi, con la possibilità di  trascinarci  dentro  l’intera città, preludendo cioè a una pesante punizione divina di Roma. E di tal evento erano a conoscenza tutti, ma proprio tutti i Romani. Nel 241 a.C. s’incendiò, ordunque, il tempio di Vesta a Roma, in cui erano custoditi dalle mani virginali delle Vestali i “pignora fatalia imperii” di Roma (vedi un po’ come il fato torna a far capolino). Ora, il Pontifex Maximus, che nella fattispecie era allora Lucius Caecilius Metellus, era il “custode” del Tempio e delle Vestali, ma non poteva assolutamente, essendo un uomo, valicare i penetrali delle Vestali stesse. Però, datosi che le Vestali, nonostante l’incendio, sembravano preoccuparsi pochino dei “pignora fatalia”, Lucio Cecilio Metello avrebbe deciso, rompendo ogni sacro divieto, di andate egli stesso a salvare i suddetti “pignora”; e si dice che, ben conscio del sacrilegio, avesse pronunciato le fatali parole: “ ‘Ignoscite’, dixit, ‘Sacra! Vir intrabo non adeunda viro” (26). Traducendo: “ ‘Perdonatemi’, disse, ‘O Sacri penetrali! Io, uomo, entrerò dove ad un uomo non è concesso entrare’”.  Sta di fatto che, secondo la tradizione, Lucio Cecilio Metello “entrò”, e il sacrilegio si compì: ma con quali possibili conseguenze nefaste? Sembrerebbe, narra la leggenda, che Lucio fosse stato punito con la cecità per cotanto sacrilegio,  ma potremmo anche asserire che le innumerevoli gatte da pelare che, negli anni, Annibale stava procurando, e avrebbe in seguito rimediato di procurare senza soluzione di continuità  a Roma sarebbero potute sembrare in perfetta sintonia con tanto sacrilegio. Che Nevio avesse quindi ricordato ai Romani che i Metelli (e persino l’illustre Lucio) fossero, a ben vedere, degli emeriti mena grami, ci potrebbe anche stare (Per mala sorte di Roma …, ecc.).

Peccato però che le cose non “possano stare” nel modo sopra descritto, semplicemente perché il “mito” di Lucio Cecilio Metello e della supposta salvezza dei “pignora” del tempio di Vesta nacque e si sviluppò soltanto dalla metà del II secolo a.C.. Ergo, Nevio con lo conosceva, e fu pertanto immune da qualsivoglia interferenza del suddetto mito nel giudizio su Lucio Cecilio Metello, perché il mito sorse “non prima del secolo secondo a. C.”, chiosava categorico Angelo Brelich  (27). Lucio Metello, purtuttavia,  “comunque” appariva agli occhi del tradizionalista Gneo Nevio come apportatore di sventure per Roma, nel senso che i Metelli tutti erano non soltanto vergognosamente ricchi ( “exceptionally rich”, commentò Peter A. Blunt (28),   ma anche propugnatori e propalatori di quella ricchezza che contrastava con l’austera concezione di vita tramandata dal Mos Maiorum, che voleva una Roma sobria e guerriera, sganciata dal fasto e dal lusso di cui i Metelli furono a Roma i più illustri rappresentanti. Certo i Metelli erano d’origine plebea e homines novi,  ma novi solo sotto il profilo politico, asseriva argutamente Arnaldo Momigliano, non certamente sotto il profilo economico:

