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Immigrazioni e migrazioni: riflettori puntati sull’esempio francese

febbraio 11, 2017

Società

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L’articolo è sostanzialmente focalizzato sulla Francia e la sua storia, cosa che mi è servita per osservare le cose da un punto di vista “esterno” e meno coinvolgente, anche se, nonostante  l’articolo prenda le mosse dalla  Francia, esso possiede anche una valenza  italiana ed europea

 

Oggi l’Europa si trova a fronteggiare un’ondata migratoria di eccezionali proporzioni, e  da molte parti si invocano le soluzioni le più varie per gestire il fenomeno. La storia della Francia ci mette però di fronte ad una realtà  che, visti i tempi correnti, ciascuno di noi dovrebbe ripensare. In questo breve articolo, si tenta schematicamente di dare una risposta storica ad un problema “antico” quanto la stessa storia della Francia,  dei francesi e dell’Europa.

 

La Francia  e la storia delle sue “immigrazioni”

 

“Il primo millennio dell’epoca cristiana ci permette di capire, scrisse S. Citron, che l’Europa è sempre stata una terra d’immigrazione e di profonda diversità etnica; e ciò accadeva quando  Il Regno di Francia non esisteva ancora”.  Le prime incursioni dei Franchi e degli Alemanni in Francia  cominciarono nel III secolo;  nel V secolo, i Vandali e gli Svevi devastarono la Gallia, mentre i Burgundi si stabilirono nella Valle del Rodano. I Visigoti si  stabilirono nel frattempo in Aquitania, mentre i Franchi sull’intero territorio francese. Nel V secolo gli Unni di Attila furono fermati fortunosamente ai campi Catalauninici (Guédon & Demont); ma  nell’ VIII secolo gli arabi si spinsero  fino  a Poitiers, insediandosi,  nel IX secolo,  nel sud della Francia (Valode). Nel IX secolo, ancora,  i Normanni o Vichinghi iniziarono  le loro prime incursioni, per poi stabilirsi definitivamente in Francia. (Renaud).

 

Nel X secolo i Magiari arrivano nella Champagne e in Borgogna. George Duby  sottolineò che “il popolo dei magiari arrivò nel 917 alle porte di Metz; nel 926, lo si trova stanziato nella Champagne; e, nello stesso periodo, i Magiari attraversarono le Alpi,  insediandosi  in Borgogna e in Provenza” (Duby). Ai popoli  “guerrieri” arrivati in Gallia, successero, dal X al XV secolo, anche gli italiani, che in Francia si dedicarono essenzialmente al commercio, alle operazioni di credito, e alla lavorazione della lana come  lavoratori a domicilio. “In questo periodo storico, osservò Bernard Allaire, circa una richiesta di naturalizzazione su due  nel Regno di Francia proveniva dalla penisola italiana”  (Allaire).

 

I tedeschi e i soldati svizzeri erano al servizio del re di Francia e spesso si stabilirono nel Paese. Questo permise loro di acquisire la nazionalità francese. Al proposito, Patrick Weil sottolineò  che, nel XVI secolo, una sentenza del 23 febbraio 1515  “introdusse lo  ius soli nel diritto francese, stabilendo che un bambino nato in Francia da genitori stranieri, e residente in Francia, acquisiva  il diritto di successione, alla condizione però  della residenza perpetua sul territorio del Regno” (Weil).  Verso la fine del XIX secolo, sia alcuni belgi, che “fornivano il 15,1% dei dirigenti d’azienda”,  sia molti  italiani della Senna lavoravano nell’industria francese.

 

Dopo la prima guerra mondiale, la Francia ebbe un grande bisogno di manodopera, e  lo Stato regolò l’immigrazione.  Nilson Sparre a questo proposito scrisse che c’era “tuttavia un piccolo numero di paesi in Europa occidentale, come la Francia, la Svezia, la Norvegia, che, lungi dall’essere sovraffollati, sembravano essere piuttosto carenti di abitanti.  Il ruolo della Francia come  paese di immigrazione fu molto importante dopo la prima guerra mondiale” (Nilson Sparre). Nel corso degli anni ’50 arrivarono in Francia  lavoratori portoghesi, polacchi e Magrebini: «I francesi di oggi non si chiamano  soltanto Dupont, Moreau, Petit o Normand. Essi  si chiamano anche Belkacem, Lopez, Nguyen e Meyer”,  e   “lungi dall’essere un paese omogeneo, la Francia è in realtà un mosaico segnato dall’ integrazione, dalla fusione e dalla convivenza di culture diverse” (Valette & Valette).

