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La “follia” di Caligola e la storia oscura della sua nascita

ottobre 14, 2016

Filologia Latina

Tivoli

 

In un laconico quanto stringato commento riguardo al luogo di nascita di Caligola, Svetonio, il più eminente tra gli autori di “gossip” della latinità scrisse quanto segue (Cal., VIII, 1):

 

“Ubi natus sit, incertum diversitas tradentium facit. Cn. Lentulus Gaetulicus Tiburi genitum scribit; Plinius Secundus in Treveris, vico Ambiatino, […] Getulium refellit Plinius quasi mentitum per adulationem …”.

 

Traducendo rapidamente:

 

“La diversità dei testimoni rende estremamente incerto il luogo di nascita di Caligola. Gneo Lentulo Getulico disse che (Caligola) era nato a Tivoli. Plinio Secondo a Treviri nel borgo di Ambitarvio […] Plinio confuta recisamente Getulico, che, a suo avviso, mentì per adulazione”. Poi Svetonio aggiunse: “Ego in actis, Antii editum, invenio” [“A quanto mi consta dagli atti, [Caligola] era nato ad Anzio”].

 

E qui le cose si sono fermate, una volta per tutte e per l’eternità: chiunque voglia prendersi la briga di verificare dov’era nato Caligola, troverà soltanto Anzio. Va bene, dirà qualcuno, non è poi così importante stabilire dove Caligola fosse nato, se a Tivoli, nel borgo di Ambitarvio o ad Anzio.

 

Mica tanto vero, però.

 

Perché fin sul luogo di nascita si tentò di “smontare” la figura di Caligola, andandolo a colpire su uno dei suoi (tanti) punti deboli. Per quel che ne sappiamo, Caligola teneva parecchio al fatto di essere creduto nativo di Tivoli, città “sacra” ad Ercole, anche perché egli amava enormemente  esser definito “Ercole romano”.

 

Ma perché dobbiamo credere ad occhi chiusi a quello che dice Plinio e non all’ottimo Gneo Lentulo Getulico? Si fa notare, tra le altre cose, che se è vero che dell’opera di Getulico sono rimasti soltanto sparsi frammenti, l’uomo Getulico era tutt’altro che una figura di secondo piano a Roma; era un console esperto ed apprezzato dai suoi soldati, che governò la Germania per molti anni, molto stimato anche da Tacito per le sue qualità di comandante. In più, Getulico fu fatto ammazzare dallo stesso Caligola perché aveva organizzato con Lepido una congiura contro di lui.

 

Perché non dovremmo credere a Gneo Lentulo Getulico, vittima anch’egli  del “matto” Caligola, quando dice che l’imperatore era nato a Tivoli?

 

La domanda più spontanea che viene in mente è questa:

 

“Da dove Getulico trasse questa informazione?”.

 

La risposta più ovvia ed immediata è la seguente: dallo stesso Caligola, e, soprattutto dal fatto che a Roma ( ci si può scommettere sopra) lo sapevano tutti che Caligola era nato a Tivoli.

 

Getulico aveva quindi detto ciò che tutti sapevano, e qui, a mio parere, l’ “adulazione” cui accennava l’aristocratico Plinio, “amico” di Tacito, (e vista anche la fine che fece lo stesso Getulico) mi sembra del tutto di parte. Getulico era un console, frequentava la corte di Caligola, era in relazioni di stretta confidenza con due sorelle di Caligola (che presero anch’esse parte alla congiura contro di lui, organizzata dallo stesso Getulico insieme con Lepido). E’ facile che, in una delle chiacchierate con Caligola, questi affermasse: “Io sono nato a Tivoli”. Diciamo la verità: non è che ci mettiamo a fare il processo a tutti quelli che ci dicono di essere nati qua o là. Prendiamo atto del fatto, e non ci  pensiamo più. Se, quindi,  Getulico, in una conversazione qualunque, era venuto a conoscenza del fatto che Caligola era nato a Tivoli, lui, il Getulico, ci credette: e basta.