“Per contro, non è superfluo sottolineare, chiariva Arnaldo Momigliano, che i Metelli consideravano l’arricchirsi come una virtù” (29).  Quanto  alla philarchia,  essa  si caratterizzava appunto per la conquista ad ogni costo di posizioni di potere che implicavano l’accumulo personale d’ingenti ricchezze; mentre l’ideale di un intellettuale “tradizionalista” come Nevio era sicuramente rappresentato da figure specchiate come quella, per esempio,  di Curio Dentato, al quale, in virtù della sua vittoria su Pirro, il Senato voleva regalare cinquanta jugeri di “terre conquistate in Magna Grecia”. Ma Curio Dentato rifiutò la generosa offerta “dichiarando che egli non era il tipo da dare cattivi esempi” (30). I “cattivi esempi” dall’età di Nevio iniziarono, invece,  a moltiplicarsi, e “nel corso della seconda guerra punica il gruppo favorevole all’imperialismo commerciale si affermò nell’ambito della nobilitas come il più solido e il più numeroso”, sottolineava Càssola  (31);  mentre, dall’altro lato, la volontà “distruttiva” si faceva sempre più marcata. I Metelli tutti furono quindi visti da Nevio come “distruttori” dell’ethos antico, allontanandosi dal quale Roma avrebbe patito molte sfortune. Da questo punto di vista, neppure il pluridecorato Lucio Cecilio Metello, divenuto leggenda in  età   augustea,  riesce a sottrarsi alla teoria delle sfortune “romane” di Nevio.

Marco Cecilio Metello e Lucius Caecilius Metellus (fratello primogenito di Quinto e Marco)

Quanto a Marco Cecilio Metello, che a stretto rigore di termini non fu console, ma  “soltanto” praetor urbanus, censore, nonché praetor peregrinus,  non mancherebbero le ombre che ne farebbero un personaggio non soltanto ambiguo, ma che avrebbe procurato diversi guai ai Romani, dimostrandosi, se le cose fossero per davvero andate in un certo modo, sostanzialmente non degno delle cariche che ricoperse e della fiducia dei Romani stessi. La questione è stata discussa da Richard J. Evans, il quale si mise di puntiglio alla ricerca di quel personaggio che, dopo la disfatta di Canne, prese parte alla supposta congiura di Canusium insieme con altri giovani romani, con l’obiettivo di abbandonare Roma e l’Italia al loro destino, per andarsene a fondare nuova Repubblica all’estero. L’ambiguità di tutta quest’ oscura vicenda  sta nel fatto che non si è certi se il leader della congiura fosse stato effettivamente Marco Metello o altri della famiglia. Comunque furono indicati dalle fonti quali leader della congiura  i Metelli sinora menzionati, da Quinto a Marco, per finire a  Lucio Cecilio Metello, il quale, ovviamente, non poteva essere il Lucius Caecilius Metellus pater, morto nel 221 a.C.

Difficile, comunque, potesse trattarsi di Marco, soprattutto perché egli fece una lunga e brillante carriera politica. E anche agli occhi di Nevio, l’unica “colpa” (se così si può dire) di Marco fu quella di essere un Metello. Lo stesso Evans  si meravigliò  del fatto che, nel caso specifico di Marco, i Romani avessero “dimenticato” ciò che era accaduto a Canusio dopo Canne, permettendo a un palese “traditore della patria” di percorrere una brillante carriera politica nella Repubblica accanto al fratello, e a pochissimi anni dal fatto; anche se, commentava sottilmente Evans, in politica riciclaggi e “resurrezioni”  del genere sono sempre possibili (32).

Battute a parte, c’è da considerare in realtà la presenza di un “terzo fratello” accanto a Quinto e Marco, il quale era omonimo del padre, e che era appunto quel Lucius citato una volta da Livio, che poi diventò in altra occasione Marcus. Sta di fatto che Marco ci andò di mezzo.

Certo che i fatti di Canusio furono presentati, dopo le sfortune di Canne, con toni apocalittici, in cui fu citato anche, in bella vista, il nome di Lucio Cecilio Metello, il “terzo” fratello:

“ Quibus consultantibus inter paucos de summa rerum nuntiat P. Furius Philus, consularis viri filius, nequiquam eos perditam spem fovere; desperatam comploratamque rem esse publicam; nobiles iuvenes quosdam, quorum principem L. Caecilium Metellum, mare ac naves spectare, ut deserta Italia ad regum aliquem transfugiant” [Questi presero a consultarsi  con pochi altri della  loro situazione e dello stato di salute della Repubblica. P. Furio Filo,  figlio di console,  riferì che, secondo il loro modo di vedere, c’era ormai ben poco da sperare, per cui i giovani nobili che facevano capo a Lucio Metello ritenevano che la Repubblica fosse ormai finita per sempre, e che pertanto si guardava  al mare e alle navi per mettersi al servizio d’un qualche re, abbandonando per sempre l’Italia (Livio, II, 53)].

