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La civetta di Varrone Menippeo

novembre 26, 2016

Filologia Latina

civetta

 

Maria Salanitro diversi anni or sono scrisse un bell’articolo su “un curioso detto di Varrone Menippeo”, il cui testo è il seguente:

 

“Saltem infernus tenebrio, kakòs dàimon, atque habeat homines sollicitos, quod eum peius formidant quam fullo ululam”.

 

Premesso che, almeno inizialmente, il problema sembrerebbe confinato al significato di “ululam”, E. Bolisani (Varrone Menippeo, Padova, 1936, p. 274, cit. dalla Salanitro) aveva tradotto in questo modo:

 

“Ma almeno è temuto ancora, come un infernale spirito tormentatore, e tiene gli uomini preoccupati, perché di lui paventano più che dell’allocco il tintore”.

 

Traducendo l’ultima parte in una prosa più comprensibile:

 

Ma almeno è temuto ancora, come un infernale spirito tormentatore, e tiene gli uomini preoccupati, perché lo temono più di quanto il tintore teme l’allocco”.

 

In tutta questa faccenda non si capisce perché il povero tintore dovesse aver paura di un “allocco”. Qui le interpretazioni si sono davvero sprecate, per cui l’ “ululam” è stata variamente interpretata come “allocco”, “barbagianni”, e “scarafaggio”. Ma nessuno è mai riuscito a capire bene perché il nostro tintore dovesse avere un sacro terrore di un barbagianni o di uno scarafaggio. Maria Salanitro, dopo lunga e meditata esegesi, è giunta alla conclusione che l’ “ululam” è la civetta, sacra ai tintori. Benissimo, la cosa è assolutamente convincente, e credo più nessuno possa confutare che della civetta si tratti, sacra a Minerva e protettrice dei “fullones”, dei tintori, i quali avevano per lei un timore sacro e reverenziale.

 

Il problema “tecnico” però non si esaurisce con l’identificazione dell’ “ulula” con la civetta, perché il frammento di Varrone Menippeo  ci è arrivato dalla tradizione manoscritta “monco” di un termine, che doveva precedere, nel testo latino, atque. Tornando al testo:

 

« Saltem infernus tenebrio, kakòs dàimon, † atque etc, etc.”.

 

La professoressa Salanitro ha giustamente sottolineato che  “il testo del frammento, trasmessoci da Nonio, presenta un’aporia: la congiunzione atque giunge improvvisa e non si giustifica se non si ammette la caduta di un verbo che lo precedeva”.

 

Le soluzioni al verbo mancante sono state sostanzialmente due: Riese ha pensato a “teneat” atque habeat”, mentre Müller ha restaurato il testo facendo precedere “agit”,  seguito da  “habeo” al presente (habet), anziché al congiuntivo (habeat): “agit atque habet”. La seguente lezione, avverte la professoressa Salanitro,  è stata accettata nell’editio princeps di Varrone Menippeo.

 

Pertanto avremo:

 

“Saltem infernus tenebrio, kakòs dàimon, agit atque habet homines sollicitos, quod eum peius formidant quam fullo ululam”.

 

Nella traduzione del frammento, pertanto, il  demone infernale

 

“conduce e tiene (possiede) gli uomini preoccupati, perché essi lo temono più di quanto il tintore possa temere la civetta”.

 

La divinatio del prof. Müller è condivisibile sotto l’aspetto storico-linguistico: “terror agit cives”, e “mentes terror agit” sono espressioni largamente invalse in latino. Chissà perché, ma “agit” mi sembra però una soluzione “debole” in un contesto di sacro terrore religioso. Pertanto, si potrebbe ipotizzare un verbo più “forte”, un verbo appunto maggiormente relazionato con il “terrore” e la “paura”, e che in qualche modo si colleghi anche con il “formidant” successivo.

 

Un verbo di questo genere, per esempio, potrebbe essere territo [spaventare, o, meglio, atterrire] (territat homines), o “terreo” (terret homines) per cui ne uscirebbe che

 

il  demone infernale territat ( o terret)  ( spaventa, atterrisce) e “habet”, ossia  “s’impossessa di uomini angosciati e agitati [sollicitos],  che lo temono più di quanto il tintore possa temere la civetta”.

 

Riassumendo il tutto:

 

“Il demone infernale spaventa,  atterrisce e s’impossessa di uomini angosciati, che lo temono più di quanto il tintore sia terrorizzato dalla civetta”.

 

Come diceva l’ottimo Plauto, “ Pavor territat mentem animi” [ l’angoscia spaventa, atterrisce l’animo] (Plauto, Epidicus, 4, 1). L’esempio del verbo usato da Plauto può effettivamente spianare la strada nella ricerca del verbo “giusto” per sanare l’annosa “crux”. Territat e terret si collegano poi idealmente con il nome di un altro “fullo” (tintore), scoperto su un graffito di Pompei. Il nome del “fullo” era tutto un programma, perché si chiamava

 

Fabius Ululitremulus, come a dire “Fabiustremulo-tremante-di-paura (letteralmente atterrito)-di –fronte-alla-civetta”.

 

La professoressa Salanitro ne trae una conclusione interessante anche per l’assunto riguardo a  territoterreo (incutere terrore):

 

“Il soprannome del proprietario della fullonica stabilisce una connessione fra il tremore e l’ulula  [ che è]  una manifestazione di quella formido   [sacro terrore] che l’uomo pio prova nei confronti della divinità di cui la civetta è simbolo”. Di qui la netta impressione che il verbo “atterrire” sia tutto sommato quello che si andava cercando.

 

Bene. E, a questo punto, chi avrà mai ragione? Reise,  Il prof. Müller (o il sottoscritto)? Comunque stiano le cose, stavolta non c’è proprio niente di cui “aver paura”, perché, come conclude saggiamente la professoressa Salanitro  nei riguardi delle ipotesi di Riese e Müller, “si tratta di congetture cui non soccorre alcun elemento di convalida, cosicché non ci resta che prender atto di una lacuna e rassegnarci alla perdita di un verbo che, del resto, non pregiudica la comprensione dell’intero frammento”.

 

 

Meglio così.

 

 

Fonti:

 

M. Salanitro, “Un curioso detto di Varrone Menippeo”, in Cultura e Scuola, luglio-dicembre 1982, pp. 235-239, e nota 26.

 

Marco Terenzio Varrone,  nato a Rieti [116-27 a.C.] (e perciò detto “Reatino”),  era altresì conosciuto come “Menippeo” per via del fatto che il suo stile satirico ricordava quello del suo modello greco Menippo.

 

 

 

 

 

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