 

Sempre negli anni ’50, arrivavano in Francia lavoratori per lo più dal Portogallo e dalla Spagna, mentre, a partire dagli anni ’60, la maggior parte dei lavoratori stranieri che giunsero  in Francia non erano europei. Questi erano principalmente algerini, marocchini e tunisini; e parecchi provenivano anche dal  Maghreb, e dal Nord Africa (Valette e Valette). La Francia, dopo la seconda mondiale, ebbe un forte decremento della natalità. Tuttavia, in virtù del  “miracolo economico” degli anni ’60, l’immigrazione fu incoraggiata dallo Stato, con l’arrivo anche di polacchi (Messu). Nel 1970, dopo il primo shock petrolifero, che causò la quadruplicazione del prezzo del petrolio, l’immigrazione di lavoratori stranieri fu però sospesa da una  decisione  governativa del 1974, nel contesto appunto della recessione economica degli anni ’70 ( Gregory & Cordell).

 

Nel corso degli anni ’90 fu emanato  Il « Code de la Nationalité »,   varato il 12 maggio 1993, che portò  altri  cambiamenti essenziali alla legislazione francese precedente: “I bambini nati in Francia da genitori stranieri non possono più diventare francesi all’età di 18 anni senza alcun’altra formalità, ma devono dimostrare la loro volontà di diventare francesi tra i sedici e ventuno anni.” (Ph. Bernard, Le Monde, 1/1/1994).

 

L’opinione pubblica francese (ed europea) s’interrogò allora, e s’interroga anche oggi,  su due o tre punti fondamentali, ma su posizioni  molto distanti le une dalle altre.  Ci sono coloro, in Francia (come in Italia),  che sostengono che la povertà di alcuni paesi extraeuropei è tale che,  per molti,  è meglio essere  immigrati  clandestini, piuttosto che restare in Africa, dove si muore letteralmente di fame. Altri, al contrario, vogliono chiudere le frontiere, e si rifiutano di dare ospitalità agli immigrati,   spingendo perché tornino al loro paese d’origine.

 

Alcuni, più possibilisti, ritengono  che si possa “anche” convivere insieme, purché si condividano gli stessi valori; cioè,  gli immigrati devono fondersi con la nazione, diventando francesi a tutti gli effetti, senza quindi disintegrarsi in mille comunità etniche e religiose. Molti sono del parere che, se gli emigrati vogliono “proprio” vivere in Francia, “devono” però anche accettarne in toto  il sistema sociale e la legislazione.  In conclusione, l’opinione pubblica francese (ed anche europea) si trova al centro di una dinamica contraddittoria che sembra insuperabile: da un lato ci sono evidenti tendenze politico-sociali che puntano ad una forte riaffermazione dell’identità culturale della nazione, mentre  dall’altro si ipotizza  la possibilità di creare uno Stato, come dire,  “super-nazionale”, che potrebbe alla lunga  “integrare” anche le differenze.

 

Cosa dobbiamo aspettarci? Un cambiamento epocale!

 

Mi si permetta di osservare che, visto il punto di svolta dei più  recenti eventi, una simile discussione sa un po’ d’accademia. In effetti, la dinamica delle attuali immigrazioni sembra un problema  insuperabile perché, in fondo, sia le classi dirigenti sia l’opinione pubblica hanno in realtà più domande che risposte.