Costoro, dunque, erano pronti a mollare baracca e burattini, e chi s’è visto s’è visto. La faccenda del terzo fratello più vecchio, primogenito di Lucio Metello pater, è verosimile.  Lee Christopher Moore rileva che Lucio Cecilio Metello (primogenito), al momento della sua nomina a Tribuno, nel dicembre del 214 a.C.,  aveva nominato censori P.  Furius Philus e M. Attilio Regolo, ma anziché confermarne la carica, li aveva rinviati al giudizio popolare perché rispondessero di certi eventi precedenti. I nuovi censori si appellarono tuttavia agli altri Tribuni, che concordarono sul fatto che  i due nuovi censori fossero esentati dal dover rispondere di qualsiasi accusa mentre erano ancora in carica. La decisione, dice Moore,   di Lucio Cecilio Metello di portare i due censori di fronte al giudizio popolare fu  chiaramente un atto di ritorsione, derivante dal fatto che i due lo avevano espulso dall’ordine equestre, dopo i fatti di Canne, che avrebbero preluso all’ abbandono dell’ Italia a Cartagine (33).

Se dunque s’ intende Fato  “anche”  per mala sorte di Roma, è evidente che tutti i Metelli  misero qualcosa di proprio per la  mala sorte di Roma. Ora, conoscendo benissimo quanto i Romani fossero superstiziosi, i Metelli si sarebbero visti tacciare di menar gramo.  Il che avrebbe potuto costituire, più che un insulto,  un imperdonabile vulnus inferto alla carriera politica dei Metelli tutti; cosa che non poteva restare impunita. Se gli eventi si fossero svolti  nei termini sopra descritti, la furia vendicatrice dei Metelli sarebbe più che spiegabile; come sarebbe spiegabile (scherzandoci un po’ sopra) anche il fatto che il figlio di Quinto Cecilio Metello, Quinto Metello Macedonico, avesse adottato di buon grado l’epiteto di Fortunato (Felix) (quasi a esorcizzare la teoria delle sfortune di Nevio?) (34).

 

Sulla supposta prigionia e il conseguente esilio di Nevio ne sono state dette di tutte le fogge: prigionia sì, prigionia no, prigionia addirittura “per poche ore”, prigionia “per una qualche giornata” o giù di lì, giusto il tempo di comporre in tutta fretta un paio di commedie; esilio voluto dai Metelli, esilio volontario (35).  In tutto questo incalzare d’interpretazioni è molto difficile districarsi. Se tuttavia consideriamo che, all’unisono, si trovarono in una fortissima posizione di potere sia Quinto (console) sia Marco (pretore) è “verosimile” che un qualche provvedimento punitivo fosse stato preso contro Nevio. Né è da sottovalutare che nel 206 a.C. lo strapotere a Roma dei Metelli era pressoché assoluto; mentre Quinto era console,  Marco, per esempio,  nello stesso 206 a. C., comandava due legioni a Roma (36).  Secondo una tesi largamente invalsa ( Traglia, Marmorale) le leggi romane non avrebbero previsto la prigionia per la diffamazione. Ma il caso di cui stiamo discorrendo riguarda soprattutto il fatto che Nevio avrebbe accusato i Metelli di portare anche sfortuna a Roma. Nel caso specifico, e contro la tesi di Marmorale et alii, sembrerebbe non fosse poi così vero che la legge non punisse la diffamazione, mentre parrebbe sicuramente vero che la legge puniva quanti erano accusati di “malocchio”. Secondo quanto ci assicura Bruno Zucchelli , “la legge puniva, pare fin dal tempo delle XII Tavole (V sec. A.C.) chiunque avesse diffamato. E’ vero che il valore originario di tale legge è controverso e parecchi studiosi interpretano altrimenti il testo relativo ( Si quis occentassit), riferendolo al malocchio” (37).  Zucchelli è convinto che la legge fosse stata applicata a Nevio per la “diffamazione” dei Metelli, ma è molto probabile (e nel caso di Nevio anche pro-v-abile) che Quinto e Marco avessero ravvisato nell’insulto (ma meglio sarebbe dire maledizione) loro rivolto gli estremi del “malocchio”: il che contemplava sia l’incarcerazione sia l’esilio. Come è stato ben spiegato da Mariangela Ravizza  (a cui si rinvia per la bibliografia  riassuntiva sull’argomento) i Metelli ravvisarono nel verso di Nevio gli estremi di legge relativi al malum carmen, ovvero a versi magici “capaci di modificare la realtà fattuale” [corsivo mio] (38), e pertanto di mettere in grave crisi le fortune politiche dei Metelli agli occhi dell’intero popolo romano. E’ come se Nevio avesse detto (con Romae inteso come vocativo e non come genitivo):