 

Ma siccome Caligola doveva essere marchiato per falso, bugiardo, infingardo e “matto”, la storiografia senatoria fece di tutto per “abbassare” la figura dell’imperatore, facendolo nascere non a Tivoli, in città, ma in un accampamento tra le truppe. E qui Tacito ci mise uno zampino di gran peso, suggerendo maliziosamente e surrettiziamente “urbi et orbi” che Caligola era “in castris genitus in contubernio Legionum eductus quem militari vocabulo Caligulam appellabant” [“ era nato in un accampamento e cresciuto in mezzo ai legionari, che militarmente lo chiamavano Caligola] (Tac., Ann. Lib. I, 41).

 

In realtà Caligola ci finì davvero tra i legionari romani, ma a due anni d’età, quando l’imperatore Augusto, nel maggio del 14 d.C. mandò Caio Cesare, che aveva due anni, sul fronte renano, dove si trovavano i suoi genitori, Germanico ed Agrippina Maggiore. (A. W. Busch-S. Aglietti, p. 83). Tutta questa faccenda dell’ “in castris genitus” sembrerebbe quindi soltanto una “macchinazione” di matrice senatoriale (Tacito) fatta apposta per sminuire persino i natali di Caligola, facendolo nascere in un oscuro accampamento romano, in un altrettanto oscuro punto sul fiume  Reno,  in Germania (A.W. Busch-S. Aglietti, p. 83).

 

Sarà perché Caligola s’era stancato di quel nomignolo che ricordava le “caligae” dei soldati; sarà per darsi delle arie da “cittadino” e non da “provinciale”, ma l’imperatore ci teneva al fatto d’esser nato a Tivoli. Il peccato è tutto sommato veniale, ma questa magnifica “invenzione” di matrice tacitiano-senatoriale dimostra una volta di più che c’era “qualcuno” che aveva tutto l’interesse a far passare Caligola, oltre che per intemperante, anche come  un mezzo paranoico bugiardo, istrione e “mezzo matto”, se non pazzo del tutto.

 

Non si può sottacere, a proposito di Caligola “bugiardo” matricolato, che Plinio (teste Svetonio) sussurrò poi all’orecchio del lettore che Caligola ebbe buon gioco a far credere di essere nato a Tivoli, approfittando del fatto che, un anno prima della sua nascita, era morto ancora in fasce un suo fratellino che portava il suo stesso nome, Caio Cesare: “Quod ante annum natus Germanico filius Tiburi fuerat, appellatus  et ipse C. Caesar” (“in quanto un anno prima [della sua nascita] era nato a Germanico un figlio a Tivoli,  chiamato anch’egli Caio Cesare”) ( Svetonio, Cal., VIII, 1). Come si può vedere, intorno al luogo di nascita di Caligola si organizzò un guazzabuglio inestricabile di informazioni tendenziose, tutte volte a dimostrare che Caligola era un folle, ed un bugiardo incorreggibile.

 

Cosicché Arnaldo Momigliano lamentò, giustissimamente, il fatto che su Caligola si scrisse “troppo” nell’antichità, tanto che, alla fine, non ci si raccapezza più. Egli osservò prima di tutto che “anche per chi non ama lo psicologismo, il problema iniziale intorno a Caligola è psicologico” (p. 191)

 

Per Momigliano, in definitiva, Caligola non era matto, ma semplicemente un uomo “inesperto”, che non era stato preparato per nulla alla carica che doveva ricoprire. Tiberio l’aveva tenuto “appartato”, e Caligola assunse la toga virile soltanto a vent’anni, (p. 197). Per Momigliano, la più grave lacuna di Caligola era di non aver mai partecipato attivamente alla “vera vita politica” (p. 198). Però Caligola aveva grandi idee in testa; voleva “divinizzare” la figura dell’imperatore secondo i canoni orientali e pretendeva da tutti, dentro e fuori Roma, che il culto dell’imperatore fosse “rispettato” con puntiglio.