 

Nella tarda antichità e nell’Alto Medioevo, di fronte alle invasioni la risposta fu militare;  ma è da sottolineare che nessun esercito romano, neanche il più attrezzato e potente,  riuscì a frenare l’avanzata dei popoli germanici (Franchi e Alamanni); e,  più tardi,  nessuno riuscì a bloccare l’avanzata  dei Vichinghi e dei Magiari. Un qualche freno all’avanzata degli Arabi fu posto con la battaglia di Poitiers,  che tuttavia non fu poi quella “grande battaglia” di cui tanto si parla, ma quasi una escarmouche  (Rachet),  una scaramuccia, con i Franchi che furono letteralmente sorpresi dalla rapida ritirata dei nemici, e che si guardarono bene dall’inseguirli ( Rachet).

 

Nessuno quindi riuscì a frenare quelle antiche immigrazioni.

 

E nessuno ci riuscì semplicemente perché quelle non erano appunto immigrazioni, bensì migrazioni di interi popoli che nessun esercito riuscì a bloccare.  La cosa ha un suo peso specifico fondamentale riguardo alla presa di coscienza degli attuali fenomeni a cui stiamo assistendo oggi. Fermo restando che, oggi, una risposta militare di stampo “medievale” è  improbabile,  la cosa assolutamente certa è che sia la  Francia sia l’Europa hanno a che fare più con migrazioni che con immigrazioni, le quali ultime,  bene o male,  si possono “anche” gestire.

 

Umberto Eco, pubblicando nel 1997 i suoi Cinque scritti morali , prontamente tradotti in Francia (Cinq questions de morale,  Paris, Grasset, 1997) fece già allora una chiara distinzione tra immigrazione e migrazione, sbilanciandosi infine in  una “profezia” che si è puntualmente avverata. Egli osservava che i fenomeni di immigrazione possono essere “controllati” e anche “limitati”, “programmati o accettati”:

 

Non così accade  con le migrazioni. Violente o pacifiche che siano, le migrazioni sono come i fenomeni naturali: non si possono controllare. Si ha migrazione quando un intero popolo, a poco a poco, si sposta da un territorio all’altro (e non è rilevante quanti rimangono nel territorio originale […] Ci sono state le migrazioni dei popoli cosiddetti barbarici che hanno invaso l’impero romano e hanno creato nuovi regni e nuove culture dette appunto romano-barbariche e romano-germaniche. Una cosa però è certa, le migrazioni sono diverse dalle immigrazioni. I fenomeni che l’Europa cerca ancora di affrontare come casi di immigrazione sono in realtà casi di migrazione. Il problema  non è più decidere ( come i politici fanno finta di credere) se si ammetteranno a Parigi studentesse con lo chador o quante moschee si debbano costruire a Roma” ( Corsivi e sottolineature miei).

 

“Il problema è, concluse U. Eco, che nel prossimo Millennio ( e siccome non sono un profeta non so specificare la data) l’Europa sarà un continente multirazziale, o se preferite colorato. Se vi piace, sarà così; e se non vi piace, sarà così lo stesso”.

 

Se le cose dovessero effettivamente stare così ( e visti gli eventi recenti è difficile dubitarne), le soluzioni “casalinghe”, francesi, italiane,  e  via di questo passo, sembrerebbero, a colpo d’occhio,  insufficienti alla bisogna. A lume di naso (e di ragione) parrebbe necessaria, nonché urgente,  una collaborazione internazionale, l’unica che, forse, potrebbe essere in  grado di gestire (in qualche maniera) anche ciò che, a detta di Umberto Eco,  rientrerebbe tra i “fenomeni naturali”. Diciamo allora che un’oculata e collettiva  previsione  del tempo potrebbe offrire all’Europa tutta una provvidenziale ombrella sotto cui ripararsi, limitando forse di molto gli effetti di un uragano che da troppo tempo imperversa.

 

In buona sostanza, il  fasso tuto mi sembrerebbe poco allettante, e anche poco produttivo sui tempi lunghi.

 

Fonti :

B. Allaire, L’immigration italienne en France et ses différentes composants, Crépuscules ultramontaines, Pessac, Presse Universitaire de Bordeaux, 2008, p.  13 : « À cette époque, environ un étranger sur deux qui demande sa naturalisation dans le royaume de France provient de la péninsule italienne ».