“O Roma (o Romani), ne hanno portato di pegola i Metelli da quando sono stati eletti consoli!”.

Nevio se la cavò tutto sommato di gran lunga  meglio di quanto accadde al suo illustre collega Eupoli, di oraziana memoria, il quale, se c’è una punta di vero in quanto narra la leggenda, sarebbe stato fatto annegare da Alcibiade perché l’aveva un po’ troppo intrigato in una delle sue commedie (39). Ad ogni modo, se Nevio fu un po’ il prototipo “romano” delle disavventure degli intellettuali, ricorderemo che, nel corso del tempo, il potere a Roma si fece sempre più intollerante. Cadono a proposito un paio di spassosi episodi raccontatici da  Giovanni Cupaiuolo, in cui si narra di Xenone, un intellettuale greco, esiliato da Tiberio perché questi sembrò ricordargli, per aenigmitate,  il suo esilio a Rodi. Cosa aveva detto Xenone  di tanto compromettente? Per aver egli “risposto, a una sua domanda ‘ che stava discorrendo in dorico’, il dialetto cioè che si parlava anche a  Rodi” (40). A Roma, anche Domiziano mostrò di sopportare a fatica l’antico mos che prevedeva insulti e sberleffi al generale vittorioso nel corso dei triumpha; ma, in rispetto al mos, “dové mostrare di sopportarli di buon animo” (41). Tutto ciò per dire che, com’è arcinoto,  non è mai corso buon sangue tra satira politica e potere. Tornando a Nevio, aveva un bel dire il Fraenkel che il famoso verso contro i Metelli era una pasquinata contro la quale i Metelli risposero con un’ altrettanto arguta e “bonaria” ancorché minacciosa pasquinata (42). L’esito dell’esilio sta lì a dimostrare che il potere a Roma  sopportava sì “certe” pasquinate, ma non “tutte” le pasquinate. Nel tentativo, non riuscitogli, di “oscurare” il “malocchio” (malum carmen) “lanciato” sui Metelli perché sparissero dagli orizzonti romani, Nevio usò astutamente il termine Fatum, che rinviava a un generico “destino” (per volere del destino, del Fato) a cui però i Metelli, che ingenui non erano per nulla se arrivarono sin dove erano arrivati, mostrarono con le cattive di non volersi assoggettare.

“I Metelli  son diventati consoli per un caso (molto) sfortunato di Roma”.

Così sentenzia inappellabile il “saturnio” di Nevio, “la più antica forma metrica della poesia latina”, scrisse Giorgio Pasquali (43). Sebastiano Timpanaro, dal canto suo,  sottolineò nell’Introduzione al libro di Pasquali,  come il saturnio apparisse già  un verso “antidiluviano” a Ennio, e Ovidio lo definisse “irsuto”, mentre “sul finire della Repubblica, [era] disprezzato o almeno considerato con distacco dai neoteroi“ (44). Come spiegare, allora, l’uso dell’ antidiluviano saturnio in un autore come Nevio, che pure aveva i suoi modelli prediletti nella “Commedia Nuova” greca? Si spiega con il fatto che Nevio era sì un “grecizzante”, ma molto, molto  “moderato”. A. Meillet, molti anni fa, ci diede qualche dritta per comprendere meglio certe scelte di Nevio :

“Livius Andronicus et Naevius invoquent, sous un nom latin (dont l’origine est inconnue), les Camenae. Mais, sous ce nom qui n’a rien de grec, c’est aux Muses qu’ils pensent» [ Livio Andronico e Nevio invocano le romane Camenae (la cui origine è sconosciuta). Ma sotto quel nome che nulla ha di greco, è alle Muse che essi pensano] (45).