 

La cosa riuscì però indigesta sia ai romani che agli ebrei. Per di più una simile riforma avrebbe richiesto un imperatore “temuto” e soprattutto “rispettato”;   ma Caligola era “poco rispettato”. (Momigliano, p. 210). Caligola pretendeva nelle formule di giuramento di fedeltà all’imperatore cose giudicate “pazzesche” dai più, come quella che esigeva che “tutti” dovevano avere più cari “Caligola e le sue sorelle” dei propri familiari (Momigliano, p. 205). Il tutto era stato congegnato da Caligola per “rafforzare” al massimo la “figura divina” dell’imperatore, ma un po’ a tutti la sua pretesa era sembrata una roba da matti. Quando poi egli  impose anche la sua immagine sulle “monete senatorie” nelle province, ciò scatenò le ire furibonde di tutta la classe senatoria (Momigliano, p. 208).

 

In più, Caligola era “isolato” a corte, nel senso che i “cortigiani migliori” non credevano in lui e nelle sue riforme. Caligola, a parere di Momigliano, “sentiva” l’atmosfera avversa nei suoi confronti, e perciò tentò la carta delle conquiste militari per acquisire prestigio agli occhi  del “Populus Romanus”. Però, anche se era vissuto in mezzo ai soldati, Caligola aveva scarsa esperienza militare, e  non poteva contare su comandanti fedeli, e soprattutto abili (p. 212).

 

Concludendo, secondo Arnaldo Momigliano,

 

“non un pazzo dunque va ritenuto Caligola, ma un inesperto” (p. 215).

 

Caligola, di fatto, si mostrò, alla resa dei conti, davvero molto “inesperto” nella politica “politicata”, perché, assolutamente improvvido delle severe conseguenze dei suoi atti, si mise in rotta di collisione non soltanto con il tradizionale nemico dell’impero, il Senato, ma anche con gli ebrei, dentro e fuori Roma, per la questione degli onori “divini” pretesi per la figura dell’imperatore, complicandosi irrimediabilmente la vita. Caligola fu pertanto letteralmente “stritolato” nella morsa della storiografia senatoria, in base alla quale tutti i tiranni erano, in fondo dei pazzi. E così, conclude Momigliano, lo schema tradizionale di matrice senatoria finì per intrappolare in modo inesorabile l’imperatore:

 

“Caligola [era] pazzo perché tiranno, e tiranno perché pazzo” (Momigliano, p. 217).

 

“Vivere sotto i tiranni” (ossia “tutti” gli imperatori) era molto difficile e gravoso per i Senatori; però, diciamola tutta: la classe senatoria romana aveva denti aguzzi, e sapeva difendersi bene, molto bene, direi quasi “troppo bene”, visto come finì la reputazione di molti imperatori, da Caligola a Nerone. Ma anche Domiziano, sotto la penna di Tacito, non è che se la fosse cavata a buon mercato. Quando  Domiziano “richiamò” a Roma Giulio Agricola (suocero di Tacito) che stava trionfando in Caledonia, Tacito disse senza tanti complimenti  che Domiziano tolse il comando ad Agricola per via di una “illimitata invidia” nei suoi confronti e nei confronti dell’intera classe senatoria; ed in più lo accusò anche di averne provocato la morte con il veleno (“ Vita di Agricola”). Il tutto fu compiuto dal “tendenzioso” Tacito in nome della “libertas Reipublicae”, che però coincideva fin troppo con l’esclusiva  “libertas” dei Senatori romani.

 

Proprio perciò gli imperatori fecero in genere una brutta fine sotto le roventi penne dei “Senatores-scriptores” (da Plinio a Tacito), e Caligola, con tutta la sua inesperienza e con tutti gli sbagli che aveva compiuto, a partire dalla divinizzazione dell’imperatore (che, secondo Arnaldo Momigliano, avrebbe dovuto essere più un atto conclusivo che iniziale del suo governo), sembrava quasi fatto apposta per essere lapidato, messo alla berlina e ridicolizzato:

 

e così fu.

 

 

Fonti:

 

A.Momigliano, “La personalità di Caligola”, in “Nono contributo alla storia degli studi classici e del mondo antico”, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1992, pp. 191-217.

 

A.W. Busch-S. Aglietti, “La vita negli accampamenti del ‘Limes’”, in “Caligola. La trasgressione al potere”, a cura di G. Ghini, Roma, Gangemi, 2013,  p. 83.

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