M. Baudot, « Localisation et datation de la première victoire remportée par Charles-Martel contre les Musulmans », in Mémoires et documents publiés par la Société de l’Ecole des Chartes, 1955, 12, 1, p. 100: « Plus tard, aucun autre n’avait  réussi à arrêter les Vikings ou les Magyars. Seulement la bataille de Poitiers mis  un frein à l’avance des Arabes en 733 (et non en 732) ».

Ph. Bernard,  « Nationalité française, nouveau mode d’emploi », in Le Monde, 1/1/1994 : « Les enfants nés en France de parents étrangers ne deviennent plus français à dix-huit ans sans formalité mais doivent manifester leur volonté de devenir français, entre seize et vingt et un ans ».

S. Citron, L’histoire de France, Autrement, Paris, Les éditions de l’Atelier, 1992, pp. 40-41: « Le premier millénaire de ‘l’ère chrétienne’ nous permet de comprendre que l’Europe a toujours été une terre d’immigration et donc de grande diversité ethnique. Le royaume de France n’existe pas encore » ( Trad. Mia).

G. Duby, Histoire de la France: Naissance d’une nation, des origines à 1348, Paris, Librairie Larousse, 1970, p. 239 : « Les Magyars, eux, arrivent en 917 aux portes de Metz; en 926, on les trouve en Champagne ; vers la même époque, ils franchissent les Alpes et se répandent en Bourgogne et en Provence » (Trad. Mia).

U. Eco, Cinque scritti morali, Milano, Bompiani, 1997, p. 99. Cinq questions de morale, Paris, Grasset, 1997, p. 157.

J. W.  Gregory & D.D. Cordell, Population, reproduction, sociétés: perspectives et enjeux de démographie sociale, Montréal, Les Presses de l’Université de Montréal, 1993, p.  227: « Les travailleurs étrangers furent activement recrutés pour l’expansion économique qui a suivi la Seconde Guerre mondiale […] L’immigration fut suspendue par décision gouvernementale en 1974, dans le contexte de récession économique des années 1970 ».

J-F. Guédon & D.  Demont, Retour vers l’histoire de France, LEDUC.S éditions, 2011,  pp.  27-30.

M. Messu, Les origines de la violence, Migration Société, 1998,  Vol. 10,  n° 60,  p. 49 :  « Toutefois le fait nouveau a trait à l’arrivée des Polonais, venus en masse au lendemain de la guerre ».

S. Nilson Sparre, La Norvège, pays d’immigration. Études européennes de population: main-d’œuvre, emploi, migrations, Paris, Editions par L’Institute National D’études Démographiques, 1954, p. 244 : «Les Belges  parviennent à fournir le 15,1% des chefs d’entreprise ».

R. Rachet, Les racines de notre Europe: sont-elles chrétiennes et musulmanes?, Paris,  Jean Picollec, 2011, p. 227 :  «  [Les Arabes] préfèrent battre en retraite. Néanmoins, il y eut tout d’abord des escarmouches et un affrontement le 25 octobre 732 (ou 733-734)».

Sul problema dei Vichinghi in Francia, molto utile J. Renaud,  Les Vikings en France,  Éd. Ouest-France, 2000.

J.P. Valette & R.M. Valette,  Discovering French,  Rouge,  D C Heath, 1995,  p.  296 : «  Les Français d’aujourd’hui ne s’appellent pas seulement Dupont, Moreau , Petit ou Normand. Ils s’appellent aussi Belkacem, Lopez, Nguyen et Meyer […] Loin d’être un pays homogène, la France est en réalité une mosaïque marquée par l’intégration, la fusion et la cohabitation de cultures différentes»

Ph. Valode,  L’histoire de France en 2000 dates,  Editions Acropole, 2011,  pp.  60-61.

P. Weil, La France et ses étrangers: l’aventure d’une politique de l’immigration de 1938 à nos jours, Paris,  Gallimard, 1995,  p.  459: « Au  XVIème siècle,  un arrêt du 23 février 1515  introduit le Jus soli autonome dans le droit français, en décidant  qu’un enfant né en France de parents étrangers et demeurant en France a le droit de succéder, avec la condition  de résidence présente et future  sur le sol du royaume ».

 

 

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