Ma Meillet poi spiegò acutamente :

« Livius Andronicus  et Naevius  avaient dit Camenae pour n’avoir pas l’air trop grecs » [livio Andronico e Nevio avevano detto Camenae per non sembrare d’essere troppo greci].

Nevio, quindi,  per non aver l’aria di passare per uno che condivideva  le nuove mode, disse Camenae , ma non Musae, perché, a “grecizzare” troppo, gli sembrava di dare spago a quanti, come gli Scipioni, e i Metelli ad essi collegati, o i Fulvii, portavano Roma su sentieri molto lontani da quelli tracciati dagli antichi. Attraverso l’uso del saturnio, Nevio volle dunque segnare un limes invalicabile tra sé (e gli antichi), e i “moderni”. Direi che il caso di Nevio potrebbe essere assimilato a quello di Lucio Mummio, il conquistatore di Corinto, che passava, presso le fonti greche, piuttosto malevoli nei suoi confronti,  come un soldato sì valoroso, ma  rudis (ignorante), che fu messo a confronto con l’elegante, colto e raffinato Scipione.  In realtà Lucio Mummio aveva anch’egli, come Nevio, l’occhio rivolto all’antico e al rispetto del Mos Maiorum, tanto è vero che “l’iscrizione  trionfale  di  Mummio  ripropone,  probabilmente, l’uso del metro saturnio, caduto in disuso con l’avvento della cultura ellenizzante, che si identificava negli Scipioni. Dunque parrebbe una scelta,  anche  per  questo  ritorno  ai  mores  temporis  acti,  caratterizzata  dalla volontà di differenziarsi nel segno di una genuina cultura romana di stampo plebeo” (46).

Si dice che il verso saturnio abbia la sua origine nella “Saturnia Tellus”, ovvero nell’Italia felix ricca di messi; ma all’origine di tutto sta Saturno, che divorò, come si sa, i propri figli.  Un po’ quello che la nova nobilitas senatoriale aveva fatto con i Capuani, i quali prima furono “usati” ( vedi la militanza di Nevio nell’esercito romano nella prima guerra punica, e i legami di sangue dei Romani con i Capuani per via di matrimoni), e poi furono annientati.

Il verso saturnio è, in questo senso, e in questo verso,  la forma “perfetta” del contenuto.  La risposta dei Metelli,  Malum dabunt Metelli Naevio poetae, fu quella dei vincitori “di quel momento”, che tuttavia, se l’ipotesi prospettata da Bruno Zucchelli et alii possiede un fondo di verità,  punirono Nevio secondo la legge. Neppure gli homines novi   potevano (né volevano) sbarazzarsi di una tradizione che, sia pur messa in crisi, nessuno a Roma pensò mai di poter fare a meno, a prescindere dalla nobiltà di appartenenza, perché in  Roma antica “tutto si tiene”, e i Mores Maiorum erano sempre lì, a ricordare una tradizione di cui nessuno pensò mai seriamente di sbarazzarsi; neppure i Metelli,  che contarono sì sui soldi per far carriera politica, ma anche sull’ “invenzione” del mito, fortunatissimo (questo sì), e molto produttivo dal punto di vista politico,  di Lucius Caecilius Metellus (pater), il salvatore dei sacri “pignora fatalia imperii”.

 

Note

1)      Antonio La Penna, “Storiografia di senatori e storiografia di letterati”, in Aspetti del pensiero storico latino, Torino, Einaudi, 1978, p. 55.

2)      Dustin Wade Simmons, From Obscurity to Fame and Back Again: The Caecilii Metelli in the Roman Republic, Brigham Young University, April 2011,  p. 45.

3)      Federico Càssola, I gruppi politici nel III secolo A.C., Roma, L’Erma di Bretschneider, 1962,  p. 393.

4)      Ivi, p. 419.

5)      Ivi, p. 329 e p. 408.

6)      Antonio Traglia, “Problemi di letteratura latina arcaica. II – Gneo Nevio”, in Cultura e Scuola, luglio-settembre 1980, n. 75, p. 40.

7)      Ivi, p. 40 nota 2.

8)      Gaetano De Sactis, Storia dei Romani, Firenze, La Nuova Italia, 1968, Vol. III, p. 331.

9)      Mario Attilio Levi, “Una pagina di storia agraria romana”, in Atene e Roma, ottobre-novembre-dicembre 1922, p. 342.

10)    Antonio La Penna, Storiografia di senatori e storiografia di letterati, cit., pp. 69-70.

11)    Federico Càssola, I gruppi politici nel III secolo A.C., cit.,  p. 411, p. 122.

12)    Ivi, p. 330.

13)    Aldo Ferrabino, Nuova Storia di Roma, Roma, Tumminelli, 1959 (II ediz.), p. 533.

14)    Marianne Bonnefond, « Le Sénate Republicaine et les conflicts de génération », in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité, tome 94, n°1., 1982, p. 191.

15)    Arturo De Vivo, Recensione a E. Flores, “Latinità arcaica e produzione linguistica”,  in Vichiana, 1979, n. 8, p. 214.

16)    Alida Rosina Marotta D’Agata, “Polibio e l’imperialismo romano”, in Studi Storici, ottobre-dicembre 1980, n. 4, p. 905 e p. 907.

17)    Ronald Syme, “The Predominance of the Fulvii”, in Approaching the Roman Revolution: Papers on Republican History. Papers on Republican History, Edited by Federico Santangelo, Oxford University Press, 2016, p. 26.

18)    Antonio Traglia, Problemi di letteratura latina arcaica, cit., p. 56.

19)    Alida Rosina Marotta D’Agata, Polibio e l’imperialismo romano, cit., p. 905.

20)    Ivi, p. 905, nota 4.

21)    Antonio Traglia, Problemi di letteratura latina arcaica, cit.,  pp. 56-57.

22)    Arturo De Vivo, Recensione a E. Flores, Latinità arcaica e produzione linguistica,  cit., p. 214. Sulle varianti di stuprum, cfr. Graziana Brescia, “La III declamazione maggiore: tecniche retoriche e modalità argomentative”, in Il ‘Miles’ alla sbarra. Quintiliano. Declamazioni Maggiori. III, Bari, Edipuglia, 2004, pp. 51-54 e in particolare le note.

23)    Antonio Traglia, Problemi di letteratura latina arcaica, cit., p. 46.

24)    Sul rapporto conflittuale fra  Nevio e le “nuove generazioni”, cfr. Marianne Bonnefond, Le Sénate Republicaine et les conflicts de génération, cit., p. 208 sgg.

25)    in Oratorum Romanorum Fragmenta, Collegit atque Illustravit Henricus Meyerus, Turici, Typis Orellii, Fuesslini et Sociorum, 1842, p. 10.

26)    Publii Ovidii Nasonis  Fasti, Edited by J. B. Krebs, London, 1854, VI, vv. 449-450, p. 133. E Giulio Giannelli, “ Il ‘Penus Vestae’ e i ‘Pignora Imperii’”, in Atene e Roma, luglio-agosto 1914, p. 254.

27)    Angelo Brelich, “Il mito nella storia di Cecilio Metello”, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni, 1939, Vol. XV,  p. 39.

28)    Peter A. Brunt, “Two Great Roman Landowners”, in Latomus, 1975,  34, 2,  p. 631.

29)    Arnaldo Momigliano-Aldo Schiavone, Storia di Roma, Torino, Giulio Einaudi, 1988, Vol. I,  pp. 477- 478.

30)    Maria Raffaella Caroselli, “L’economia agraria italiana nell’evo antico”, in Economia e Storia, aprile-giugno 1981, Fasc. 2, p. 166.

31)    Federico Càssola, I gruppi politici nel III secolo A.C., cit.,  p. 408.

32)    Richard J. Evans, “Was M. Caecilius  Metellus a Renegade? A Note on Livy, 22.53.5”, in  Acta Classica, 1989, n. 2, pp. 118-119.

33)    Su tutta l’intricata questione, cfr. Lee Christopher Moore, ‘Ex Senatu eiecti sunt’: Expulsion from the Senate of the Roman Republic, c. 319-50 BC, University College London, PhD, 2013, p. 161   e pp. 208-209, e relativa bibliografia.

34)    Cfr. il paragrafo Metellus Macedonicus-Romanus Fortunatus- and His brother, in cui è dimostrato che Quinto Cecilio Metello Macedonico  “(cos. 143) was the son of Quintus Metellus (cos. 206)”,  in Dustin Wade Simmons, From Obscurity to Fame and Back Again, cit.,  p. 60.  Simmons si rifà agli studi di Richard J. Evans, “Q. Caecilius Metellus Macedonicus”, in Acta Classica, 1986, n. XXIX, p. 101, in cui si asserisce che Plinio il Vecchio, in ottima posizione per esprimere un giudizio di merito, non aveva dubbi circa il fatto che il Macedonico era figlio di Quinto Cecilio Metello (console nel 206).

35)    La questione neviana è riassunta, con ottima bibliografia, in Daniela Negro, Il Commento pseudo-asconiano alle ‘Verrine’, Università degli Studi di Palermo, Tesi di Dottorato Anno Accademico 2010-2011,  pp. 60-62 e note 125-126.

36)    Piero Cantalupi, “Le legioni romane nella guerra d’Annibale”, in Studi di storia antica, a cura di G. Beloch, Roma, Loescher, 1891, Fasc. I,  p. 38.

37)    Bruno Zucchelli, “Letterati e potere politico nell’antica Roma in età repubblicana ed augustea”, in Atti. Acc. Agiati, a. 232 (1982), s. VI, p. 110.

38)    Mariangela Ravizza, “In tema di ‘Iniuria’, in Principi, regole, interpretazione. Contratti e obbligazioni, famiglie e successioni. Scritti in onore di Giovanni Furgiuele. A cura di G. Conte e S. Landini, Mantova, Universitas Studiorum S.r.l. Casa Editrice, 2017, Vol. I, p. 435.

39)    Il dato leggendario è citato in M. G. Bonanno, “La Commedia”, in Storia e civiltà dei Greci. 3. La Grecia nell’età di Pericle. Storia, Letteratura, Filosofia,  a cura di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Milano, Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.a., 1989,  p. 332.

40)    Giovanni Cupaiuolo, Tra poesia e politica, Loffredo, 1993, p. 65 nota 9.

41)    Ivi, p. 117.

42)    Antonio Traglia, Problemi di letteratura latina arcaica, cit.,  p. 43.

43)    Giorgio Pasquali, “Il carme allitterante, Celti e Germani”, in Preistoria della poesia latina, con un saggio introduttivo di Sebastiano Timpanaro, Firenze, Sansoni, 1981, p. 152.

44)    Sebastiano Timpanaro, Introduzione a G. Pasquali,  Preistoria della poesia latina, cit., p. 67.

45)    Antoine Meillet, Esquisse d’une histoire de la langue latine, Paris, Hachette, 1928, p. 192.

46)    Alfredo Valvo, “ ‘populus’, ‘Nobilitas’ e potere  a Roma fra III e II secolo a. C.” in  Popolo e potere nel mondo antico. Concezioni linguaggio immagini, (Cividale del Friuli, 23-25 Settembre 2004), ETS, Pisa 2005, p. 82. Sulla “ruditas” di Lucio Mummio, cfr. Anna Maria Prestianni Giallombardo, “Lucio Mummio, Zeus e Filippo II (Favorin., “Corinth”., 42 = Dio Chrys., 37, 42 (466), in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, Classe di Lettere e Filosofia, Serie III, Vol. 12, No. 2 (1982), p. 517.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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